“Ascoltami bene, ragazzo, perché quello che ti dirò non lo ripeterò. Fai tesoro di questo primo insegnamento: un mercante, ragazzo, deve essere sveglio, deve essere lesto nell’apprendere e nel memorizzare. Ricorda, la Storia, quella con la S maiuscola è piena dei nomi di grandi condottieri, dei grandi imperi e di Dei il cui capriccio ha deciso il destino dei più, ma i loro nomi sono legati al passato: i grandi condottieri vanno e vengono, gli imperi crollano e le religioni vengono dimenticate, ma i mercanti restano, dalla I Era fino ad oggi i mercanti ci sono sempre stati e ci saranno sempre e se tu vuoi essere un mercante dovrai esserne all’altezza. Quando vuoi vendere qualcosa devi come ipnotizzarti, perché vedi tu vuoi truffare colui che hai di fronte ma se sai di volerlo truffare anche lui potrebbe saperlo e questo manderebbe all’aria qualsiasi contratto che tu possa stipulare. Al contrario se tu vuoi vendere qualcosa e lucrarci sopra ti devi convincere che per te è una vera sofferenza separarti da quell’oggetto, devi piangere, dannazione, quando il compratore ti metterà i soldi in tasca e tu gli cederai la tua proprietà. Poi, in un secondo momento, quando sarai nella tua casa a contare le monete, allora sì che riderai e riderai di gusto, perché saprai che avrai venduto quel qualcosa per dieci volte il suo effettivo valore. A tal proposito ti voglio raccontare una storia ragazzo, la storia di una grande vendita, uno dei migliori affari che un mercante abbia mai fatto. Il suo nome non lo ricordo, perché vedi ragazzo, fra noi mercanti i nomi non servono, anzi sono quasi dannosi, perché se diventi troppo famoso, e la gente può riconoscerti, allora sarà più restia a fare affari con te, perché avrà paura che tu possa gabbarla. Abitava al Grande Porto, quella cittadina sulle coste orientali delle Terre del Caos dove si possono fare i migliori affari per noi mercanti. Un giorno, mentre era lungo i moli, il mercante comprò un orologio, era un bel orologio d’ottone, di quelli da taschino e subito se ne innamorò. Era piccolo, meno di un palmo di mano umana, ed era tutto rifinito sul dorso con incisioni in draconico che rappresentavano la volta celeste con le principali costellazioni ed il quadrante era bianco avorio con numeri in argento. Contento del suo acquisto prese a passeggiare gingillandosi con l’orologio, facendolo roteare più volte tenendo per un capo la lunga catenina d’oro che lo assicurava al taschino. Mentre faceva ciò già pensava che il giorno dopo sarebbe andato dal fabbro e avrebbe fatto incidere le sue iniziali su quell’orologio, lo avrebbe reso suo, e lo avrebbe donato a suo figlio e suo figlio avrebbe fatto lo stesso con il suo di figlio. Per generazioni quell’orologio avrebbe scandito il tempo della sua famiglia e tutti avrebbero ricordato il giorno in cui, quel lontano antenato, lo aveva comprato, facendo un vero affare, lunghi i moli del Grande Porto. L’orologio, che roteava gaiamente sotto la luce del sole fu notato da un soldato, un mercenario che era di passaggio al Grande Porto. Costui fu subito colpito dall’orologio ed avvicinò il mercante implorandogli di venderglielo ma il mercante disse no, era troppo affezionato a quell’orologio che già sentiva come un oggetto di famiglia. Il soldato disse che era disposto a pagarlo 2000 monete d’oro, e sarebbe stato un ottimo affare, considerando che l’orologio era stato acquistato a poco meno di 1000 monete d’oro, ma il mercante, garbatamente, disse che era contento così e che voleva tenersi l’orologio. Il soldato allora si infuriò, estrasse la spada e la puntò contro la gola del mercante, dicendogli che quell’orologio lui lo voleva. Il mercante, tremante ed impaurito chiese in cambio allora la spada stessa, la lama era logora, e solo il manico sembrava meritare interesse, ma in quel momento era troppo terrorizzato per trattare. Il soldato si disse soddisfatto, buttò la lama per terra e prese l’orologio quindi andò via. Il mercante si prese un po’ di tempo per calmarsi, si fermò sul molo, fumò un po’ dalla sua pipa, quindi andò da un fabbro e fece lucidare la lama e la fece ripulire. Gli avventurieri sono così, ragazzo, nonostante debbano la loro vita alle loro armi, si curano poco di tenerle pulite ed in buono stato, e quando i loro oggetti iniziano ad accusare i segni del tempo invece di ripararli, [...] , li buttano e ne cercano altri. La spada era davvero splendida: la lama mostrava i segni di molte battaglie ma una volta ripulita ed oliata era chiaro che era stata ottimamente temprata e che l’acciaio, dagli splendidi riflessi bluastri, era di ottima qualità. Il manico era in osso di drago e coperto di velluto rosso. Il mercante uscì dalla bottega del fabbro con quella spada e subito si sentì fiero come un leone. La spada lo faceva sentire sicuro e gagliardo, osservava gli sguardi intimoriti della gente e pensava che forse questo era il vero destino della sua famiglia, lasciare il commercio e scoprire la via dell’avventuriero, viaggiare per Enoch in difesa di pulzelle o conquistando nazioni armati solo di coraggio e di quella splendida spada. Suo figlio non avrebbe vestito le semplici tuniche dei mercanti ma possenti armature e il cappello di stoffa sarebbe stato sostituito da un elmo sicuro temprato nelle fiamme degli inferni più lontani e misteriosi. Con questi pensieri per la testa vagava il mercante, tenendo la lama per il pomello, come fosse stato lo scettro di un re, finché il suo sguardo fu rapito da un giovane, era chino su una cassa di legno piuttosto grossa e piangeva, singhiozzava, lontano da tutti, in quella zona del Grande Porto, a nord, dove il muro divide la città dal cimitero. Il mercante, mosso a compassione gli si avvicinò, già pronto, nella nuova veste di avventuriero ad aiutare quel giovane in difficoltà, che avrebbe potuto essere suo figlio. Gli offrì la sua pipa e gli chiese cosa lo spingesse, lontano dai vivi, a piangere per la sua sorte. Il giovane fumò avidamente e lentamente si calmò. Disse di essere un pittore, un giovane pittore ma già molto apprezzato. Qualche mese prima un nobile della Grande Caotica, a nord del Grande Porto, gli aveva chiesto di venire al Grande Porto per dipingere il passaggio di una nave molto particolare e del suo equipaggio. Per fare questo volle che fossero usati i colori più costosi e belli e le tele più ricercate affinché il lavoro finale fosse un vero capolavoro. Per i suoi sforzi il pittore sarebbe stato pagato 30000 monete d’oro, il chè avrebbe compensato che per prendere i componenti il giovane avrebbe terminato i suoi risparmi. Il giovane pittore aveva accettato, era venuto al Grande Porto ed aveva atteso l’arrivo della nave. Era veramente un vascello portentoso, dallo scafo lungo e slanciato, la torre meravigliosamente coperta di specchi blu e arancioni e le vele erano grandi ventagli, perché quella era una nave volante. Il giovane pittore era riuscito a cogliere tutta la bellezza di quella nave e, con gentilezza e circospezione, era riuscito a convincere i vari componenti dell’equipaggio a farsi fare un ritratto. [...] Una volta conclusa l’opera il giovane pittore lasciò partire la nave, chiamata la Cavalcaventi, e ripose i suoi dipinti in una cassa ma pochi giorni dopo dalla Grande Caotica gli fecero sapere che il nobile non era più interessato ai suoi lavori e che quindi poteva anche tenerseli. Senza più niente in mano e senza risparmi il giovane pittore era rovinato. La storia rattristò molto il mercante il quale, nella sua nuova veste di novello avventuriero, incitò il ragazzo a non arrendersi, a esigere che fosse pagato per il suo lavoro, o come minimo rimborsato per i colori usati. Il giovane pittore disse che lo avrebbe fatto da subito, ma non aveva niente con cui far valere i suoi diritti. Il mercante vide quel giovane disperato e non ebbe il cuore non aiutarlo: gli propose uno scambio, lui avrebbe preso i quadri che tanto nessuno ora voleva, in cambio gli avrebbe dato la sua meravigliosa spada. Il giovane ne fu entusiasta e armato e contento si diresse verso la Grande Caotica. Il mercante, triste per la perdita della sua arma, si sedette sulla cassa contenente i quadri, si accese la pipa e cercò di scacciar via la malinconia per la perdita di quello splendido oggetto. Poi aprì la cassa, vide i quadri, che erano effettivamente eccezionali, quindi li ripose e andò in locanda, oramai era quasi l’ora del tramonto e presto avrebbe dovuto rincasare. Lungo la strada pensò che quei quadri avrebbero fatto sicuramente una splendida figura nel suo salotto e che un giorno suo figlio, guardando quelle effigi sarebbe stato caricato dalla loro potenza estetica ed educato dal messaggio ottimista di potere e avventura che quei ritratti evocavano. Mentre era fra i tavoli la sua attenzione fu attirata da un corpulento umano che, pur avendo una folta barba bianca che ne denunciava l’età avanzata, era dotato di un corpo tonico e muscoloso. Era armato di ascia e scudo e girava fra i tavoli chiedendo agli avventurieri informazioni sui Viaggiatori. Da quel che apprese il mercante, la figlia di quel guerriero, chiamato Igintur, era la signora di un regno lontano chiamato Analukat, posto nel lontanissimo altopiano di Tirnadesh. La figlia voleva assolutamente informazioni su quelle potenti creature ed era disposta a pagare molto bene. Il mercante chiamò allora Igintur e gli disse che poteva offrirgli qualcosa di rarissimo: dei ritratti molto dettagliati di alcuni Viaggiatori. Igintur gli offrì 5000 monete d’oro a ritratto e il mercante accettò. Quando fu sera il mercante tornò a casa, appese il quadro della Cavalcaventi nel salotto e distese finalmente le gambe mentre sua moglie gli portava una pagnotta alle olive
«Come andata la giornata?» gli chiese la moglie.
«Bene...» rispose il mercante «ho comprato per quattro soldi una patacca di orologio che ho poi scambiato per una vecchia spada che ho poi ceduto ad un pittore per una cassa di quadri dei quali tutti, tranne questo, ho venduto per un bel po’ di soldi ad un barbaro del sud» la moglie sorrise, soddisfatta del lavoro di suo marito e del fatto di vederlo contento, quindi gli chiese con aria speranzosa.
«Ma se gli affari vanno così bene forse potremmo riaffrontare l’argomento bambini?».
«Lo sai cara...» rispose il mercante «non ho alcuna intenzione di avere figli».
Ricorda sempre questa storia, ragazzo, se vorrai diventare un grande mercante.”