“La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco”
In uno spazio creato e sviluppato per parlare di fotografia, la recensione di un libro che – apparentemente – non ha nulla a che vedere con questa, può apparire strano o non perfettamente calzante.
Il libro di Brizzi, un semplice un racconto che parla del suo sguardo dagli anni 70 fino ai giorni nostri su Bologna, sua città natale.
Se ne parla dalla prospettiva di chi si trova ad attraversarla sia fisicamente (per le strade) sia temporalmente (attraverso memoria e ricordi), ricollegando a molti luoghi del presente, a quelli passati di una città che oggi sembra radicalmente diversa.
Da qui nascono riflessioni che spingono a confrontare epoche differenti ma che sembrano tutte orientate a voler capire se questi luoghi hanno ancora un loro animo e come questo si sia modificato.
E’ uno sguardo su una Bologna che parla oggi si fa fatica a ritrovare e che rappresenta la metafora del nostro presente.
Questo approccio lento e introspettivo è diventato il mio strumento eletto per affrontare il mio rapporto con le città, ispiratore di tutta la mia attività creativa in generale e fotografica in particolare.
Un qualcosa che riguarda anche l’intimità e la memoria che ci impongono un confronto con ciò che probabilmente - in tutto o in parte - abbiamo perso o che facciamo fatica a rintracciare.
Un dubbio permanente che ci pone di fronte alla domanda se siano le cose che sono cambiate o se lo siamo noi e – con noi - il nostro modo di leggerle.
Cambiamento o evoluzione?
Si parla di una Bologna che provocava e sperimentava in ambito musicale.
I gruppi emergenti di allora, antesignani del movimento Rock Progressive o Punk.
La Bologna delle etichette indipendenti. La Bologna dei nuovi scrittori e fumettisti.
C’è un filo conduttore in tutto questo, collante dei periodi. E’ l’amore e l’esperienza che lo scrittore dedica a Vasco Rossi.
L’unico capace ancora di legare le generazioni e di superare idee e mode. L’unico che in questi 25 anni di carriera ha saputo mantenere inalterato lo spirito ribelle.
Perché questo libro ha un attinenza fotografica?
Perché la fotografia è uno degli strumenti possibili della flanerie, che si concretizza proprio nel progetto di girovagare per gli spazi cittadini e urbani, senza mete definite ma con il preciso compito di recuperare l’animus loci, sottrarlo al dominio della massificazione commerciale e saper cogliere in questo la dimensione della memoria dove ognuno di noi trattiene e filtra attraverso le proprie mappe esperienziali e culturali.
Recuperare nelle pieghe dei luoghi, alzando il coperchio della massificazione, l’essenza delle cose e rapportarle a ciò che oggi dovrebbe custodire tutto questo ma che spesso risulta non essere fatto ne’ a dimensione del singolo ne’ a dimensione della collettività,
L’esigenza del flaneur è ritrovare se stesso e lo spirito vero di una città.
Perchè ho sentito mio questo libro?
Ho avuto modo di coniugare in passato le due cose (Bologna e spirito flaneur) in circa un mese di attività, dove ho voluto raccontare in modo semplice e intuitivo come i luoghi del quotidiano (il mio percorso era Stazione/Bolognina/Fiera) potevano ogni giorno suggerirmi qualcosa del passato e della memoria.
Sono andato a leggere nelle pieghe del quotidiano i frammenti di un animo di un luogo che ha saputo ricollegarsi alle mie memorie, seppur non consumate in quegli spazi.
E’ stato importante cogliere come il risveglio di una città possa farti riscoprire ogni giorno i singoli meccanismi dei luoghi e di chi li abita, quando tutto riparte, attraverso nuove energie e speranze che magari si pensavano sopite o perdute.