Ebbene sì; sono tornata su Tumblr.
Non pubblico da mesi, ma sono stati mesi parecchio intensi, densi, concentrati... forse anche troppo, forse no, lo saprò dire solo tra qualche tempo.
Resta il fatto che non ho avuto più tempo di aggiornare questo piccolo spazio online perché la vita si è fatta frenetica, tra il lavoro, il trasloco, il rientro, stranamente anche la vita sociale/sentimentale che si è fatta improvvisamente molto più intensa... mi sono dilungata un po’ di più su Facebook/Instagram/Twitter, ma qui ho decisamente arrestato le attività.
Ma siccome è l’ultimo giorno dell’anno e tirare le somme (oltre che fare liste di cose da fare e di pro e contro) è una delle mie specialità, specie perché sennò poi tra qualche anno mi sono già dimenticata tutto il bello (che il brutto ce lo si ricorda sempre più facilmente!) che c’è stato in questo 2017 e non mi va.
Ho scelto così 24 foto per 12 mesi, 24 foto per 365 giorni unici e speciali ognuno a modo loro, di cui ricorderò ben poco tra qualche tempo, ma che vorrei poter non dimenticare per ricordarmi come sarò arrivata fin dove arriverò.
Gennaio: il primo mese dell’anno è stato strano; sarà stato il non essere tornata a casa, sarà stato che ho cominciato a sentirmi “scomoda” e non soddisfatta da quello che stavo facendo, sarà stata la mancanza di Barcellona... è stato un mese ricco di cose bellissime, tra cui la visita al cimitero Monumentale, l’invio del progetto di rivalutazione del catalano attraverso la musica al Comune di Alghero, il concerto dei Green Day e l’inizio di quella che si evolverà nella situazione di sblocco parziale di una delle mie sfere più “dormienti”.
Febbraio: la mia soul sister che sale a Milano, il lavoro che continua comunque a darmi soddisfazioni, ma il fischio nel cuore che aumenta ogni volta che parlo di Barcellona aumenta fortissimo e inizia a delinearsi all’orizzonte un malessere sempre più forte, che rende anche giornate bellissime (e piene di lavoro: non ho mai lavorato così tanto, entrando a contatto con casi umani che nemmeno nei miei più neri incubi!) comunque “umide” per colpa di lacrime che non si fermano.
Marzo: Venezia, dove tornare a casa almeno per un weekend, dove i miei mi abbracciano ben oltre che fisicamente, dove riprendere fiato e buttarsi a pesce in quella che sarà un’avventura incredibile. Il concerto di Ed Sheeran a Torino, i saluti e gli abbracci sinceri, l’inizio del nuovo lavoro dopo giornate di malattia assurda, in cui ho apprezzato la presenza di chi non si è mai fatto pregare, anzi. Un mese strano, intenso, denso e... l’inizio di un meraviglioso nuovo inizio.
Aprile: non era la prima volta che andavo a Napoli, ma è stata un po’ la prima volta per la quantità di giorni che ci ho passato e per le nuove conoscenze fatte. Pasqua, le telefonate con le chiacchierate a distanza, i pensieri che si accavallano sempre su uno stesso volto e i dubbi che continuano a farmi arrovellare sulla scelta che mi sarei trovata a fare di lì a poco. Le litigate, uh, le litigate. Anche per colpa “sua”, ma soprattutto per colpa mia, per il terrore di non riuscire a tornare nella città del mio cuore, nel mio angolo di mondo. Per il terrore di non essere all’altezza e il brivido del futuro ignoto dietro l’angolo.
Maggio: il Primo Maggio a Roma, il mio primo contratto a tempo indeterminato a tempo pieno, le giornate a Barcellona che mi hanno fatto riprendere la giusta vicinanza (oltre che distanza) con la realtà dei miei sogni, un mese bello, ricco di brividi nuovi, di altri tipi di litigate, di pianti al telefono per via di uno degli attentati che mi hanno maggiormente spaventata (non l’ultimo del 2017, purtroppo) e di rappacificazioni a distanza, dopo aver trovato in brandelli non solo biglietti di auguri per la festa della mamma, ma anche un po’ del mio cuore.
Giugno: Brussels, dove riunirmi con il mio pezzo di cuore preferito, dove tornare a perdermi in una città che è stata anche mia e che mi ha resa quella che sono a distanza di sei anni. Il concerto di Tiziano a San Siro, dove ho urlato tutto quello che mi vergognavo a piangere per un tentativo di storia andato a carte quarantotto per un errore di progettazione alla base di tutto. Giornate in cui mi sentivo da buttare via e altre in cui non vedevo che il sole splendere, in un’altalena di emozioni che non riuscivo a tenere a bada come avrei voluto ma che mi hanno portata a capire cosa non vorrò più e da cosa dovrò scappare a gambe levate. Ricominciare a correre e poi smettere a fine mese perché il troppo caldo non lo permetteva ma anche perché ho smesso di litigare con me stessa... rimarrò grassa, ma almeno sono tornata comunque in pace.
Luglio: il concerto di Passenger, l’intervista ad Alvaro Soler, le passeggiate per Milano con il caldo che ti incolla le suole all’asfalto, l’inizio dei festeggiamenti dei compleanni del nostro quintetto storico, i cinema con Walter e le foto per Violeta, i weekend in giro per andare a trovare pezzi di cuore, i concerti uno in fila all’altro, gli accrediti che si accumulano e il sonno che inizia un po’ a mancare. Tinder utilizzato un po’ per gioco, un po’ sul serio e ancora non ci credevo di aver capitolato per davvero. L’avvicinamento con Milena, Giulia e Beppe, proprio quando si delineava ancor più definito all’orizzonte il momento dell’addio alla casa, Alghero, i giri per la Sardegna, Irvine Welsh e John Niven, gli incontri per portare a casa il risultato per il progetto di rivalutazione del catalano che mi sta tanto a cuore, le candeline soffiate, le foto con la GoPro sott’acqua e la ciambella gonfiabile...
Agosto: ...al mare ci sono stata poco tra lavoro e weekend contrassegnati dalla presenza o attesa del ciclo, ma un agosto così movimentato non lo avevo vissuto mai. Ho iniziato i miei 27 anni con un grandissimo “botto”, se mi passate il termine: musica in ogni dove, in quel dello Sziget Festival, dove devo ancora capire cosa (non) abbiamo visto. Budapest è una città strana, specie se vissuta in un contesto come quello dello Sziget: la mattina turiste, dal primo pomeriggio professioniste in vacanza, alle prese con lo studio di tutte quelle meravigliose realtà riunite in un unico luogo, cercando di capire i segreti di una produzione di quel livello, incontrando persone da tutto il mondo. Tra gli spagnoli che cantavano “A controcorriente” mentre, finito il concerto di Macklemore, loro andavano verso il festival e noi andavamo verso la metro e il belga che mi ha abbracciata ricordandomi di sorridere, devo dire che non c’è da lamentarsi. Specie se ripenso a quello che mi ha atteso dopo il day off alle terme: rientro tra notizie tremende da Barcellona e gli antidolorifici che la Santa Pì mi ha dato per farmi affrontare, dopo due giorni di riposo e coccole tra sorelle/cugine, dei giorni splendidi in quel di Avellino, Napoli e... Ariano Irpino, dove a fine agosto faceva un freddo che se non fosse stato per i La Pegatina sarei stata ibernata fino a metà novembre. Rosa e Roberta, Sante donne, mi hanno salvato la vita durante il concerto in più di un’occasione e mi hanno anche salvata dalla presa a male del rientro a Milano dopo quasi tre settimane in giro per l’Europa e con un’ansia da prestazione professionale addosso che metà sarebbe bastata. Intanto a fine agosto Tinder si fa decisamente più interessante e proprio quello che pensavo non avrei incontrato mai sarebbe diventato la ragione del mio batticuore fino a metà ottobre. Mai dire mai, proprio vero.
Settembre: il mese si apre con il weekend che attendevo da quando erano stati annunciati i Txarango all’Home Festival. Sarei potuta mancare? Certo che no. Riuscire a intervistarli per Rolling Stone, poi. Parliamone, per favore, che devo ancora realizzare. Un mese strano, fatto di tanto lavoro, incontri e appuntamenti in giro per l’Italia, il Tutto Molto Bello, i messaggi da rileggere ridendo da sola in mezzo alla gente, gli appuntamenti che non ti fanno capire se ci sta provando oppure no... poi il momento in cui ci prova davvero e tutto sembra più chiaro, più bello, più adolescente che mai. Un mese in cui ho lavorato tre weekend su cinque, ma che rivivrei ancora tre, quattro, cinque volte, senza troppi sforzi.
Ottobre: che mese strano, questo ottobre. Il trasloco che si avvicina, le incertezze che crescono, quella parentesi di idillio romantico che è già svanita e si è trasformata in ore passate a ripensare alle cose dette, a quelle non dette e a quello che potrebbe nascondersi dietro l’ennesima risposta strana. Il mio primo MEI a Faenza, la prima volta al Backdoor 43 sui Navigli, la prima volta all’Hangar Bicocca, il mese delle prime volte in generale... i regali di Luchino da Barcellona e la casa che inizio a svuotare giorno dopo giorno, spersonalizzandola e sentendomi sempre più svanire anch’io con lei. La Polonia, il WOMEX, tutta la girandola di sorrisi, incontri, appuntamenti e concerti di quella settimana non penso riuscirò mai a farla stare in una manciata di parole e, sinceramente, per quanto ci abbia provato, non credo di volerci riuscire. Perché è arrivato un uragano, uno di quelli talmente inattesi che mi ha rivoluzionato tutto l’approccio personale alla sfera emotiva in generale e sto ancora cercando di raccapezzarmici.
Novembre: il mese che ho iniziato con l’ennesimo trasloco, con una passeggiata notturna per Milano con i miei che mi aspettavano a casa vedendo Coliandro e che non mi hanno permesso di piangere come avrei voluto, dopo una chiacchierata che mi ha resa più forte, ma mi ha anche fatto tanto male, anche se forse meno del previsto. Londra per il concerto dei Boyce Avenue, il rientro per pochi giorni a Terni, la ripartenza verso Milano e la Milano Music Week con i suoi 20.000 e passa passi di media al giorno, eventi ovunque e una serie di conversazioni su Whatsapp da ridere dal piangere o da piangere dal ridere, a seconda dei punti di vista. Un mese che è volato, tra raffreddori pesanti, influenze e pensieri svolazzanti ovunque, con un senso di mancanza che si faceva sempre più pesante per via della lontananza. Il concerto degli Hurts, l’ospitalità di Walter e le chiacchierate con Chiara. Milano non mi è mai sembrata così bella, anche se ormai così lontana.
Dicembre: non è iniziato proprio nel migliore dei modi, anche se il concerto di Coez e la mostra alla Fabbrica del Vapore hanno aiutato. Le foto del Che ovunque un po’ meno, ma quello è un altro discorso. Il ritorno a casa più definitivo, andare ogni giorno “in ufficio” approfittando dell’ospitalità di Arianna e della sua pazienza, avendo una spalla su cui fare affidamento per non impazzire quando Terni, per quanto di sfondo alle mie giornate, si faceva più ingestibile che mai. Gli abbracci e i sorrisi di chi mi ha sempre voluto bene, che mi chiedeva quando sarei ripartita perché sanno che il mio percorso mi porta sempre lontano da casa, ma non sapevano che ogni volta era una pugnalata in petto. Non sapere bene cosa sarebbe stato di me, non avere idea di quello che sarà nel futuro a breve termine non è facile per nessuno, per chi programma ogni minimo particolare come me, men che meno. Eppure siamo qui. Oggi è l’ultimo giorno di dicembre e anche se non ho delle date certe ho pur sempre un orizzonte più definito. Ancora un po’ confuso e dai tratti incerti, ma dall’innegabile scarica adrenalinica del sogno che, dopo tanta fatica e tanti pugni stretti e fegato gonfio, sta quasi per diventare realtà, almeno in parte.
Lo so. Ho messo una foto due volte, ma è perché sono legata al 23, perché un po’ non è stato voluto, ma un po’ forse sì e lo voglio vedere come un segno. Perché questi 27 anni mi accompagneranno anche per più della metà del 2018 e li ho iniziati proprio con quel sorriso strano sulle labbra e i capelli mossi dal vento, dal mare e dalle trecce tenute per giorni. Arriva sempre il momento di sciogliere i capelli e cercare di lasciarsi andare: è proprio questa la lezione più importante di questo 2017, che non voglio sottovalutare più. Mai più.
Ho iniziato la wishlist per la mia settimana a Barcellona e ho disinstallato Tinder, 2018... a noi, con l’augurio, come dicono i Blaumut, di vedere l’equilibrio come una parte del movimento, quindi di non smettere di muoverci, mai!