“ Il Papalagi pensa in continuazione. La mia capanna è più piccola della palma. La palma si piega sotto la tempesta. La tempesta parla con voce grossa. Così pensa: a suo modo naturalmente. Pensa però anche a sé stesso. Sono cresciuto poco. Il mio cuore è sempre felice alla vista di una fanciulla. Amo molto viaggiare. Eccetera. Ciò è divertente e buono, e può essere che abbia anche una qualche utilità nascosta per chi ama fare questo gioco nella sua testa. Ma il Papalagi pensa così tanto che pensare per lui è diventata un’abitudine, una necessità, addirittura un obbligo. Riesce solo con difficoltà a non pensare e a vivere con tutte le sue membra insieme. Spesso vive solo con la testa, mentre tutti i suoi sensi sono profondamente addormentati.
Anche se va in giro, parla, mangia e ride. Il pensare, i pensieri, che sono i frutti del pensare, lo tengono prigioniero. È una specie di ubriacatura dei suoi pensieri. Quando il sole splende bene nel cielo, pensa subito: “Come splende bene!”. E sta sempre lì a pensare come splende bene. Ciò è sbagliato. Sbagliatissimo. Folle. Perché quando splende è meglio non pensare affatto. Un abitante delle Samoa intelligente distende le sue membra alla calda luce e non sta a pensare a niente. Accoglie in sé il sole non solo con la testa, ma anche con le mani, i piedi, le gambe, la pancia, con tutte le membra. Lascia che la pelle e le membra pensino da sole. E queste da parte loro pensano, anche se in modo diverso dalla testa. “
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Papalagi. Discorsi del Capo Tuiavii di Tiavea delle Isole Samoa con una introduzione di Erich Scheurmann, (Traduzione di Arabella Beatrice Festa) edizione Mille Lire-Stampa Alternativa, 1994². [Libro elettronico]
NOTA: Il pittore e scrittore amburghese Erich Scheurmann pubblicò in Germania nel 1920, a cinque anni di distanza da un suo viaggio nella colonia tedesca delle Samoa occidentali, un fittizio resoconto di viaggio di un capo samoano tra gli uomini bianchi (“Papalagi”), senza tuttavia dichiararne l’inautenticità. Il libro, nella forma letteraria di discorso diretto alla propria gente col fine di ammonirla, ebbe un immediato successo di pubblico e fu da molti a lungo ritenuto attendibile, anche se sorsero dispute per l'accusa di plagio di un'opera dell'ufficiale coloniale e pacifista Hans Paasche (La spedizione dell'africano Lukanga Mukara nella Germania interna, racconto a sua volta avente per modello le Lettere persiane di Montesquieu e apparso negli anni 1912-13 a puntate sulla rivista moralista Der Vorrupp). Papalagi conobbe nuova fortuna negli anni successivi alla contestazione del 1968 e divenne un testo di riferimento delle comunità hippie e dei movimenti ambientalisti.











