C’è questa storia che mi ha raccontato mia nonna un po’ di tempo fa. Di lei che era prossima al matrimonio con il suo grande amore, che è poi stato mio nonno, e della famiglia di lui che ha cercato in lungo e in largo una sua fotografia per consegnarla ad una maara del paese così che potesse maledirli e separarli per sempre. Mia nonna, per fortuna, e nonostante la sua bellezza, si era fatta fotografare poche volte.
Le maare, streghe di paese e donne misteriose, altro non erano dunque che grandissime stronze. Distruggevano matrimoni e piegavano gli uomini al loro volere. Li facevano impazzire, li rendevano peggio di marionette senz’anima. Riuscivano persino a costringerli a provare dei sentimenti: bastava una goccia di sangue mestruale nel caffè e il gioco era fatto. Immaginate quanti poveri maschi sono stati rovinati dal potere senza freni delle donne.
Che cattive, che paura.
Ma è una cosa che mi suona abbastanza familiare, questo dell’odio verso il genere femminile. L’idea che le donne siano malvagie è presente dagli albori dei tempi, e non è necessario tirare in ballo la storia della stregoneria per dimostrarlo. Pare che la donna istighi al peccato a prescindere: è qualcosa di insito nelle sue forme, così affermano i più, nello sguardo acuto o nella raffinatezza della sua intelligenza. Qualsiasi cosa tocchi diventa cattivo, muore, appassisce. Qui in Sicilia per dire, e questa è una terra in cui le cose non le mandiamo a dire eh, qua le diciamo esattamente per come stanno senza paura alcuna, qui in Sicilia fino a poco tempo alle donne con il ciclo veniva impedito di toccare le piante. “Le farai morire, sei immonda”, dicevano. Siamo figlie del diavolo, non per niente: portiamo la vita e, se vogliamo, anche la morte.
Ma non è proprio questo il contesto ideale, questo che vede noi donne come esseri inferiori ma dotate di straordinarie capacità di manipolazione, il contesto ideale in cui girare a nostro favore ciò che invece vorrebbe declassarci? In Sicilia, cinquanta anni fa -e forse anche tuttora- le donne non avevano altra funzione se non quella di procreare e fare da balia ai propri figli e a quelli degli altri; pulire la casa, servire gli uomini della famiglia, tenere gli occhi bassi e annullare la propria identità dentro quella del padre, del fratello, del marito. Era così per tutte le donne, ma solo una categoria si salvava. Quella delle streghe. Figure essenziali all'interno della società, intercedevano fra le cose terrene e quelle fuori controllo, e stavano giusto un gradino più basso dei preti, ma erano temibili molto, molto di più.
Le maare siciliane erano donne che non si accontentavano di vivere per inerzia, che non accettavano passivamente il destino e invece provavano a cambiarlo, con magie, incantesimi, orazioni e tutto ciò che era nelle loro possibilità. E non avevano scrupoli, sì, ma chi si era fatto scrupoli con loro?
Dalla mitologica Circe alle ragazze bruciate nei roghi dell’Inquisizione, passando per le maare del Sud e per finire con me, le streghe sono state la resistenza in una società che ha sempre guardato le donne con diffidenza e superiorità. Ed è per questo che della mia identità di strega io non mi vergogno. Anzi ve la voglio raccontare tutta qui, nero su bianco.
"Questa pagina non ha scopo di lucro, diffonde la Cultura Napoletana e Meridionale nel Mondo"
CAMPANIA FELIX
ANTROPOLOGIA DELLE ANIME PEZZENTELLE:
"ORAZIONI, INTERCESSIONI E LA GERARCHIA DELLE ANIME"
a cura di #NunzianteRusciano
Il fiume del purgatorio
Ciascuno dei luoghi di culto ha un’anima considerata più importante e quindi oggetto di maggiori cure rituali da parte dei devoti. A S. Maria del Purgatorio ad Arco quest’anima è Lucia, detta anche la Principessa; a S. Maria della Sanità il Cavaliere; a S. Pietro ad Aram il Signore abbandonato e Candida. Quest’ultima è identificata spesso
con la figura della Lavandaia che è simbolo delle anime purganti che si mondano dei propri peccati lavandosi il sudario fino a che la tela non sia divenuta “lustralmente” candida.
Il fiume del purgatorio è anche rappresentato sul presepe. Tutti i pastori sono anche simboli delle anime del purgatorio in cerca di purificazione. Sul presepe la lavandaia è collocata proprio vicino al fiume proprio per indicare il bisogno di purificazione delle anime.
La leggenda dell’anima offesa
La leggenda più nota è quella del Capitano e dei due Sposi che presenta diverse varianti. Quella più nota racconta di una coppia di sposi prossima al matrimonio di cui lui, il fidanzato, era mezzo ateo e non credeva alle anime del purgatorio. La sua fidanzata, invece, era fedele nell’andare al cimitero dalle anime abbandonate. Un giorno, poco prima del matrimonio, anche il fidanzato volle seguire la sua fidanzata, e si recò all’ipogeo portando con se un bastone. Quando il fidanzato si trovò davanti alle capuzzelle cominciò a deriderle. In particolare conficcò il suo bastone nell’orbita di una capuzzella che era proprio quella del Capitano, e lo sfidò dicendo: “Se veramente esisti ti invito al mio matrimonio”. Quando venne il giorno del matrimonio, tra gli invitati lo sposo ne scorse uno che non conosceva, vestito in uniforme da Capitano. Quando lo sposo si avvicinò per chiedere chi fosse, con grande meraviglia il misterioso personaggio affermò che era stato proprio lui, lo sposo, ad invitarlo. “Ma non ti ricordi di me”? – disse il Capitano - allora si aprì la giacca e lo sposo vide lo scheletro e si ricordò dell’oltraggio che aveva fatto al morto poco tempo prima. Fu tanta la paura che stramazzò al suolo e morì e con lui anche la povera sposa.
Questo racconto veniva fatto soprattutto per ammonire qualche incredulo che derideva il culto delle anime del purgatorio. Il fatto che conosca molte versione ci fa capire come era diffuso tra la gente del popolo di diversi contesti.
Il provvedimento del Tribunale Ecclesiastico
Se l’epoca post conciliare ha fatto registrare tante cose belle dal punto di vista della partecipazione dei laici alla vita della Chiesa, da un altro punto di vista ha innestato non pochi equivoci e contraddizioni. C’era, si, bisogno nella Chiesa di un aggiornamento, di una purificazione, ma certamente non di una rivoluzione. E, invece, sotto molti aspetti e in diversi campi, si è operata una vera e propria rivoluzione che ha inteso cancellare tutto quello che era Tradizione definendolo “errore preconciliare”. Come se la Chiesa prima del Vaticano II avesse solo commesso errori. Dopo il Concilio iniziava la vera Chiesa.
Una nuova ondata iconoclasta si è abbattuta soprattutto attraverso la riforma liturgica che è stata usata come una sorta di autorizzazione a rompere con la tradizione liturgica millenaria della Chiesa.
Erronee interpretazioni del vero spirito del Concilio Vaticano II che non ha mai inteso porsi in antitesi al cammino della Tradizione della Chiesa, hanno avuto come conseguenza la spoliazione di altari artistici, privandoli delle balaustre e delle suppellettili, la costruzione di altari moderni senza nessun rispetto per il patrimonio di fede millenaria che quell’arte conservava e che ha consegnato nei secoli alle altre generazioni. Questi eccessi hanno avuto come conseguenza non un risveglio della fede come si sperava, ma hanno dato vita ad un relativismo e ad una perdita del senso sacro e soprannaturale che precedentemente si respirava entrando in una qualsiasi chiesa. Una vera tempesta dissacratoria. Invece di portare qualche correzione e purificazione si è inteso scardinare tutto al grido di “modernità”!!!. In questo contesto di rivoluzione iconoclasta si pone il documento del Tribunale ecclesiastico della causa dei santi di Napoli del 26 luglio 1969, che proibisce di prestare il culto a resti umani di persone ignote. In esso si afferma:
“Le manifestazioni di culto che in alcune chiese della nostra arcidiocesi si rivolgono dai fedeli a resti di ossa umana variamente sistemate. Considerato che quei resti mortali non sono identificabili come appartenenti a persone storicamente conosciute di cui si possa provare la santità di vita nell’esercizio in grado eroico delle virtù soprannaturali (…) dichiara che le manifestazioni di culto rivolte ai resti umani variamente inumati in alcune chiese della nostra arcidiocesi sono arbitrarie, superstiziose e pertanto inammissibili”.
Con questo documento vengono negate l’autonomia e la specificità della cultura popolare nonché la sua straordinaria capacità adattativa e sincretica. Andavano certamente fatte delle correzioni, ma non bisognava proibire il culto centenario con la chiusura degli ipogei. Nei secoli il popolo ha sempre avuto un rapporto vivo e costante con la morte. Se oggi si cerca di nascondere il dolore e la morte, in passato non era così. La gente entrava in chiesa sapendo di incontrare lì anche i propri defunti. Le chiese erano tutte provviste di sepolture. La memoria degli antenati era più che mai viva. Il rapporto con la morte era continuo e poneva domande sul senso della vita ad ogni credente.
Recentemente questi ipogei sono stati nuovamente riaperti alla gente. Ma quanta memoria è stata cancellata. Quanti riti popolari ormai sono caduti nell’oblio insieme alle capuzzelle delle anime abbandonate.
Il presepe e le anime del Purgatorio
Forse non tutti sanno che i pastori del presepe tradizionale napoletano, oltre ad interpretare il ruolo proprio secondo il personaggio raffigurato, sono anche simbolo delle anime del Purgatorio. Si, avete capito bene. I pastori personificano le anime del Purgatorio che vanno in cerca del Salvatore. Ma andiamo con ordine.
Nella tradizione napoletana, che affonda le sue radici nelle più antiche credenze pagane sulle anime dei defunti, il due novembre, giorno dei morti, coincide con l’apertura delle porte degli inferi. A cominciare da quella data e fino al 6 gennaio, le anime dei defunti vagano sulla terra in cerca del
Salvatore. Per questo motivo, i pastori del presepe tradizionale napoletano sono fatti di creta e hanno tutti le braccia aperte, come gli oranti, e cercano la luce del Salvatore. La creta è simbolo delle anime del purgatorio. L’uomo è tratto dalla terra e ritorna alla terra con la morte. Così l’argilla, che passa attraverso il fuoco per essiccare, per diventare creta, diventa simbolo del fuoco purificatore del Purgatorio. Tutto l’impianto del presepe ricorda gli inferi. Infatti è costruito col sughero che ha forme contorte ed è poco illuminato. Solo piccole luci, come le fiammelle delle candele del cimitero, gli danno un certo chiarore.
Ci sono poi alcuni personaggi del presepe che, in particolare, sono simbolo della morte. Innanzitutto i poveri Mendicanti che come le anime del purgatorio hanno bisogno dell’aiuto della gente. Un tempo i mendicanti chiedevano l’elemosina invocando le anime del purgatorio: “Fate bene alle anime del Purgatorio”. Essi sono considerati vicari dei morti e soprattutto delle anime abbandonate, quelle di cui nessuno si ricorda. Facendo una offerta a un povero e dandogli da mangiare e bere, in questo periodo soprattutto, è come fare un atto di culto per le anime del purgatorio “o’ refrische”.
Da qui nasce la tradizione di fare i pranzi per i poveri nel tempo di Natale.
Abbiamo ancora il Mugnaio per il viso bianco per la farina e gli Orientali che invece all’opposto hanno il volto nero. Sono simbolo delle due fasi della morte. Quando si muore si diventa bianchi.
Con la putrefazione il corpo si fa scuro come il cartone. Anche i Bambini che da poco hanno lasciato il limbo prenatale sono simbolo della morte. Essi sono più vicini degli adulti al mondo infero che da poco hanno lasciato. Per questo motivo sono oggettodi particolari attenzione nel periodo di Natale. È un modo per imbonirsi le anime dei defunti. Ai bambini in particolare si fanno regali e si donano i dolci sia a Natale che alla Epifania.
I due Carabinieri o le due sentinelle sono simboli degli angeli carcerieri che hanno il compito di controllare le anime dei defunti che vagano tra i vivi dal 2 novembre al 6 gennaio.
La Tavola imbandita con le persone che banchettano è simbolo del banchetto rituale per i morti. Molte famiglie napoletane del passato, quando finiva il tempo di Natale dopo il sei gennaio, toglievano i pastori e mettevano nella grotta del Bambinello le statuette delle Anime del Purgatorio che vi restavano per tutto l’anno. Come a dire che dopo quella data tutte le anime ritornavano agli inferi.
(Preghiamo.org) Il Sacro Manto è un particolare omaggio reso a san Giuseppe, Patrono della Santa Chiesa, per onorare la sua persona e per meritare il suo patrocinio. Tradizionalmente il Sacro Manto si recita interamente ogni giorno per trenta giorni consecutivi (tipica è la recita nel mese di marzo, dedicato al Santo), in memoria dei trent’anni vissuti da san Giuseppe in compagnia di Gesù Cristo,…
Patriarchi della Antica Casa di Sion,
la costruzione del Terzo Tempio è terminata:
la casa della mia anima ospita nel Tabernacolo il Volto di Dio.
Profeti del Golgota,
le Orazioni hanno risvegliato il popolo dei morti:
orde ambulanti di cadaveri si riuniscono in Eucarestia.
Sacerdoti Immortali del Sinedrio,
la fede tace dinnanzi a la mia perfezione:
che di Luce invadendo tutti i campi di dolore.
Cenobiti delle Messi,
il corpo astrale dei trascritti sacri:
esso è là dove risiede in ottemperanza al moto celeste.
Dinastie araldiche de le discendenze Adamiche,
il tempo del frutto del lavoro dell’Uomo:
quando i confini berranno dal mare di Lete.
Ed un solo Credo si ergerà a Fondamento:
Il Santissimo Credo Ateo.
Credo con fede assoluta in Nulla, sia benedetto il Suo Nome.
Sant'Espedito di Melitene, Patrono delle cause urgenti e disperate
Sant’Espedito di Melitene, Patrono delle cause urgenti e disperate
Saint’Espedito, Capo detta Legione Romana fulminante, contemporaneo a Santa Filomena, fu martirizzato nel IV secolo sotto Diocleziano, se se celebra a Festa il 19 Aprile, è invocato nelle cause disperate, od urgenti, spirituali e temporali. Mostra la Croce sulla quale sta scritto: Hodie (oggi) e schiaccia la testa ad un corvo che col suo gracchiare dice: Cras (domani) per insegnarci che non…