Un’infermiera dell'ospedale della mia città, per altro una cara amica, mi ha chiamata oggi disperata: il reparto dei bambini malati terminali è rimasto senza un Babbo Natale. Così ho convinto mio padre a vestirsi ed insieme siamo andati a portare un po’ di gioia in un'ala, quella più buia, dell'edificio.
4 anni. In coma da due giorni in seguito ad un intervento al cervello. La madre mi ha chiesto di avvicinarmi e di parlargli, insieme a Babbo. Io all’inizio, tra l'imbarazzo e la situazione a me estranea, non ho saputo cosa dire. Poi le parole sono sgorgate dalla mia bocca, come se fossero sempre state lì, in attesa di essere pronunciate. Gli ho parlato di ciò che succede in questi magici giorni. Le persone si accendono, in un modo o nell’altro. Si accendono le strade, le case, le vetrine. Anche i cuori delle persone lo fanno. Tutto brilla, tutto è scintilla, tutto è luce. Anche lui è luce. Ed è arrivato il momento che si accenda, che brilli e che faccia vedere a tutti quanto ha di più magico questa notte.
7 anni, tumore al fegato. 3 mesi di vita. Ludovica è corsa incontro a Babbo, l’ha abbracciato, rideva. Ha fatto tante foto ed ha tenuto sù un sorriso fantastico. Un’iniezione di vita, più che un sorriso. Una bastonata alla morte, quando si trovano anime capaci di riderle in faccia.
5 anni, sotto chemioterapia, cancro ai polmoni. 2 mesi di vita.
Andrea ha guardato babbo e gli ha chiesto come mai portasse la barba tanto lunga. Così ha chiesto in dono un paio di forbici, per il 25. A cosa sono servite? A sbarbare babbo che, poverino “con quella barba non vede niente!” Il magico ciuffo di barba bianca di babbo adesso è ancora in mano al piccolo Andrea.
Molti altri bimbi ci sono stati e molte e altre storie meriterebbero di essere raccontate.
Penso di non avere mai visto persone così tanto aggrappate alla vita in momenti in cui di vita non ce n’è più.
Ed è facile sentirsi meschini di fronte a certe storie. È facili sentirsi almeno un po’ in colpa per averlo pensato, anche solo una volta, per aver pronunciato il fatidico “io non ce la faccio più”, per poi lasciarlo in sospeso, lì, nell'atmosfera di una vita che non ci piace e che non sappiamo apprezzare.
Lasciate che per una volta siano i bambini a insegnare qualcosa.
Fate come Michele, ragazzi, accendetevi. Non fatevi spegnere dalle sofferenze. Continuate a sperare, a parlare a quella parte morta di voi, ad incentivare il suo risveglio in tutti i modi possibili.
Fate come Ludovica e abbracciate con gioia le cose belle che avete intorno. La felicità è a pochi passi da voi e soprattutto sta nelle cose più semplici.
Fate come Andrea e trovare la magia che si nasconde nelle cose più piccole, in un ciuffo di barba, in un piccolo abbraccio, in un sorriso. Trovate la scintilla di luce nel più profondo dei baratri e andate avanti sempre e comunque, perché qualcosa di bello, questa vita, ce la riserva ancora.
Perché i bambini l’hanno aspettato, Babbo Natale, fino alla sera del 25, forse l'ultima. E come è arrivato per loro, arriverà anche per voi. Quindi aspettate il vostro Babbo Natale e iniziate a capire che più il tunnel della disperazione è profondo e scuro, più la voglia di vivere dovrà aiutarvi a brillare e saltare ancora più in alto.