Blu oltremare
Illustrazione di Gian Luca Catalfamo- Blu oltremare
Pier Quarto
E' esploso. Così, senza preavviso. Era lì in centro che passeggiava, appena tornato dalla latteria di via Petroni, e aveva discusso tutta la mattina dei risultati calcistici della domenica, quando è esploso. Era mattina presto, poiché aveva ancora con sé le buste delle lettere che avrebbe dovuto spedire, come ogni tredici del mese, ai suoi parenti sparsi per il globo, aggiornandoli sulle ultime novità lavorative, e sulle altre notizie generali di quella parte della famiglia che, come lui, era ancora rimasta nella città di Vàre, giudicando con una certa alterigia le volontà migratorie dei familiari e il loro dogmatico concetto di speranza-collegata-al-Nuovo-Mondo. E pensare che il giorno prima era trascorso normalmente per zio Ruben, e non si poteva certo dire che fosse una persona con dei nemici, grazie a Dio. Iniziò la carriera di giornalista sportivo vent’anni prima, commentando sul giornalino universitario i successi e gli insuccessi della squadra di cricket della facoltà di Lettere. Nonostante si prodigasse in insolenze verso la classe arbitrale del tempo, non si sarebbe, questo mai potuto considerare un valido movente per quell’esplosione, e a maggior ragione dopo venti anni. E anche in seguito, quando gli offrirono un posto da cronista calcistico nella Rivista Sport, un lavoro che zio Ruben cercava di odiare con impegno quotidiano, a causa della paga inverosimile che percepiva, a poco valse supporre che la gelosia dei colleghi si fosse potuta tramutare in un’azione fisicamente violenta, magari con effetti postdatati, perché una cosa è malvolere o detestare un collega, variazione lessicale emotivamente più consona alla situazione, tutt’altra è evolvere l’odio in violenza, anche se 500 euro a pezzo sembrarono eccessivi per chiunque, al tempo. Fatto sta che esplose. Un giorno qualsiasi, il 13 di un mese qualunque, zio Ruben esplose, data che alimentò le fantasie dei superstiziosi, e rafforzò quelle dei religiosi, che Dio ci perdoni. Gli inquirenti, esclusero l’ipotesi di per sé irreale di un attentato preterintenzionale alla persona, e a seguito di discutibili analisi scientifiche dissero che si poteva trattare di una malattia del fegato, per via del colore che rimase lì sul muro dopo l’esplosione. Una macchia blu-verde oltremare grande come un’auto a eterno epitaffio della sua dipartita, all’incrocio tra via Petraglione e via De Gasperi, subito dopo l’edicola di ‘mpa Tano, dove zio Ruben si tratteneva una buona mezz’ora ogni giorno per aggiornarsi sugliultimi accadimenti politici, e per informarsi minuziosamente sulla salute della famiglia dell’edicolante, suo compagno e di liceo e di scoperte puberali, nonché padre di Lila, diciassettenne precoce, nelle forme e nel pensiero, che zio Ruben ospitava sempre più spesso nei suoi pensieri più sconci e qualche volta anche in certi pomeriggi nel suo salotto, a causa di necessarie ed economiche ripetizioni di latino, materia nella quale Lila era svogliatamente o maliziosamente incapace. Ma anche questo non poteva avere a che fare con l’esplosione: ‘mpa Tano non sospettava niente, né era così astuto, o aveva l’istruzione adeguata per organizzare il tutto, si sarebbe fatto scoprire subito, e si doveva tenere conto anche che i numerosi testimoni dell’evento riferirono, nessuno escluso, che l’espressione del padre di quella buona figliola alla vista dell’esplosione di zio Ruben fu di sbigottimento, incredulità, di chi non confida in un’evidenza, anche se deve crederci. Che poi, adesso, è pure facile saperle certe cose. Il caso fu archiviato due settimane più tardi, e i soliti ignoti ne presero la colpa. Il funerale si svolse sobriamente la settimana seguente, e il caso volle, con Dio complice, che subito dopo si dovettero celebrare le esequie del Dott. Cornello, eminente, e per questo invidiato, veterinario. Venimmo a sapere che rese l’anima alle quattro di notte sulla Statale 16, mentre tornava da una visita domiciliare alla fattoria dei Marzulli, la cui vacca aveva avuto una leggera complicazione prenatale (mi dissero di più ma non ricordo) e si schiantò in un benzinaio all’altezza dello svincolo per Màula. La polizia inoltrò il rapporto come “incidente di causa ignota” poiché non v’erano segni di frenata, né testimoni oculari, ovvero non potevano accertare lo stato psicofisico del cadavere, non avendone trovato i resti. Tutto ciò che avevano trovato era una grossa macchia granchio-farfalla blu sul parabrezza e su tutta la tappezzeria dell’auto. Chiusero il caso con i soliti ignoti e con il solito mistero al fegato. Allora non si dette peso a quegli eventi, all’inizio apparvero isolati e nessuno avrebbe mai sospettato che quelle due esplosioni c’entrassero l’una con l’altra, ma io avevo uno strano presentimento. Ma dopo tutto, poteva capitare a chiunque. E’ quando successe al Commendator Lo Jacono, procuratore generale della città, che le forze di polizia si svegliarono e cominciarono delle indagini approfondite. Anche il procuratore Lo Jacono, come il Dott. Cornello e zio Ruben, non era estraneo a inimicizie e minacce, ma fino ad allora non si era andato oltre a qualche graffio alla sua automobile e al sequestro sporadico del gatto di famiglia Oscar, anche se, bisogna dire, Oscar amava moltissimo allontanarsi per giorni e giorni esplorando la discarica cittadina, ma si sa gli Lo Jacono, magistrati per vocazione, amano l’allarmismo, soprattutto Donna Teresa, e soprattutto in tempi bui come questi. Fatto sta che dopo di lui fu un botto continuo. Prima uno a settimana, poi uno ogni cinque giorni, poi ogni tre, due, fino a uno ogni tre ore, senza differenza di censo, mestiere o parentele. Il panico fu eccessivo nei primi tempi, come si può immaginare, e infatti si gridò subito al terrorismo mediorientale, tanta è la nostra abitudine a trovare fra le cose più analogie di quelle che ci siano, complici i nostri preconcetti e le nostre passioni, che Dio ce ne liberi. Come tutto, dopo un po’ di tempo le esplosioni si fecero per tutti un’abitudine media, quasi una noia, se tralasciamo il dolore per la dipartita di un caro o un parente; alla continuità esplosiva, diventammo in un certo qual modo anestetizzati, e tralasciare fu oltremodo facile. Mio cugino David, brillante studente di medicina e innocuo collezionista di francobolli, esplose in un tondo blu quasi uniforme sul divano di pelle bianco di mia zia, durante il TG delle venti. Impiegammo tre settimane a pulirlo del tutto, e non senza amarezza, ma che fare d’altronde. Mio padre è stato più fortunato. E’ esploso nella doccia, al ritorno da baia S. Stefano, e a parte qualche schizzo sulle tendine di plastica, il resto di lui s’è già mescolato al mare. Gli è sempre piaciuto il mare.







