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La religione dei morti in Omero
Omero ci lascia intravedere un aspetto che ha a che fare strettamente con la cultura religiosa, ovvero il problema della morte e del destino dei morti. La morte in tutte le civiltà è un momento delicatissimo di passaggio, di transizione, ed è spesso messo in relazione con una prospettiva escatologica, salvifica ed ultraterrena. Tuttavia, è innegabile che essa porti con sé un elemento di contaminazione in grado di minacciare da vicino la comunità dei vivi e pertanto costringe a tracciare una linea di demarcazione netta tra i due mondi.
Occorre poi valutare un altro elemento speculare: il morto rappresenta un'entità nuova che, non appartenendo più al regno dei vivi, entra in contatto con le potenze oscure sotterranee, con gli dei dell’oltremondo, e dunque esige dai vivi la propria parte di onori e di rispetto. Questo doppio volto della morte, il suo aspetto terrifico e la sua natura sacrale, dà esiti culturali differenti a seconda delle culture delle civiltà. Ultimo rito di passaggio dell’esistenza di un individuo, la morte anche nel mondo greco viene sacralizzata, esorcizzata nei suoi aspetti più fisici e materiali.
Il rito funebre assolve alla doppia funzione: viene celebrato per consentire ai morti il passaggio verso la loro nuova condizione definitiva, la loro dimora eterna, ma libera anche i vivi dal contatto con la distruzione e con la corruzione attraverso un gesto sacrale riequilibratore e purificatorio. In epoca micenea esistevano culti funebri che prevedevano la celebrazione di sacrifici e di libagioni. L’epoca micenea conosceva soltanto l’inumazione in vere e proprie tombe collettive, ma in epoca posteriore si affermò la tomba a cista destinata a raccogliere i resti individuali, e l’incinerazione sostituì l’inumazione.
Ci si può chiedere perché la pratica dell'incinerazione si sia definitivamente imposta in epoca post-micenea, ma l’interrogativo è destinato a non trovare la risposta definitiva. Ci si può tutt'al più limitare a registrare un cambiamento di costume che alcuni hanno attribuito all’innestarsi di nuove tradizioni, come quella dorica. Quello che resta significativo è la centralità nei poemi omerici della morte come momento culturale e religioso che deve trovare, come tanti altri aspetti della vita, una necessaria collocazione nella narrazione epica.
Proviamo dunque a seguire il percorso omerico chiedendoci due cose. In primo luogo, come avviene il rituale funebre che segna il congedo dei morti dai vivi? In secondo luogo, dove va il morto mentre i vivi lo piangono? Dunque occorrerà non solo rileggere le pagine dedicate ai rituali funebri, ma anche quelle nelle quali il regno dei morti riceve una puntuale descrizione, per tentare di saldare insieme le due immagini. I due episodi che illuminano gli usi e le credenze sulla morte sono i funerali di Patroclo e la discesa di Ulisse nell’Ade.
Alla fine del secolo scorso, Rohde riteneva di poter trovare nei poemi tracce di un culto dei defunti preesistente e poi andato scomparendo nei secoli bui, basandosi proprio sulla descrizione ricca di particolari nei funerali di Patroclo. Possiamo dire che nei poemi omerici il rito funebre rappresenta l’atto concreto che permette al morto di oltrepassare il guado e di separarsi definitivamente dai vivi. I vivi attraverso il rituale funebre accelerano l’ingresso del morto nell’Ade e si proteggono dall’eventuale ira del morto rendendogli gli onori dovuti.
È bene insistere su questo punto: gli dei e gli uomini devono ottenere la giusta parte di onori, e così anche i morti rivendicano quello che gli spetta. Il cerimoniale funebre si articola in momenti precisi: lamento, banchetto funebre, offerte al defunto, sacrificio, libagioni, incinerazione, elevazione di un tumulo, giochi di commemorazione. Il lamento è il gesto inaugurale del rito funebre e vede protagoniste le donne. L’offerta al defunto rappresenta il momento cruciale del cerimoniale e viene officiata come se il defunto fosse presente e potesse ricevere la sua parte di onori. Il sacrificio cruento restituisce al defunto parte di quanto ha perduto morendo, mentre i giochi funebri ripristinano un ordine sociale duramente compromesso e alterato dal lutto.
I morti e i vivi attraverso e all’interno del rito devono rientrare nei propri confini, ma dunque dove va il defunto? Nel momento della morte, il soffio vitale lascia il corpo e l’anima si rifugia nel mondo dei morti, dove diviene pallida ombra di ciò che era stato l’individuo da vivo. Ne conserva i tratti fisiognomici, la parvenza esterna, ma perde ogni consistenza materiale: si trasforma in una specie di riflesso, di ombra impalpabile. Accade così anche nella saga mesopotamica di Gilgamesh, nell’Eneide di Virgilio, nei poemi nordici.
L'Ade, nella fantastica geografia di Omero, sorge ai confini di Oceano, il paese dei Cimmeri, dove non brillano mai i raggi del sole. Vi sono un bosco sacro a Persefone, sposa di Ade, e una grande porta che introduce a un palazzo sotterraneo dove abitano i due sovrani dei morti. L’Ade si configura come un luogo di tenebre, di negazione della luce, l’elemento vitale per eccellenza nella concezione greca, di acque dell’oblio ed altro ancora. In realtà in Omero i castighi infernali rappresentano cause eccezionali, dal momento che l’Ade omerico non è un luogo di pena, ma di non vita, di oscure e tristi parvenze.
Tuttavia, nell’Odissea sembra farsi strada una nuova concezione del destino post mortem. Alla condanna a una vita di ombra si accompagna la nuova fede nei Campi Elisi, un luogo imprecisato dove le anime degli eroi sono trasportate dopo la morte. Se il regno dei morti è contrassegnato dalle tenebre e dai lamenti, i Campi Elisi non conoscono né freddo né pioggia, ma vi spira il soffio di Zefiro. I Campi Elisi lasciano affiorare una nuova fede in una vita ultraterrena che sia il premio degli esseri umani eccezionali e dalla vita irreprensibile.
La virtù aristocratica dell’eroe omerico trova così un sigillo ultraterreno nella prospettiva di un destino attraente. Possiamo dire che i Campi Elisi sono un mondo che duplica per gli eroi la brillante armonia dell’Olimpo, luogo nel quale risiedono gli dei greci. In definitiva, rappresentano un premio ultraterreno per tutti quegli uomini che hanno condotto una vita all’insegna della eccezionalità. Per dirla in altro modo, tutti gli esseri umani che sono stati in grado di conquistare nel mondo terreno gloria ed onori ricevono nei Campi Elisi un altro tipo di gloria ed onore che li rende esseri dotati di un destino di elezione.
Quindi si può dire che quegli esseri umani che hanno condotto una vita eroica nel mondo terreno continueranno ad essere uomini eccezionali anche nei Campi Elisi.
Prof. Giovanni Pellegrino