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L’INTERPRETAZIONE DEI SOGNI
Freud aveva chiamato il sogno “dramma onirico” per la sua capacità di mettere in scena l’inconscio, non c’è quindi molto da stupirsi se Stefano Massini ha pensato di adattare per il palcoscenico uno dei libri più importanti del XX secolo, “L’interpretazione dei sogni” di Sigmund Freud. Non era un’operazione facilissima, ma Stefano Massini, probabilmente il più grande autore italiano di teatro contemporaneo e, forse, non solo italiano, riesce nell’impresa con questo suo impeccabile testo in scena fino ad oggi al Teatro Streheler di Milano. Dopo aver visto “Lehman Trilogy”, epopea della nota famiglia ebrea newyorkese, restavano pochi dubbi sul grande talento di Massini, completamente a suo agio nella scrittura teatrale. Dice l’autore : “...Ho voluto ricreare in queste pagine il falso storico di un quadernetto di appunti di Freud, quel quaderno di cui egli stesso ci racconta a più riprese l’esistenza, ma che nessuno ha mai potuto leggere...”. Nelle tre ore dello spettacolo Massini-Freud ci raccontano di sedute di psicanalisi, di pazienti e di sogni, anche dello stesso Freud. La teoria psicanalitica si dipana sul filo del racconto dei protagonisti: Tessa W., Wilhelm T., Greta S. Ludwig R., Oskar K. e tutti gli altri. La teoria è talmente nota che non val la pena darne spiegazione qui, anche se, alla luce delle tante interpretazioni freudiane posteriori e alla luce delle riletture junghiane o groddeckiane, il racconto de “L’interpretazione dei sogni” ha il sapore e l’ingenuità della scoperta, ma nello stesso tempo la fragranza unica del canovaccio originale. Apprezzabile la regia di Federico Tiezzi a cui bastano pochi tocchi di bacchetta magica per evocare l’Austria Felix, quella di Francesco Giuseppe prima e di Mahler, Schnitzelr, Hofmansthal, Klimt, Kraus, Loos, più tardi. La psicanalisi nasce in un clima di grande fermento culturale, ma anche in mezzo a sospetti e diffidenze, basti ricordare “en passant” cosa diceva di essa il grande moralista Karl Kraus: “La psicanalisi è quella malattia di cui si crede essere la cura”. Si sogna solo ciò che si desidera, dirà Freud ( “e ciò che si teme”, avrebbe aggiunto il compianto Franco Fornari, mio docente all’università); il sogno sembra essere, nella Vienna di quegli anni, la nuova frontiera della conoscenza e Massini e Tiezzi restituiscono appieno la temperie di quegli anni favolosi. La scenografia di Marco Rossi, austera nel primo atto, scade un po’ nel secondo, quando lo scenografo sembra voler omaggiare Adolf Loos con una ricostruzione della clinica un po’ troppo anti-decorativa. Molto azzeccato invece, in apertura, l’accenno alla schonberghiana “Verklarte Nacht”, solo un accenno di poche note, che fanno da contraltare al prevedibile valzer straussiano. Uno spettacolo che lascia il segno e che lancia Stefano Massini nel Parnaso della grande drammaturgia contemporanea.
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