(MAG039) ARCHIVIST: […] I’m recording this in case–
TIM: In case the trapdoor opens back into the Archives, and Prentiss is there to kill us.
ARCHIVIST: In as many words, yes. … Tim?
TIM: … Alright
[TRAPDOOR IS PUSHED OPEN TO SOUND OF FIRE ALARM AND LOTS OF WRITHING]
PRENTISS: Archivist.
TIM: Ah.
ARCHIVIST: … Shit.
(MAG078) NOT!SASHA: [HEAVILY DISTORTED, DISTANT] Jooooonnnn~~
ARCHIVIST: Er… I…
[SOUND OF A CREAKY DOOR OPENING]
“MICHAEL”: You–
ARCHIVIST: I–I, er…
“MICHAEL”: – Need – A door.
ARCHIVIST: NO. No, I–I just… I need…
[DISTORTED VOICE FROM THE NOT!SASHA CALLING OUT HIS NAME AGAIN]
ARCHIVIST: SHIT!
(MAG099) BREEKON: ‘scuse us.
HOPE: Are you Jonathan Sims?
ARCHIVIST: Yeah, wha–? Oh, sh–
[THE ARCHIVIST EXCLAIMS & COUGHS AS THE WIND IS KNOCKED OUT OF HIM]
(MAG131) MELANIE: […] I hurt someone. And then, one day, I suddenly have this thing that takes all that rage, and it holds it. Tells me it’s right. That it’s me. It didn’t stay in my leg because of some Ghostly Masterplan; it stayed… because I wanted it.
ARCHIVIST: … Shit.
It’s coming earlier and earlier in each season, uh.
MAG099 – Caso 9522002 – “Al polvo volverás”
Robert E. Geiger. El incidente ocurrió en Boise City, Oklahoma, en abril de 1935. El nombre de la víctima era Stefan Brotchen. Testimonio dado el 20 de febrero de 1952. Grabado en cinta el 2 de septiembre de 2007. Graba Gertrude Robinson.
[Disclaimer/ Aviso]
[MAG098] | x | [MAG100]
[PDF con testo inglese a fronte / PDF with English text to the side]
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GERTRUDE
Caso 9522002 - Robert E. Geiger. Incidente avvenuto a Boise City, Oklahoma, nell’aprile 1935. Nome della vittima indicato come Stefan Brotchen. Dichiarazione rilasciata il 20 febbraio 1952. Registrata su nastro il 2 settembre 2007. Registra Gertrude Robinson.
GERTRUDE (DICHIARAZIONE)
Ho letto da qualche parte una volta che sono stato il primo a utilizzare il termine “Dust Bowl”. Ora, non è così. Forse il primo tra i ragazzi dell’ufficio a New York a sentirlo, ma giù in Oklahoma non era un modo di dire troppo insolito. Ampi spazi aperti e pianeggianti… Potevi vedere una tempesta in arrivo da miglia, venire dritto verso di te dall’orizzonte, assomigliando più di qualsiasi altra cosa alla fine del mondo.
Furono dei brutti giorni. Peggio di quanto chiunque sappia. Ho fatto del mio meglio per spargere la notizia, ho consegnato il mio pezzo alla Associated Press, ma ci sono molte cose per cui non ho mai neanche trovato le parole per descriverle. C’erano delle cose nella polvere che non ho mai raccontato ad anima viva. Per questo ho deciso di venire da voi. Avrei voluto che ci fosse un posto come questo da me, ma per come stanno le cose se ne starebbero di fronte al Congresso, molto probabilmente, quindi forse è meglio così.
Sapete molto sulle polmoniti da polvere? Non so perché dovreste, a dire il vero. Non ce ne sono molte di questi tempi. Non ce n’erano neanche allora, almeno prima che arrivassero le tempeste. Poi ce ne furono molte. Il nome la fa sembrare più complicata di quanto sia. Vedete, “polmonite da polvere” è solo un termine medico per dire che i tuoi polmoni sono pieni di fango. Ne entra troppo, vedete, e intasa tutte le parti del tuo petto che lo dovrebbero espellere. C’è febbre, difficoltà a respirare, infezioni… La polvere si mescola con l’umidità dei tuoi organi, e in poco tempo stai annegando, con i polmoni resi compatti da fango e muco.
Una cosa terribile che ti può capitare, ma è quello che erano le tempeste. Grandi blocchi di terra strappati e scagliati lungo le pianure aperte, che cercano disperatamente una qualche gola non protetta in cui arrampicarsi. Ti seppelliscono vivo, senza neanche farti la cortesia di metterti sotto terra. E ho visto così tanti contadini soffocati che i loro volti striati di fango sembrano confondersi gli uni con gli altri. Guardarli mentre i loro mezzi di sostentamento evaporavano con la pioggia. Mentre le loro fattorie, le loro case, le loro vite collassavano nel fango. Era tutto una continua sfocatura color seppia: facce sferzate dalle intemperie, incrostante della stessa patina di miseria e sabbia. Tutti tranne Stefan.
Stefan Brotchen era, in apparenza, come tutti gli altri contadini okie: massiccio, con un cespuglio di corti capelli biondi e ricci e una faccia rotonda a sorridente. Ma i suoi occhi erano diversi. C’era… qualcosa in loro. No-non sono mai stato sicuro di cosa, ma avevano una profondità, una silenziosa intensità che mi aveva colpito la prima volta che l’avevo incontrato. Stavo raccogliendo commenti per un articolo per la A.P. sulle più recenti tempeste di sabbia che avevano colpito la zona. C’era stato molto interesse a livello nazionale dopo che una tempesta di sabbia era arrivata fino a Washington, e il mio editore era ansioso di ottenere dei commenti dalle persone colpite più duramente. Quindi, naturalmente, finii a Boise City.
C’è sempre stato qualcosa di strano in quella città. Qualcosa che era in conflitto con la terra su cui si ergeva. Sfidava le vaste distese di nulla. Immagino non sia una sorpresa, a ripensarci. Ho fatto qualche ricerca sul posto in seguito, vedete. Sapevate che Boise City fu fondata con una frode? Intendo una vera frode che ti manda in prigione. Già, nel 1908, tre uomini decisero di cominciare a vendere atti di proprietà di terre che non possedevano. Stamparono centinaia di brochure: “Venite nella pittoresca Boise City! Viali alberati, tutte le comodità, addirittura una stazione dei treni, tutto pronto in attesa di anime coraggiose che vadano là e si insedino”. E la gente ci cascò. Quasi tremila persone. Ovviamente, quando finalmente arrivarono a quella favolosa città, là non c’era assolutamente niente. Solo terra vuota e in attesa. Non possedevano neanche gli appezzamenti di terreno che erano stati venduti loro. Ma restarono, e costruirono una città. Non una grande città, per niente. Nemmeno una bella città, a dire la verità, ma era lì, a dispetto di qualsiasi buon senso.
Uno degli uomini che si stabilirono nella neonata Boise City era il padre di Stefan Brotchen. Era morto da tempo quando incontrammo suo figlio. Il mio fotografo, un ometto di nome Harry Eisenhard, aveva sentito parlare della fattoria dei Brotchen quando aveva chiesto di un paio di posti in città colpiti duramente dalle tempeste. Nei campi di Stefan non era rimasto nulla se non terra secca, ci avevano detto. La fattoria era stata quasi completamente scoperchiata dai forti venti, il suo bestiame era morto e già per metà sepolto, la sua famiglia andata. Non ho mai scoperto di più al riguardo. Solo… andata.
Quando parcheggiammo quella domenica, il posto era tutto ciò che ci era stato detto e anche di più. Vedevamo le parti superiori di ruote e attrezzature agricole spuntare dal terreno, ma poi ci accorgemmo che quello non era il terreno, solo un metro di terra da poco caduta a seppellire per metà aratri e carri. Vidi quella che un tempo doveva essere stata una mucca, ricoperta dal collo in su in grezza polvere che le si aggrappava addosso. Harry e io ci eravamo avvolti dei fazzoletti intorno al viso, come gli uomini in paese ci avevano detto di fare, ma l’aria era già pesante, e riuscivo a sentire Harry che tossiva dietro di me. Avevo già visto alcune vittime di polmonite da polvere a quel punto, e il suono del suo respiro mi fece premere il panno più vicino alla mia faccia, e offrire una silenziosa preghiera.
Stefan non indossava un panno intorno al volto quando uscì ad accoglierci, e potevo vedere le sottili particelle raccolte nei suoi capelli, agli angoli dei suoi occhi. Sorrise cordialmente, e ci fece cenno di seguirlo. Negli anni da allora ho cercato di ricordare se ci fosse qualcosa dietro quel sorriso, qualcosa di oscuro o segreto che avrei potuto sottovalutare; non c’era nulla. La voce sommessa e amichevole era, per quanto posso dire, sincera, e mentre Stefan Brotchen se ne stava seduto là nella sua piccola cucina polverosa, a raccontarci le sue sfortune, non c’era alcun indizio sul suo volto riguardo a cosa doveva star succedendo dentro di lui.
La sua storia non era insolita, e sono sicuro che se trovaste una copia del Lubbock Evening Journal di quella settimana ci sarebbe scritta quasi tutta. Raccolti morenti, terreno assetato e una fattoria sull’orlo della rovina, il tutto comandato da quella disperata, vana speranza di pioggia. Non parlò mai della sua famiglia, e io non pensai mai di fargli domande in merito, anche se la casa era troppo grande perché Stefan ci vivesse da solo. Ci offrì qualcosa da bere a quel punto, solo acqua, ma non me la sentii di accettare. Avevo solo quest’immagine che mi scorreva in testa ancora e ancora. Lui che si alzava, si avvicinava, tirava fuori una bottiglia di spesso fango fluido, la apriva, e se la versava giù per la gola con un sorriso in faccia. Solo la mia immaginazione, mi dissi. Mi stavo solo facendo prendere dalla polvere.
Ci volle solo un’ora o due prima che decidessi che avevo abbastanza materiale per la storia, e mi alzai e lo ringraziai per il suo tempo. Harry fece altrettanto, e io strinsi la mano a Stefan. Quando gli toccai la pelle, quasi tirai via la mano, tanto era calda. Era un secco calore febbricitante e io guardai il suo viso e vidi per la prima volta il feroce rossore, la fronte madida di sudore. Il suo petto fu preso da convulsioni, e lui si piegò su se stesso, sputando una zolla di polposa melma marrone sul pavimento di legno. Cominciai a chiedergli se stesse bene, ma Harry mi tirò per il braccio, indicando l’esterno con un’urgenza quasi selvaggia. Sembrò tutto accadere così in fretta che riuscii a malapena a registrare cosa stava succedendo. Almeno, finché non andai fuori e guardai a ovest.
Le vaste nuvole nere si estendevano davanti a noi, fino a dove riuscivamo a vedere. Si stava avvicinando a noi con una velocità tale che ci fu una parte di me che seppe immediatamente, malgrado ogni logica, che stava cercando di uccidere me e me soltanto. Era la peggiore tempesta di sabbia che io avessi mai visto, e prometteva di oscurare tutto. Corsi di nuovo dentro per avvisare Stefan, e chiedergli se avesse un posto in cui avremmo potuto aspettare che finisse, ma lo trovai sdraiato a terra. Era a faccia in giù, con un sottile rivolo di fango che colava lentamente dalla sua bocca e dal suo naso. Chiamai Harry, gli dissi che Stefan aveva bisogno di aiuto, ma lui riusciva a malapena a sentirmi sopra il rumore del vento, che ora era così feroce che sembrava sovrastare tutto il resto. Quando finalmente gli feci capire, lui non sembrò affatto entusiasta di guidare dentro alla tempesta, e mi avvisò che il motore si sarebbe ingolfato prima che fossimo a metà strada verso Boise City. Gli dissi che non avevamo scelta se non provare. Se non lo facevamo, Stefan era già morto.
Gli coprimmo il volto con un panno, e lo trasportammo fuori e sulla nostra nostra piccola auto, adagiandolo sul retro il più delicatamente possibile. Il vento era così aspro che sembrava stesse cercando di strapparmi la carne dal cranio; dovetti tenermi le mani davanti agli occhi per non farvi entrare la terra che si agitava intorno a sessanta chilometri all’ora. Anche con il fazzoletto che mi copriva la bocca, riuscivo a sentire la sabbia addentrarsi e formare una poltiglia umida e stucchevole tra i miei denti. E la tempesta non ci aveva neanche ancora colpiti.
Balzai al posto del guidatore, mentre Harry si sistemava dalla parte del passeggero, e con Stefan sdraiato sul retro facemmo manovra e cominciammo il tragitto verso la città, cercando di convincerci che avevamo qualche speranza di battere la tempesta sul tempo.
Non ne avevamo.
Si scagliò su di noi come il giudizio universale, e in meno di un istante il sole era sparito e il cielo era nero. Cercai di continuare a guidare, ma sentii il motore sfiatare, scoppiettare e alla fine spegnersi.
È difficile descrivere quanto buio ci sia nel mezzo di una tempesta di sabbia. Non è solo la mancanza di sole, nessuna luce riesce a penetrare per più di pochi piedi, prima che le turbinanti nuvole opache la uccidano. È rumorosa, con il vento e il suono di quegli asciutti granelli di terra sparati contro la macchina, ma è il genere di rumore che, dopo un po’, comincia a sembrare silenzio. Facemmo del nostro meglio per sigillare ogni fessura nei finestrini o nel telaio, e tenere fuori la polvere più che potevamo, e poi restammo lì seduti, sentendoci come se fossimo le ultime persone ancora in vita, sepolte nella nostra bara di metallo.
Cercai di dire qualcosa a Harry, di rassicurarlo, ma aprire la bocca significava solo far entrare altra polvere, e stavo già tossendo abbastanza da andare in panico. Quindi restammo seduti lì, in quello che sembrava silenzio per più di un’ora, cercando di non pensare alla tempesta, o al povero contadino dell’Oklahoma che stava morendo sul nostro sedile posteriore. Semplicemente aspettammo.
A un certo punto Stefan deve essere finalmente morto. Lo so perché quando ricominciò a parlarci, non c’era modo che potesse fare quei rumori a mano che non avesse la gola completamente piena di sedimenti. Le parole erano basse, insistenti ed emesse in spasmi dal suo corpo intasato di fango come un terremoto. Non ricordo cosa disse, non esattamente. Mi viene in mente solo in quei sogni di sabbie mobili, in cui sento la terra inghiottirmi per sempre. Stava facendo delle promesse, penso. Ci prometteva che quando il cielo sarebbe caduto e sarebbe diventato un’eternità di fango, avrebbe scavato un posto per noi nel cuore del per sempre sepolto. Ci avrebbe mostrato… l’amore di “Asfissia”.
Ancora non riuscivo a vedere niente, ma sentii la sua mano sul mio viso, calda e asciutta e ruvida, e cercai di urlare, ma questo faceva solo entrare più polvere. Harry sì che urlò, però, e potevo sentire una collutazione dietro di me, grugniti e suono di carne che colpiva terreno, poi il suono di una portiera che si apriva, e poi un'improvvisa folata di vento e pietrisco. E poi si chiuse di colpo, e stavo di nuovo sedendo immobile nel silenzio della macchina. A parte il fatto che quella volta ero solo.
Non ho più mai visto Harry Eisenhard. Quando la tempesta finalmente passò, passai ore a cercarlo, ma era sparito. Trovai il corpo di Stefan, però, a circa venti metri di distanza, così incrostato di terra che a malapena sembrava ancora umano. Domenica Nera, chiamarono quella tempesta, e Harry non fu lontanamente l’unica vittima. Fu considerato disperso, ufficialmente compianto dallo staff della Associated Press, e poi non se ne parlò più. Vorrei poter dire di più su di lui, ma onestamente, non avevamo lavorato molto insieme. Tutto ciò che so è che fu preso da Stefan Brotchen, e che questo successe dopo che Brotchen era morto. Quando tutto ciò che lo rendeva umano era stato soffocato, e l’unica cosa rimasta a muoversi e parlare dentro di lui era quella terribile polvere assassina.
GERTRUDE
[Sospiro] Hmmm. Commenti conclusivi.
Basandomi sulla storia di Boise City e le sue fallaci radici, forse mi sarei aspettata che ci fosse qualche aspetto della Spirale al lavoro in quel luogo, ma la sua singolare posizione al centro del Dust Bowl sembra in effetti fortemente indicare un’altra forza evidentemente all’opera. Ho avuto dei sospetti riguardo a dove concentrare i miei sforzi, e la natura delle pseudo-profezie date dalla polvere dentro Stefan Brotchen sembra confermarli. In tal senso, sto esaminando faglie e dati sismici da -
[Bussano alla porta]
[Getrude sbuffa]
[Assume una voce in qualche modo più gracile] Sì?
[La porta si apre]
MICHAEL
Ah, signorina Robinson, ho, um, trovato la dichiarazione del signor Vargas che mi aveva chiesto. Beh, uh, ho trovato la traduzione. Avevo, avevo già l’originale ma, sa, non, non, non pensavo la volesse in spagnolo. [Risatina nervosa] A, a, a meno che lei non parli spagnolo?
GERTRUDE
[Un po’ bruscamente] No, non lo parlo. E grazie Michael.
MICHAEL
Certo. Um, beh, c’è, c’è altro di cui ha bisogno?
GERTRUDE
Um… No, no. Non al momento.
Grazie.
MICHAEL
Bene, beh, se ha bisogno, uh, installeranno quel magazzino a controllo climatizzato… quella cosa, nel fine settimana, quindi sto, sto, sa, sto mettendo tutto insieme.
GERTRUDE
Sì. Sì, me lo ricordo.
MICHAEL
Bene.
Beh, mi chiami se le serve qualcosa.
GERTRUDE
Grazie, Michael, lo farò.
[La porta si chiude]
[Con voce normale] Bene. Queste ricerche aggiuntive hanno ulteriormente consolidato la mia convinzione che il Nord America sarà il punto focale per il Sepolto. Ora si tratta solo di restringere la geografia specifica, e per questo potrebbe essere sufficiente monitorare i giusti movimenti di forniture e persone. Non sono ancora completamente convinta degli Stati Uniti per la Caccia, ma quello difficilmente è altrettanto urgente.
Per il Sepolto, comunque, sto elaborando quello che potrebbe essere un piano molto efficace. Supponendo, ovviamente, che i miei sospetti su Jan Kilbride siano corretti, e questo dovrebbe essere abbastanza facile da determinare una volta che sarà tornato sulla Terra. Considerando quello che probabilmente gli è già accaduto lassù, mi sento quasi… male, ma ci vorranno ancora dieci anni prima che io mi possa permettere una coscienza.
[CLICK]
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ARCHIVISTA
Io, um… Io… Bene. Bene, io -
La mia testa è… Quello era Michael. E - Era... Era Michael. C-come… Come era Michael? Lui - Quella cosa, quella cosa non ha mai…
Gertrude conosceva Michael. Era uno dei suoi assistenti, ma, ma, ma questo non ha alcun senso. Quella cosa che si fa chiamare Michael, quello non - non - non sembra sia mai stato umano. Allora cos’è successo al vero Michael? L’ha -
Voglio dire, quella non è proprio una domanda, vero? Lui è morto, e probabilmente a causa di Gertrude. Ancora non riesco a capire da che parte stesse davvero. O anche solo se stesse giocando lo stesso gioco.
Non importa. Tutti quelli che le si sono avvicinati… sembra che sia… sia andata male. I suoi assistenti, Gerard, Leitner, Elias, anche se non penso che Gertrude abbia avuto niente a che fare con il suo marcire. Ma Michael… Ha preso quella forma solo per me? Sapendo che a - a un certo punto avrei indagato di più su Gertrude? COSA DIAVOLO SEI?
…
No. No, mai quando lo chiami.
Solo una porta. Così tante di queste storie, queste, queste persone toccate da… Una volta che sei sulla strada per diventare un most- un avatar, sembra che diventi sempre più nocivo starti intorno. [Sospiro profondo] Penso… Penso di dovermene anda-
[La porta si apre]
GEORGIE
Uh, Jon, mi hai chiamata? Ero nello studio, ma ho pensato di averti sentito urlare.
ARCHIVISTA
Oh, uh, no, era un falso allarme.
GEORGIE
Okay, uh, certo. Tutto bene?
ARCHIVISTA
Sì, io… Senti, senti, pensavo -
GEORGIE
Sei sicuro? Sembri un po’ -
ARCHIVISTA
No, sto bene!
GEORGIE
No, davvero, stai proprio sudando.
ARCHIVISTA
Senti, G-Georgie, devo andarmene.
GEORGIE
Umm... sì. Pensavo stessi cercando un posto. Sai, ora, ora che hai di nuovo uno stipendio.
ARCHIVISTA
No, io, io intendo ora.
GEORGIE
Cosa, ora ora? Sono tipo le cinque del pomeriggio.
ARCHIVISTA
Do-Domani, allora. È.. È-È solo… È solo che non mi piace stare qui.
GEORGIE
Beh grazie.
ARCHIVISTA
Sai che non intendo quello. Mi sembra di starti mettendo in pericolo.
GEORGIE
Beh, sì. Lo stai facendo. È comparsa un’orribile cosa a manichino.
Ho dovuto cambiare le lampadine.
ARCHIVISTA
Già. È quello il punto!
GEORGIE
Ti ho detto che mi sta bene. Almeno finché non ti sarai rimesso in sesto come si deve. Non te la passi bene. Continui a chiedere scusa e a dire che cambierai, ma è sempre la stessa storia. Se te ne vai, penso che possa solo peggiorare, e non è quello che voglio.
ARCHIVISTA
Lo appre - voglio dire - io non... Georgie, non puoi letteralmente provare paura! Sei sicura che non sia per quello che -
GEORGIE
Non dirlo! Okay. Sono ben consapevole della mia situazione. Non fa di me un’idiota. E non significa neanche che ho un istinto suicida.
ARCHIVISTA
È che… Perché insisti così tanto a tenermi qui?
GEORGIE
Perché stai cercando di tagliare i ponti con tutti e questo… questo va davvero male. Senti, qual è stata l’ultima volta in cui hai parlato con qualcuno che non fossi io?
ARCHIVISTA
È… Ho… Ho - Ho - parlato con Martin qualche… qualche, qualche settimana fa…
GEORGIE
Hai parlato con lui? O è stato lui a parlare con te, mentre tu cercavi un modo di scappare?
ARCHIVISTA
Io…
GEORGIE
Senti, sei preoccupato. Lo capisco. Ma se pensi davvero che ti stai trasformando in qualcosa di… disumano, hai bisogno di gente vicino. Ti servono delle ancore.
ARCHIVISTA
Tutte le mie “ancore” sono invischiate tanto quanto me.
GEORGIE
Beh, ti servono comunque.
ARCHIVISTA
[Sospiro] Forse hai ragione. Sentirò gli altri. Parlerò come si deve, vedrò se posso aiutare con il, uh, con il nuovo stile manageriale di Elias. Ma non starò qui. Se succedesse qualcuno a te, o, o Dio non voglia, l’Ammiraglio, perché io ero qui -
GEORGIE
Va bene, d’accordo. Voglio dire, sei un uomo adulto, vuoi andartene, trovarti un hotel, non posso impedirtelo. Solo… fatti sentire, va bene? Sai, "non diventare un estraneo”.
ARCHIVISTA
Georgie.
GEORGIE
Oh andiamo, quella era una classica Barker.
ARCHIVISTA
È solo che non sono dell’umore.
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[Suono ovattato della strada]
BREEKON
Scusaci.
HOPE
Sei tu Jonathan Sims?
ARCHIVISTA
Sì, per-? Oh, mer-
[L’Archivista esclama e tossisce quando gli viene tirato un pugno]
BREEKON
La signorina Orsinov vuole vederti.
HOPE
Dice che ha cambiato idea.
[Lo sportello di un furgone si apre, l’Archivista è gettato dentro mentre respira affannosamente]