Oswaldo Guayasamin
Eichmann
1963

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Oswaldo Guayasamin
Eichmann
1963
The Jews are coming: series 1 episode 1: Eichmann's execution
A scene from "Conspiracy" (HBO).
«Durante el interrogatorio policial, cuando Eichmann declaró repentinamente, y con gran énfasis, que siempre había vivido en consonancia con los preceptos morales de Kant, en especial con la definición kantiana del deber, dio un primer indicio de que tenía una vaga noción de que en aquel asunto había algo más que la simple cuestión del soldado que cumple órdenes claramente criminales, tanto en su naturaleza como por la intención con que son dadas. Esta afirmación resultaba simplemente indignante, y también incomprensible, ya que la filosofía moral de Kant está tan estrechamente unida a la facultad humana de juzgar que elimina en absoluto la obediencia ciega. El policía que interrogó a Eichmann no le pidió explicaciones, pero el juez Raveh, impulsado por la curiosidad o bien por la indignación ante el hecho de que Eichmann se atreviera a invocar a Kant para justificar sus crímenes, decidió interrogar al acusado sobre este punto. Ante la general sorpresa, Eichmann dio una definición aproximadamente correcta del imperativo categórico: “Con mis palabras acerca de Kant quise decir que el principio de mi voluntad debe ser tal que pueda devenir el principio de las leyes generales” (lo cual no es de aplicar al robo y al asesinato, por ejemplo, debido a que el ladrón y el asesino no pueden desear vivir bajo un sistema jurídico que otorgue a los demás el derecho de robarles y asesinarles a ellos). A otras preguntas, Eichmann contestó añadiendo que había leído la Crítica de la razón práctica. Después explicó que desde el momento en que recibió el encargo de llevar a la práctica la Solución Final, había dejado de vivir en consonancia con los principios kantianos, que se había dado cuenta de ello, y que se había consolado pensando que había dejado de ser “dueño de sus propios actos” y que él no podía “cambiar nada”.»
Hannah Arendt: Eichmann en Jersusalén. Debolsillo, págs. 199-200. Barcelona, 2014
TGO
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Neste segundo vídeo sobre o livro "Desobedecer", de Frédéric Gros, apresento mais algumas das considerações do autor sobre o caso de Adolf Eichmann e suas alegações de obediência ao regime nazista. Trago também os temas do consentimento, da desobediência civil, da obrigação ética e da dissidência cívica e termino com as considerações de Gros sobre as responsabilidades que decorrem da decisão entre a obediência e a desobediência, decisão que ninguém pode tomar em nosso lugar.
Durante il processo di Gerusalemme, Eichmann dichiarò a un certo punto di “aver vissuto tutta la sua vita secondo i precetti della morale Kantiana, in particolare in accordo all’idea Kantiana di dovere”. Richiesto di precisare che cosa intendesse dire, egli aggiunse, mostrando così di avere effettivamente letto la Critica della ragione pratica: “Quando ho parlato di Kant, intendevo dire che il principio della mia volontà dev’essere sempre tale da poter divenire il principio di leggi universali” (Arendt 5, p. 143).
Curiosamente Arendt, che pure ironizza su questa “versione di Kant per l’uso casalingo dell’uomo ordinario”, sembra ritenere che la tesi di Eichmann vada presa in qualche modo sul serio. “Buona parte della spaventosa precisione con cui fu attuata la soluzione finale […] si può appunto ricondurre alla strana idea, effettivamente molto diffusa in Germania, che essere ligi alla legge non significa semplicemente obbedire, ma anche agire come se si fosse il legislatore che ha stilato la legge a chi si obbedisce. Qualunque ruolo abbia avuto Kant nella formazione della mentalità della ‘povera gente’ in Germania, non vi è il minimo dubbio che in una cosa Eichmann seguì realmente i precetti Kantiani: una legge è una legge e non vi possono essere eccezioni”
Giorgio Agamben, Opus Dei. Archeologia dell’ufficio
I volontari furono condotti in un laboratorio dell’università, dove Milgram aveva realizzato un finto generatore di scosse elettriche dotato di trenta interruttori che, progressivamente, erano capaci di somministrare scosse di intensità sempre più alta. Sotto ogni gruppo di 4 interruttori apparivano le seguenti diciture: (1-4) scossa leggera, (5-8) scossa media, (9-12) scossa forte, (13-16) scossa molto forte, (17-20) scossa intensa, (21-24) scossa molto intensa, (25-28) attenzione: scossa molto pericolosa, (29-30) XXX. Attraverso un sorteggio truccato, a tutti i volontari fu assegnato il ruolo di insegnante, mentre un gruppo di complici ottennero il ruolo dei discenti – dunque delle presunte vittime. A sovrintendere all’esperimento simulato era “lo scienziato”, un insegnante di biologia – anch’egli complice – che avrebbe avuto dovuto dare gli ordini ai partecipanti all’esperimento e che per questo manteneva un comportamento severo e autoritario. Ogni discente fu legato con cinghie a una sedia e gli fu fissato un elettrodo al polso, e a ogni volontario fu fatto credere che l’elettrodo fosse collegato al generatore di scosse, facendogli provare la scossa teoricamente relativa alla terza leva (45V) in modo che si rendesse personalmente conto che non vi erano finzioni e che per quanto apparentemente bassa nella progressione già sortiva effetti poco piacevoli. I volontari furono poi accompagnati nella sala del generatore, allestita in modo che questi potessero vedere e ascoltare le reazioni dei discenti quando venivano inflitte loro le scosse. A ogni volontario-insegnante fu poi ordinato di svolgere un test che consisteva in varie fasi. Nella prima, bisognava leggere alcune coppie di parole al discente, come ad esempio “giornata serena”, “scatola azzurra”, “ragazza triste”. Nella seconda fase, l’insegnante doveva ripetere la seconda parola di ogni coppia precedentemente enunciata – in questo caso “serena”, “azzurra” e via dicendo – accompagnata da quattro parole alternative; tra queste era inserita la parola presente nella coppia originaria. Il discente, a questo punto, doveva ricordare quale tra le quattro parole era corretta, cioè quella che ripristinava la coppia enunciata dall’insegnante nella prima fase del test. Se la risposta era esatta, il test poteva procedere normalmente; in caso di risposta errata, l’insegnante era invece tenuto a comunicare al discente la risposta corretta e, per punizione, somministrargli una scossa elettrica via via sempre più elevata – di 15 volt (V) in 15 volt, fino a un massimo di 450. Per rendere l’idea: la soglia di tensione minima considerata pericolosa è di 120 V in corrente continua e 50 V in corrente alternata; tuttavia ai volontari era stato garantito che le scosse non avrebbero prodotto danni permanenti. A ogni discente fu detto di rispondere in maniera errata a una domanda su quattro, di modo che l’esperimento potesse procedere secondo protocollo e che gli insegnanti dovessero applicare un certo numero di scosse. Arrivati alla scossa da 300 V, i discenti iniziarono a emettere urla e lamenti simulati, che avrebbero dovuto essere causati dal dolore; alcuni poi iniziarono a picchiare contro il muro, supplicando lo scienziato e l’insegnante di porre fine al test. Durante tutto l’esperimento, lo scienziato aveva il compito di incoraggiare l’insegnante a continuare con la somministrazione delle scosse; quando qualcuno di loro mostrava esitazione, lo scienziato pronunciava frasi come “è indispensabile che lei continui”, “non ha altra scelta, deve proseguire”. Quando l’insegnante rifiutava di proseguire – anche di fronte alle più severe esortazione dell’autorità – l’esperimento terminava. I risultati ottenuti da Stanley Milgram furono stupefacenti, e segnarono un passo fondamentale nell’ambito degli studi sul concetto di obbedienza all’autorità. Milgram dimostrò infatti che il 100% dei partecipanti era stato disposto ad applicare scosse fino a 300 V, che il 35% aveva somministrato scosse tra i 300 e i 375 V ma si era rifiutato di andare oltre e che, infine, il 65% aveva invece continuato fino all’ultimo, raggiungendo la massima intensità. La maggior parte dei partecipanti aveva dunque scelto di proseguire – obbedendo agli ordini dello scienziato – non solo di fronte alle urla strazianti dei discenti, ma anche quando questi smettevano di lamentarsi e simulavano un malore.
Dire che le persone normali non compiono azioni crudeli è falso. Un esperimento del ‘61 lo dimostra.
“Eichmann”
Rorschach #11 (October 2021)
Tom King, Jorge Fornés and Dave Stewart
Black Label / DC Comics