--- Il giovane assistente del fotografo si era dato subito da fare appena arrivato al mattino.
“Di cosa parliamo oggi, maestro?”
“Ti sei proprio immedesimato nel ruolo di allievo, vero?” – aveva risposto il fotografo. – “Parliamo di quello che vuoi, proponi tu l’argomento.”
“Ti va bene la profondità di campo?”
“Oh, no... anche tu fai queste domande. Non c’è niente da discutere, è un fatto fisico che riguarda l’ottica. Gli obiettivi mettono a fuoco soltanto ciò che giace su un piano perpendicolare al loro asse ottico; quello che sta prima e quello che sta dopo quel piano risulteranno sfuocati. Questo in linea teorica; ma in determinate condizioni è possibile che per una fascia anteriore ed una posteriore al famigerato piano gli oggetti appaiano a fuoco. La profondità di questa fascia dipende dalla lunghezza focale dell’obiettivo, dalla distanza di messa a fuoco e dal diaframma scelto.”
“Sì, ma questo già lo sapevo, non ti ho interrotto per educazione...”
“Mi fai parlare per niente. Ma allora cosa vuoi sapere?”
“Voglio sapere quando conviene sfruttare questa limitazione degli obiettivi e quando cercare di ridurla: è questo che mi chiedo da qualche tempo.”
“Questa è una domanda ben fatta, quello che ho detto prima è soltanto tecnica; e la tecnica è funzionale a quello che si vuole dire, allo stile usato per raccontare con le immagini. Ma facciamo qualche esempio. Un ritratto, spesso, deve rappresentare il soggetto isolandolo dal contesto; sono gli occhi della persona la parte più interessante oltre all’espressione del suo viso. Non dimentichiamo che un buon medico capisce molto dello stato di salute del suo paziente guardandolo soltanto negli occhi.”
“E per isolare il soggetto dal contesto è utile avere poca profondità di campo, vero?” – aveva chiesto l’assistente.
“Sì, certo. Con uno sfondo fuori fuoco o addirittura con la parte posteriore della testa già sfuocata emergerà l’espressione degli occhi che ci racconterà dello stato d’animo della persona ritratta. Ma questo è solo un esempio.
“Mi vengono a mente alcuni ritratti di Elisabetta Catalano, ritratti a mezzo busto di personaggi famosi dell’arte, del cinema e della letteratura: tutti con lo sfondo sfuocato o con il fondale da studio...”
“Ecco, hai colto nel segno. La Catalano aveva cominciato a fotografare sul set di Otto e mezzo, nel 1963, e una chiave di lettura del suo lavoro la troviamo in quello che dice di lei Stefano Malatesta. Lei non era una fotografa mondana o alla moda ma esattamente il contrario: ai fotografi di moda non interessava l'anima o il carattere del personaggio che fotografavano, ma la superficie, il corpo, l'esteriorità. Ecco perché i modelli che presentano i profumi o i vestiti hanno tutti un'aria da deficienti, gli manca il calore interno, ignorato programmaticamente dal fotografo non interessato a quello che pensa il modello, ma a come si veste. Ogni fotografia di Elisabetta è invece il risultato di una lunga ricerca e questa ricerca è stata condotta attraverso la leggerezza e l'eleganza, come altri ricercano attraverso la tragedia o il dramma. (1)”
“Poi c’è l’esempio del ritratto a figura ambientata” – aveva continuato il fotografo. – “In questo caso gli oggetti vicini al nostro soggetto assumono una certa rilevanza, e questo perchè l’abbiamo scelto noi. Allora sarà bene avere una buona profondità di campo per avere a fuoco anche il contesto. C’è anche una variante a questa scelta: lo sfondo, anche se importante, qualcuno lo fa apparire sfocato ma solo quanto basta per essere ancora intelleggibile.”
“Capisco” – aveva risposto l’assistente. – “Quindi poca profondità di campo a volte aiuta anche nella corretta composizione dell’immagine. E’ così?”
“Sì, purchè si abbia cura di equilibrare vuoti e pieni, ombre e luci: sono elementi della composizione che non dipendono dalla messa a fuoco. Henri Cartier-Bresson ha fatto centinaia di migliaia di belle foto quasi tutte alla massima profondità di campo; ma lui sapeva in modo istintivo come comporre l’immagine e non aveva bisogno di usare lo sfuocato per far risaltare il soggetto. Anche i suoi ritratti ambientati hanno lo sfondo a fuoco. Era il suo stile. I critici d’arte, che si sforzano di usare un linguaggio ricercato, parlerebbero di cifra stilistica.”
“Continua, mi interessa...”
“Ma nella street photography, nella fotografia documentaria, nel fotoreportage e a maggior ragione nella fotografia di guerra l’uso della profondità di campo non è considerato; le aree dell’immagine fuori fuoco sono casuali e che ci siano o non ci siano ha poca rilevanza. L’immagine regge per altri motivi, se regge. Prova a guardare qualche immagine di Robert Doisneau, lui usava spesso lo sfocato; ma Robert Frank e William Klein ne usavano meno, proprio quando non riuscivano a fare diversamente. Anche Vivian Maier usava mettere a fuoco tutto salvo qualche immagine dove lo sfuocato è voluto e funzionale alla sua lettura. Ma se guardi Eugene Smith, Bill Brandt e René Burri lo sfuocato non lo trovi quasi mai. E in questi ultimi autori trovi anche molti ritratti.”
“Ma questi che hai citato sono autori che appartengono al passato; le tendenze di oggi quali sono?”
“Le ultime tendenze sono quelle che riconoscono la più ampia libertà per gli autori. Ci sono immagini capaci di suscitare emozioni forti che sono mosse, sfuocate, con l’orizzonte storto, con i neri illeggibili; eppure sono immagini che funzionano nel trasmettere un messaggio. Prova a pensare ai lavori di Paolo Pellegrin, di Alex Majoli, di Monika Bulaj, solo per citarne alcuni. Persino nelle immagini pubblicitarie, ad esempio nelle foto di moda, trovi di tutto, persino il mosso, e non c’è una regola nel cercare o nell’evitare lo sfuocato dato dal superamento della profondità di campo. E’ intervenuta una rivoluzione, e senza scontri di piazza e senza armi sono state messe al bando le vecchie regole della fotografia, ma sono rimaste inalterate le regole della visione, peraltro comuni a tutte le arti visive.”
“Ho presente certa fotografia pubblicitaria di prodotti di lusso come i profumi e dei prodotti alimentari da forno dove le foto sono tutte perfettamente a fuoco. Forse quel genere è l’unico rimasto ad avere l’ossessione della profondità di campo” – aveva concluso l’assistente. – “Per il resto hasta la revolucion, siempre.”
(1) Quei ritratti di signori visti da Elisabetta, La Repubblica, 9 marzo 2017