“Genitori malvagi” – Dario Lampa
Oggi la galassia artistica ha perso il suo più luminoso figlio, la sua fulgida stella.
Nella notte si è spento Dario Lampa. I medici hanno dovuto staccare la spina al grande maestro della Neon-Art e delle lampadine ad effervescenza, all’uomo che ha causato il memorabile blackout di tutto il sudest asiatico quando ha acceso la sua riproduzione a grandezza naturale del Burj Khalifa realizzata interamente con luci natalizie.
Stimatore, sostenitore e pigmalione di Rodlok, ha voluto lasciarci in eredità l’ultima sua fatica, forse la più grande, forse la più estrema, sicuramente la più illuminante.
Il titolo dell’opera è tutto un programma, come si suole dire: “Genitori Malvagi”, un geniale quanto estroso autoritratto, chiaramente surreale, che vuole rammentare la meschinità di suo padre e sua madre quando hanno scelto il suo nome e quello dei suoi gemelli: Dina e Scione. Da sempre i figli Lampa sono stati oggetto di scherno tanto da indurre i fratelli dell’artista a trasferirsi a Vaduz. Dario invece, in tutta la sua imponenza e tracotanza, non si è mai piegato alle angherie ergendosi dinanzi ai soprusi, diventando il luminoso luminare della corrente neonista e inventore della famosissima Festa delle Luci di Portobuffolè (TV) poi copiata da Lyon: come riprova della sua forza d’animo, come ultimo gesto, come calcio sui lobi alla stronzaggine popolare, ci lascia questo onirico e autoironico autoritratto con il quale seppellisce l’ascia di guerra lasciandosi la scia liscia di pasci e sciamanici sciami alle spalle.
Personalmente sono rimasto fulminato dallo sguardo dell’artista nascosto tra i meandri dell’opera, che incredibilmente sembra avvampare della stessa scintilla baluginata il 26 dicembre 2013, quando alla domanda “Maestro Maestro! Ci dica: come ha passato questo Natale?” posta inconsciamente da una giornalista evidentemente ubriaca, Dario ha risposto seccato: “PEDISSEQUO IO? GIAMMAI!”.
Ci mancherai.
Eliodoro Naso Tartarelli








