Disinganno
(Francesco Queirolo, 1753-54)
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Disinganno
Entro piano,
come si entra in una stanza della propria memoria
che non si visita mai da sole.
La pietra è fredda
ma il mio sguardo no.
Scivola, indugia,
resta impigliato in quella rete
che non stringe
eppure confessa.
Io so cosa vuol dire
essere avvolta senza rumore.
So il peso gentile delle illusioni,
la carezza che trattiene,
la bellezza che convince a restare.
Davanti a lui
il corpo che lotta
non vedo un uomo soltanto.
Vedo il tempo.
Vedo me
quando ho creduto,
quando ho ceduto,
quando ho confuso il velo con la pelle.
La rete di marmo
mi fa trattenere il respiro.
È impossibile,
eppure esiste.
Come certe verità
che arrivano tardi
ma arrivano intere.
L’angelo non grida.
Non salva.
Indica.
E in quel gesto quieto
riconosco le voci che mi hanno guidata
senza mai toccarmi,
le luci che non hanno promesso felicità
ma chiarezza.
Sento le mani stringersi,
non per paura
ma per rispetto.
Qui la bellezza non consola,
pretende.
Il marmo sembra carne,
la carne sembra pensiero.
Mi accorgo che sto guardando
qualcosa che mi guarda da più lontano di me.
Non c’è trionfo,
non c’è liberazione facile.
Solo uno spazio aperto
tra ciò che ero
e ciò che posso scegliere di essere.
Quando esco
porto via poco.
Un silenzio più denso.
Un nodo in meno.
E la certezza sottile
che anche io,
un giorno,
saprei riconoscere la rete
senza doverla spezzare .











