Non era la prima volta che ti vedevo.
Non te l’ho mai detto perché avevo paura di passare per uno stalker.
Quando ci siamo visti in Plaça Catalunya per la prima volta, quando sei scappata poi di corsa dopo un caffè volante, era la seconda volta che ti vedevo di persona.
La prima volta è stata durante un concerto, un concerto a un festival, per essere più precisi. Avevo accompagnato mio fratello, quest’anno ha compiuto 18 anni, gli ho regalato un tour in giro per tutti i festival estivi che ha sempre sognato vivere e che io ho vissuto “on the road” nei pochi anni di differenza che ci separano. Quel regalo che ti ha fatto brillare gli occhi quando te ne ho parlato l’ultima volta che ci siamo visti, mentre andavamo in Plaça Urquinaona, proprio quello.
Dicevo che ti avevo già vista di persona prima del nostro primo incontro ufficiale, ma non te lo dirò mai.
Eri da sola, davanti la transenna, ti sei avvicinata timidamente quanto più possibile sotto palco, non c’era tanta gente e ti nascondevi dietro la macchinetta fotografica con cui facevi video, visto quanto tempo passavi con la macchina alzata davanti agli occhi.
Io ero con mio fratello, come dicevo, ero poco distante, ti ho notata per caso, perché eri vestita in maniera poco appariscente e avevi i capelli legati per il gran caldo, ma si vedeva che continuavi a sistemarteli di continuo per cercare di trovare un po’ di fresco.
Ti ho vista per caso, ma poi non sono riuscito più a toglierti gli occhi di dosso, perché non capivo cosa ci facessi lì a trattenerti, quando si vedeva lontano un miglio che volevi solo ballare e scatenarti. Eri sola: ti vergognavi a ballare e urlare da sola? Non eri sicura di quello che stavi cantando? Perché non ti sei lasciata andare?
Continuavo a farmi tutte queste domande mentre cantavo, ballavo e urlavo per sostenere i miei amici sul palco e unirmi alla compagnia di mio fratello, ma con la coda dell’occhio ti guardavo e cercavo di conoscerti a distanza. Ti ho vista che un paio di volte ci hai guardati sorridendo: facevamo davvero tanto casino, lo devo riconoscere.
Quando te ne sei andata e ho visto i tuoi pantaloni per bene ho capito che già ti conoscevo, non ci ho pensato due volte, ho tirato fuori il cellulare e ho cominciato a cercare foto dei miei amici dal festival in cui stavamo e ti ho trovata.
Non ti è mai venuto il dubbio del motivo per cui ti abbia scritto un messaggio proprio il giorno del festival, dopo settimane che eravamo amici su Facebook? Sì, so che dopo la risposta è arrivata con la crisi che stavo passando con la mia ragazza, però sappi che non è mai stato un capriccio dovuto alla noia di un pomeriggio di un lunedì di metà luglio.
Non sei mai stata solo un capriccio, ma dovevo giocarmela meglio, quello poco ma sicuro visto come è andata. Ora però capisci perché non riesco a togliermiti dalla testa? Non ce la faccio proprio e in fondo non voglio, anche se dovrei. Sei arrivata inaspettata, non ti avrei forse mai notata se non fosse stato per quell’impaccio che provavi e che trasmettevi anche agli altri. O forse non a tutti gli altri, forse solo a me, non lo so. So solo che quando Goku ha detto la solita frase introduttiva di “No tenim perdò” l’unica che mi è venuta in mente sei stata tu e non esattamente in atteggiamenti timidi.
Per questo poi non son riuscito a lasciarti perdere e forse non ci riuscirò davvero mai, perché anche se non ti scrivo io ti penso, tanto. Perché non capisco ancora quanti problemi tu ti stia facendo, se ti piaccio come mi hai detto. Forse non ti piaccio così tanto, forse non sono la persona che aspettavi per lasciarti andare e dimenticarti l’impaccio, non lo so.
So solo che ogni volta che sento “No tenim perdò” non riesco a non pensarti e a sperare di poterti dedicare “La teva”, prima o poi nella vita.
Mai dire mai, no?









