A notte inoltrata andammo attraverso le strade vuote, sotto la Porta di Spagna alla grande Piazza Rossa di faccia al Kremlino. La chiesa del benedetto Vassili torreggia fantasticamente con le nobili cupole rotonde, a vivi colori, che apparivano vagamente nel buio. Non v'era traccia di guasti... Da un lato della piazza si levavano le nere torri e le mura del Kremlino. In cima ai muri palpitavano rossastri bagliori di fuochi nascosti; e attraverso l'immensa piazza ci arrivava un suono di voci, di zappe e di vanghe.Ci avviammo da quella parte. Montagne di fango e di pietre si accatastavano alla base del muro. Dopo averle scalate scorgemmo in due fosse, fonde dieci o quindici piedi e lunghe una quindicina di yarde, un centinaio di uomini fra soldati e operai che scavavano al lume di enormi falò. Un giovane studente ci parlò in tedesco: «È la fossa della fratellanza», ci spiegò. «Domani vi seppelliremo cinquecento proletari morti per la Rivoluzione». Egli ci fece scendere nella fossa. Vanghe e zappe erano maneggiate con una foga fanatica e la montagna di tera aumentava. Nessuno parlava. Sopra di noi, la notte era fitta di stelle, e le mura dell'antico imperiale Kremlino torreggiavano gigantesche. «Qui, in questo luogo santo», disse lo studente, «il più santo di tutta la Russia, noi seppelliremo i nostri più santi. Qui dove sono le tombe degli Zar, dei nostri Zar, dormirà il popolo...». Aveva un braccio al collo per la ferita di un proiettile che gli era toccata combattendo. Egli l'osservava fissamente parlando. «Voi stranieri ci guardate dall'alto in basso, noi russi, perché tanto a lungo abbiamo tollerato una monarchia medioevale», disse. «Ma noi vediamo che nel mondo vi sono altri tiranni oltre lo zar; il capitalismo è anche peggiore e impera in tutti i paesi del mondo... I sistemi rivoluzionari russi sono i migliori...». Mentre noi ci allontanavamo, gli uomini che lavoravano nella fossa cominciarono a uscire faticosamente, esausti e bagnati di sudore nonostante il freddo. Attraverso la Piazza Rossa un gruppo di persone arrivava in gran fretta. Scivolarono nella fossa, presero le vanghe e cominciarono a scavare, a scavare, senza una parola...
John Reed, 10 giorni che fecero tremare il mondo, Traduzione di Orsola Nemi, Longanesi, 1974 [ed. or.: Ten Days That Shook the World, 1919]; pp. 227-28










