La legge sulla pena di morte in Israele non nasce da un impulso di cieca vendetta, ma dalla constatazione che la giustizia, nel corso degli anni, è stata sistematicamente svuotata di senso.
Il meccanismo è tristemente noto: un ostaggio nelle mani dei terroristi palestinesi "vale" decine, se non centinaia, di detenuti che sono stati processati, giudicati e condannati a pene commisurate ai loro crimini. Il caso più emblematico rimane quello di Gilad Shalit: nel 2011, per riportare a casa un solo soldato tenuto prigioniero per oltre cinque anni, Israele fu costretta a liberare 1.027 detenuti palestinesi, trecento dei quali stavano scontando l'ergastolo. Tra loro c'era Yahya Sinwar, condannato a quattro ergastoli per l'uccisione di due soldati israeliani e di diversi collaboratori palestinesi. Liberato, sarebbe diventato il capo di Hamas e la mente del massacro del 7 ottobre 2023.
Negli scambi non interessano i detenuti per reati minori. Interessano i "pezzi grossi", quelli che hanno commesso i crimini più efferati e che per questo hanno il maggior valore negoziale. È così che i terroristi non solo sono riusciti a liberare Sinwar, ma aspirano ancora a liberare Marwan Barghouti, condannato a cinque ergastoli e detenuto dal 2002. Con questo sistema, hanno tenuto in scacco un'intera nazione per mesi e mesi.
La scelta che Israele sta compiendo non è uno scivolamento nella barbarie. È la risposta — amara e sofferta — di una società cui è stato sottratto un principio fondamentale: la certezza della giustizia. Non stiamo parlando di paesi in cui la pena capitale è semplicemente sostituita dal carcere a vita. Stiamo parlando di una realtà in cui chiunque si sia macchiato dei crimini più orrendi ha sempre la concreta possibilità, prima o poi, di essere liberato in uno scambio di ostaggi.
Questa sistematica negazione della giustizia ha portato a rimettere in discussione un principio che la società israeliana aveva tenuto fermo per decenni. In tutti questi anni, Israele ha eseguito una sola condanna a morte: quella di Adolf Eichmann, nel 1962, al termine di un lungo processo pubblico, davanti a decine di testimoni e davanti al mondo intero. Non una vendetta. Giustizia.
Essere arrivati a questa decisione è, a mio avviso, profondamente triste. Mi torna in mente la frase di Golda Meir: "Possiamo perdonare gli arabi per aver ucciso i nostri figli, ma non possiamo perdonarli per averci costretti a uccidere i loro."
Penso a un'intera generazione di giovani — universitari, ragazzi poco più che adolescenti — che si sono trovati a fare cose che non avrebbero mai voluto fare, perché era quello che la situazione richiedeva per proteggere il proprio popolo e il proprio futuro. Il sangue sulle mani resta, e resta per sempre. Anche quando si combatte una guerra giusta, una guerra non scelta, una guerra che si spera possa essere l'ultima di una stagione senza fine.
Ed è qui che si vede il volto del terrorismo: vuoto, senza onore, senza anima. È il volto di Arafat Irfaiya, che il 7 febbraio 2019 ha cercato Ori Ansbacher — una ragazza di 19 anni andata nel bosco di Ein Yael, fuori Gerusalemme, ad ascoltare musica e scrivere dopo una giornata di volontariato — l'ha violentata e uccisa. Durante il processo, condannato all'ergastolo, ha dichiarato che uccidere un ebreo era il suo sogno, che era la cosa migliore che avesse fatto, e che i suoi genitori erano orgogliosi di lui. Questo volto si è impresso, insieme a tanti altri, nella memoria e nel cuore di chi ha chiesto allo Stato giustizia. Ed è per questo che, purtroppo, si è arrivati a scegliere l'unica strada rimasta praticabile.
Anch'io, come molti altri, cristiani ed ebrei, sono contrario alla pena di morte. Ma posso capire chi, anno dopo anno, si è visto sottrarre tutte le altre opzioni.