Ciclisti. Per tanti versi mi sono sempre sembrati così. Dei disadattati. Come tutte quelle persone che hanno trovato una risposta ma nessuno gli ha posto la domanda. Come i vegani, i testimoni di Geova e Red Ronnie. Tutta gente che ha capito ma solo loro sanno che. Che sa ma riesce a esprimerlo solo in modo incomprensibile, e quindi urticante, per il resto del Mondo. Hanno una lucidità e una perseveranza mista a rassegnazione di chi percepisce che forse una vita sola non basta per essere compresi. Difatti, alla fine, finiscono per essere odiati. Come gli amanti non corrisposti e i professori di latino e greco. Le tutine fluo da gara indossate anche da soli in mezzo al traffico del martedì, i capelli improbabili da surfisti mancati tenuti a freno con le bandane, le fasce ed elastici che solo Claudio Caniggia concepirebbe, le invettive contro gli automobilisti, l’incomunicabilità. Eppure per la promozione agli esami di terza media feci i salti di gioia quando mio nonno, con un grosso slancio economico atipico per un democristiano votato alla parsimonia e alla castità, mi regalò una BMX. Una bicicletta che, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta (e forse ancora adesso) aveva guadagnato un certo prestigio e volevano letteralmente tutti. Poterla cavalcare per tutta l’estate fu qualcosa veramente entusiasmante. Appena sveglio andavo in garage e nelle lunghe giornate fino a settembre non facevo ritorno a casa prima del tramonto. Ci rimediavo sbucciature, ematomi e una costante scottatura sulle spalle - omaggio del mio girovagare senza t-shirt - ma diamine se mi piaceva. Più di una volta tentai una 5OKm da Cava D’Aliga a Ragusa, tutta salite e curvoni: impossibile a tredici anni e poco sale in zucca. La prima forai davanti al cinema all’aperto di Donnalucata, cercai invano aiuto in un Consorzio Agrario e me ne tornai mesto a piedi dopo appena 1Okm. La seconda rischiai di finire sotto un treno, credevo di potere attraversare i binari un po’ dove mi pareva e per lo spavento rinunciai all’impresa. Ce ne furono molte altre, anche senza volerlo. Quando mi trovavo sulla strada giusta, partivo in quarta a sfidare i miei demoni personali e magari anche la sorte o, perché no, la morte. Sudato, impolverato e, duole ammetterlo, solo. Si intuiva a ogni pedalata l’assenza pressoché totale di relazioni e i pensieri più disparati sotto il sole cocente della Sicilia agostana si affollavano nella mia mente. A differenza degli altri, non avevo risposte ma soltanto un mucchio di domande. “Oh, quanta strada dei miei sandali / quanta ne avrà fatta Bartali”, per dirla à-la Paolo Conte nella sua canzone dedicata al più grande ciclista italiano dal dopoguerra a oggi. Chi sono, fino a che punto posso arrivare. Immagino Paolo in pantaloncini corti seduto in cima a un paracarro, sognare di essere come Gino Bartali prima di diventare il cantante rugoso e imbronciato che tutti conosciamo. Tutto torna. Per ragazzini che han già fatto della misantropia lo starter per la loro personale rivoluzione andare in bici rappresenta un modo coerente di esprimere sé stessi senza rompere i coglioni a nessuno. La realtà è andata in malora, ne troverò una mia e la raggiungerò in bici. Non ricordo di preciso quando l’ho raggiunta, credo tra i sedici e i diciotto anni, ma a un certo punto ho smesso di pedalare. Dobbiamo ipotizzare quale grandioso evento mi abbia fatto scendere di sella? La prima storia importante nel bel mezzo della soporifera vita liceale, la musica che si è fatta strada nella mia vita, o più probabilmente la volta che ho poggiato una penna su un foglio di carta e ho cominciato a scrivere senza che nessuna prof mi obbligasse a farlo? E tutta quella serie di casini che quella cosa che si chiama “crescere” si porta dietro senza farsi troppi scrupoli? Sono passati tanti anni e i ricordi sono diventati vecchi prima che riuscissi a rendermene conto. E credo che, almeno in parte, sia stata proprio questa nebbia a farmi ritornare la voglia di vivere a un’altra velocità. Forse qualche nuova domanda, e la sicura consapevolezza dell’utilità dei passaggi a livello. Da dieci giorni ho una nuova bicicletta. E’ un modello americano da pesseggio, custom, vagamente simile a una Eagle anni Settanta, nera (chi ha detto hipster?). Di sicuro so che la prima che ho notato, dopo la bella sensazione del vento sulla faccia, è stata la voglia di canticchiare che mi accompagna quando pedalo. Aspettate, non credo vi sia chiaro cosa intendo. Nessuna Rosalina o altre bellezze in bicicletta bazzicano le mie giornate, ne strobazzate rap-tamarre à-la J-Ax. Sarebbe bello dirvi che De Gregori faccia capolino con Costante (quale nome più adatto per una disciplina come il ciclismo?) Girardengo tra un incrocio e un altro, certamente mi darebbe quel certo non so che in più di tanta altra roba scritta a riguardo. Molti artisti se la sono cantata e suonata. E’ talmente comune il tema della bici da fare paura. Ditemene un altro in grado di unire Nomadi, Queen, Red Hot Chili Peppers, Yò Yò Mundi, Enrico Ruggeri, Beach Boys e Shellac. Prendete i Pink Floyd di Bike: in piena psichedelia del debutto lo sketch più surreale uscito dal folle estro di Syd Barrett, uno scherzo di rumori casuali (sirene, orologi a cucu, campanelli, grancasse, catene arrugginite, versi di animali) su un testo quasi infantile. Due minuti naif, che non puoi non seguire e amare all’istante. Chiuso il capito di quello che non canto, vi rivelerò con un certo disagio quello che invece canto. Nulla, o meglio nulla di completo e di sensato (pazzesco, ma è vero). Parto da una melodia, e da quella arrivo a qualcosa di concreto rimasto impresso nella mia memoria; non avendo però un ricordo pulito di ciò che sto cantando - forse per via dell’età o della mole di canzoni ascoltate negli anni - lo mischio con altri versi e altri ancora. Alla fine magari parto da Francesca Michielin, “Nessun gardo di separazione, nessun tipo di esitazione, non c’è più nessuna divisione, tra di noi / c’è una sola direzione, in questo Universo“, e ci attacco Neffa & i Messaggeri della Dopa, “...di un guaglione / Oggi non c'è sole intorno a me / salvami, risplendi e scaldaci / voglio il sole, cerco una luce nella confusione”. Impassibile, come se fosse la cosa più normale di questo mondo. Oppure inizio coi CCCP, “Ho un passato e un futuro / Ho un presente che è Dio / E fa la cameriera / Non ne girano molte, solo nei posti giusti / Non ne girano molte, solo nei posti giusti”, e finisco con i Tre Allegri Ragazzi Morti, “Sarà che lavori troppo / e sorridi a tutti ma / non ti ho mai vista così stanca e così lo-go-ra”. E da lì, “A cavallo di una bici”, a Lucio Battisti, “ dieci HP / tutta cromata / è tua se dici si / mi costa una vita / per niente la darei / ma ho il cuore malato / e so che guarirei”. Mentre affronto la strada, respirando l’aria fresca del mattino, mi preparo alla vita con le sue fregature canticchiando testi di canzoni che non esistono, mix che nessuno oserebbe fare. Mi rilassa e mi mette di buon umore. Qualcuno dal finestrino abbassato della macchina a un semaforo rosso magari se ne accorge e mi sorride. Non ci trovo nulla di male a fare sorridere la gente alle sette di mattino. Mi sentirei molto peggio a guardarli con disprezzo, come uno che ha deciso di salvare il mondo col cambio shimano e nessuno glielo ha chiesto. “Chiunque va in bici è mio amico”, dice il protagonista di Erlend Loe in un suo libro. Io purtroppo non sono fatto così, sono storto come il manubrio della mia bici.