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Da “L’esercito delle cose inutili”
La vecchiaia degli eroi
Un contributo di Paola Mastrocola.
E gli eroi?
Gli eroi non sono immortali, ma non vogliono la vecchiaia. In genere non la scelgono. Quando Achille decide il suo destino, opta per una vita breve: vuole morire giovane, con gloria. E poco importa se poi, da morto, quando Ulisse lo incontra nell’Ade, dice che si è pentito e che era meglio vivere come un oscuro contadino ma a lungo. Ormai è fatta, e Achille sarà per sempre l’eroe che muore giovane.
Ulisse invece…?
Vecchiaia e immortalità nella mitologia
Un contributo di Paola Mastrocola. Il suo ultimo libro è L’amore prima di noi, pubblicato da Einaudi.
La vecchiaia nella mitologia antica? Ma, non ne trovo traccia… Quanti anni hanno Orfeo, Narciso, Fedra, Circe? Non ce lo chiediamo mai, perché forse… non hanno anni! Gli dei sono eterni, e gli esseri umani, nel mito, pur essendo mortali sembrano esseri senza tempo.
Gli dei non sanno nemmeno cosa sia la vecchiaia. Quando s’innamorano di noi non pensano che siamo destinati a diventare vecchi: pensano che, ahimè, a un certo punto moriremo; e questo li disturba, incrina la loro olimpica s-pensieratezza. Quindi ci offrono subito l’immortalità e per loro finisce lì, hanno risolto il problema che duriamo poco, siamo labili e transitori e un giorno, morendo, li faremo soffrire. Per non soffrire, ci vogliono eterni come loro. Aboliscono il tempo anche per noi.
Ma compiono un errore. Prendiamo Eos, la dea Aurora. S’innamora di Titone e chiede a Zeus di dargli l’immortalità. Zeus tentenna, le chiede se è proprio sicura. Certo, sicurissima. Ma si dimentica di chiedere anche la giovinezza eterna, così Titone invecchia per l’eternità, a dismisura. (A rigor di logica, dovremmo pensare che è ancora lì da qualche parte che invecchia, non smette mai…). Diventa un vecchio senza fine, rinsecchisce, rimpicciolisce, si scarnifica, è solo un sacchetto vuoto di pelle dura, trasparente. Un insetto. Eos torna da Zeus, a chiedere pietà. Non riesce a vivere con quel vecchio, è orribile. E Zeus per pietà lo trasforma in quel che è già diventato. Un insetto: una cicala. Da allora Titone è tutte le cicale che rallegrano le nostre estati, e lo è per tutte le estati che verranno, per sempre.
La nostra vecchiaia, per gli dei, è un errore di percorso. E una loro imperdonabile dimenticanza.
#sorrisi
Paola Mastrocola
Si dipingono solo cieli e mari all’inizio, da piccoli. Da giovani. Il mondo è così semplice, fatto solo di quelle due cose lì, una meraviglia. Poi con gli anni nella tela entrano le case, le strade, le auto, nebbie, rumori, persone – belle, brutte, buone, cattive- animali – feroci, miti, selvaggi- mobili, divani, tende, scarpe, scarpiere.. non ce ne accorgiamo ma entrano tutte queste cose, anche con un po’ di prepotenza. Vuol solo dire che siamo diventati grandi. La nostra tela si riempie fino a che straborda. Ma all’inizio no. All’inizio della vita è tutto diviso solo in due: o è mare o è cielo, non esiste altro. La terra non esiste quando sei giovane.
P.Mastrocola, Non so niente di te, Einaudi, 2013
Non si trattava di presunzione, semmai di un eccesso di amore. Amava talmente quel ragazzo che pensava di sapere tutto di lui. Come se l’amore fosse conoscenza… che ingenuità! In genere è il contrario: l’amore offusca ogni chiarezza. Non capiamo mai bene coloro che amiamo, proprio perché li amiamo.
“Non so niente di te” di Paola Mastrocola
“Vi dico quello che succede oggi, normalmente, quando per esempio in classe leggiamo Pirandello o Svevo, o Kafka o Montale. Succede che in ogni momento può levarsi la voce di un allievo che dice: a me non piace, per me scrive male, non si capisce niente, mi fa schifo, racconta storie senza senso, perché lo leggiamo? Oppure succede che, quando durante l’interrogazione di italiano sui Promessi sposi chiediamo all’interrogato di parlarci del personaggio di Renzo, egli ci dica, seduto sulla sua sedia alla cattedra: Renzo mi piace un sacco perché a quel don Rodrigo vuole anche spaccare il muso, se ci riesce! Qui son successe due cose, entrambe gravi secondo me (a parte l’uso della lingua e la capacità espressiva, andati in frantumi…). Cercherò di spiegarvele. Prima cosa: nessun autore è più autorevole, ma, in compenso, tutti gli studenti sono competenti. Ha vinto il modello radiofonico-televisivo: io ti chiedo la tua viscerale opinione, e tu mi rispondi la prima cosa che ti passa per la mente, va tutto bene. Il risultato è che chiunque può dire che Proust è un cretino, se non gli piace come scrive: pur non avendo l’autorevolezza per dirlo, è autorizzato a dirlo. Tutti i grandi autori della letteratura mondiale sono perfettamente criticabili da qualsiasi anonimo quindicenne di periferia, che non li ha mai letti e magari non sa neanche scrivere mezza pagina in italiano corretto. Non importa. Tutti sono uguali e tutti hanno libera facoltà di parola e di giudizio. Alla radio come a scuola, fa lo stesso. La cosa triste è che costoro hanno assunto la spudorata sicumera di chi ha la certezza dei propri diritti, e neanche l’ombra di un qualche dovere o responsabilità o limite. Ah l’uomo che se ne va sicuro – scriveva Montale – e l’ombra sua non cura che la canicola stampa… I loro interventi sono, appunto, s-pudorati, s-facciati. Senza faccia, senza pudore, senza freni, senza mai la minima sospensione dubbiosa. Senza soggezione… Tutti si permettono di dire, per esempio, che Tolstoj è noioso. Tolstoj, l’autore di Guerra e pace, Anna Karenina, La morte di Ivan Il’ič… (…) E arriviamo alla seconda cosa grave che, secondo me, è successa: è inesorabilmente saltato il codice. Il codice di accesso, una qualche barriera che ci poneva al di qua ed esigeva, da parte nostra, una qualche conoscenza e capacità. Esiste un codice della letteratura, una specie di chiave di accesso che ci consente di entrare in un libro e capire su quali regole si muova, e capire anche la differenza tra un libro sui vampiri e un libro di Buzzati. Per le materie scientifiche e tecniche è più facile, il codice esiste ancora: nessuno oserebbe dire la propria «opinione» su Einstein, nessuno direbbe mai che la sua teoria della relatività è stupida, o non si capisce, o non piace o è noiosa. Per Pirandello e Tolstoj invece sì, succede normalmente: chiunque può dire non mi piace. Pirandello è uno di noi, perché è solo un letterato, e il codice della letteratura è saltato, nessuno lo possiede più, tutti sono letterati, basta fare una scuola di scrittura, basta scrivere su un blog, mettere un testo in Rete. Se il mondo ti dice che anche tu puoi scrivere poesie; se il mondo (la radio, la tivù, ma anche la scuola) chiama poesie le cose che ti sei provato a scrivere, è normale che tu ti senta in diritto di denigrare Eliot, Pound, Majakovskij: lo fai perché ti senti uguale a loro. O meglio, è ancora più grave: nessuno sa che si deve possedere un codice per entrare. Non gli è mai stato detto. E così entra, e non capisce come comportarsi. Faccio un esempio: negli ultimi sei o sette anni (prima no), quando do da leggere La metamorfosi di Kafka succede questo, che i ragazzi si mettono a ridere e dicono che non è possibile, non s’è mai visto che uno si svegli al mattino e si ritrovi insetto, l’autore dà di matto, la sua storia non ha senso. Ecco, è successo che nessuno sa più leggere Kafka, perché nessuno sa più che leggere Kafka non è la stessa cosa che parlare sul pianerottolo con la vicina di casa o leggere una ricetta di cucina o guardare C’è posta per te. Bisognerebbe sapere che Kafka è letteratura, e che per leggerlo è bene attrezzarci di tutti quei mezzi (simbolici, per esempio) che ci sono necessari per leggere letteratura. Altrimenti, Kafka davvero diventa un pazzo paranoico, e la storia di Gregor Samsa una vera idiozia. ”
— Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo