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L’attesa
“Arma e ornamento, sfida e carezza, la sensualità non è mai soltanto ciò che si vede, ma ciò che si immagina mentre si ascolta il suo passo avvicinarsi”
Rompo con forza l'incantesimo retorico troppo diffuso: quello che trasforma il dolore in un ornamento:
I traumi non rendono belle le persone: il dolore è solo dolore, niente di attraente, ma invece qualcosa da curare, da sistemare, da non replicare in sé stessi e negli altri.
Non voglio un like facile moralista: voglio decostruire con Etica e tono fermo, un mito tossico, analizzando la funzione di tale messaggio culturale, senza piegarmi alla retorica che le cicatrici siano medaglie, senza piegarmi ad alcuna pigra narrazione; senza la retorica dei messaggi zuccherosi strumentalizzati, perché voglio togliere l’alibi a chi si compiace della sofferenza altrui come di un ornamento erotico o sentimentale.
Non offro una pacca consolatoria: non è utile per chi ha bisogno di sentire che la sofferenza non è un trofeo, perché non lo è.
Non dico: “vergognati di avere ferite”; io affermo: “non considerarle un merito intrinseco”, perché la sofferenza non è desiderabile né edificante in sé.
L’idea che le cicatrici ti rendano speciale finisce solo per giustificare il non farsi aiutare correttamente, per romanticizzare i traumi, o per darsi un’identità che si regge malamente sulla glorificazione del dolore.
C’è una lunga tradizione culturale — non solo maschile, ma spesso maschilista — che racconta la donna traumatizzata, fragile, “facile” perché vulnerabile, come una creatura dolce, più “disponibile”, più plasmabile. Questo è uno degli archetipi più tossici:
la donna ferita che “ha bisogno di essere salvata”
la donna ferita che “ha meno pretese”
la donna ferita che “accetterà più facilmente il mio controllo”
la donna ferita che “mi farà sentire forte e speciale”
Dietro l’idealizzazione delle cicatrici c’è questo pensiero non detto: “Chi soffre sarà più disposto a sopportare.”
Il dolore non è né virtù né accessorio di seduzione.
Le cicatrici non sono un invito implicito a entrare nella vita di una persona come “redentore” o “padrone”.
Nessuno dovrebbe aspettarsi che le ferite di un’altra persona diventino una scorciatoia alla sua autonomia o ai suoi confini.
Bric-à-brac indica un insieme eterogeneo di piccoli oggetti decorativi, spesso di poco valore, raccolti per il loro aspetto ornamentale o per motivi sentimentali. Il termine deriva dal francese e risale al XVI secolo, con il significato di alla rinfusa o alla buona.
Questi oggetti, anche chiamati knick-knacks in inglese, erano tipicamente esposti su mensole, caminetti o in vetrinette nelle case borghesi, specialmente durante l’epoca vittoriana.
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DRAGON-FLY
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