Una volta mi sono spaventata. Stavo a casa di mia madre, al freddo, a fare sciocchezze, giusto per calpestare quel marmo e mettere le mani in quei cassetti, e nel frattempo che consumavo gesti inutili attorno a me, ho aperto il balcone e ho messo la gabbietta con dentro l'uccellino, in direzione del sole. Lui già cantava. Appena io entro in quella stanza, lui canta.
Fa troppo freddo, qua dentro! avevo pensato. Avevo cambiato semi, acqua, spicchio di mela, sabbiolina e poi me ne ero andata in giardino dal cane. Ed ero andata a controllare, dietro, anche madre gatta e figli gatti. Avevo dato cibo a l'uno e agli altri. E mi ero sporcata le mani, e me le ero lavate sotto un getto d'acqua che neanche un ruscello d'alta montagna può essere così, tanto era ghiacciata. E avevo fatto anche una pipì, forse per via di quel freddo che mi strizzava i reni, non solo i pori, i muscoli, il cuoio capelluto. E allora all'uccellino non ci ho pensato più.
Dopo un certo tempo che non saprei se misurare in minuti o in mezzorette, sono tornata in quell'unico spicchio di stanza assolata e l'ho trovato gonfio, come una palla di piumette, senza corpo, senza forma, solo una gonfia morbida palla con un accenno di becco.
Ho cominciato a temere, e a sudare. Tutta la stanza accaldata buttava calore e si gonfiava, e quella luce bianca che rimbalzava tra le pareti e terminava il suo giro dritto nei miei occhi, mi pareva francamente una esagerazione per una casa disabitata.
Allora ho telefonato a mio fratello, che fa il dottore, con un certo allarme, che io ho sempre, quando lo chiamo, a prescindere della gravità della domanda, come se l'emergenza, non so, fosse una specie di imprinting nella comunicazione con lui.
E allora lui, rassicurante, come sempre, e con anche una leggera sfumatura di amorevole accondiscendenza, sì, insomma, la stessa che si adopera coi pazzi a cui sei affezionato, mi ha detto con parole semplici e buona dizione, che no, non mi dovevo impressionare. Che gli uccellini così fanno. Si gonfiano per far entrare calore, se fa troppo freddo. Oppure si gonfiano per disperderlo, se ne hanno incamerato troppo. Loro si regolano. E che di certo doveva essersi verificata una delle due condizioni.
Va bene, ciao. Avevo detto. Ciao. Mi aveva risposto lui. Con quel po' di fretta che ha lui sempre quando conclude una conversazione con me, come se gli stessi rubando via gli ultimi istanti di vita, e avesse cose molto più urgenti da fare.
Ho riposto l'uccellino al suo posto, le sedie intorno al tavolo, le carte sporche nel secchio, le forbici e due matite sul mobile lungo, la pezza bagnata in cucina, l'uccellino è tornato in pochi istanti a forma di uccellino, la stanza a forma di stanza, le mie mani ferme, e l'aria di ghiaccio.
Devo imparare da lui. Ho pensato. A regolarmi, intendo.