Ecatombe in V atti - 2
Illustrazione di Lucrezia Chiarle - Ecatombe Edoardo Vitale - (qui c'è la prima parte)
III
Sedevo nel silenzio afasico della stanza d’ospedale dove mia madre trascorse tutto il tempo che la separava dalla morte. E fu così per poco meno di un mese. In questo periodo i ruoli si invertirono: mio fratello cadde nello sconforto e si ridussero al minimo le energie di cui disponeva. Lo capivo bene. Non c’era molto da fare, del resto. Forse proprio per questo mi liberai da tutti quei pesi che mi avevano accompagnato fino ad allora. Una parte di me rifiutava la responsabilità di dover sostenere un ritmo positivo perpetuo, necessario per bearsi di vivere al meglio una malattia. Decisi di prendere appunti ogni volta che mia madre riusciva a parlare, quando non era troppo stanca. Con la bocca impastata, pronunciando parole interrotte, rallentate dai sedativi, dettò Diario di Laura, il suo nome. Un diario in cui mi raccontava i suoi pensieri e le sue sensazioni asteniche. La curiosità estetica della fine. Salvo rare eccezioni, ogni pagina era rigata di negatività. La sua depressione sfociò nel sospetto retroattivo che tutta la vita non avesse avuto senso. La poca lucidità spesso si trasformava in rabbia: si avventava contro la cultura, una colonna portante della sua esistenza, nella quale non trovava più alcuna salvezza. Mia madre era stata una maestra delle elementari. Era felice di non avere più una vita intellettuale. Io facevo domande e lei provava a descrivermi questo oceano di ovatta a cui faceva riferimento di continuo e nel quale aveva l’illusione di essere immersa. Si lamentava. Sebbene la sua lucidità venisse sempre meno, in un modo o nell’altro era in costante ricerca per dare una spiegazione alla resa. Alla passività. Si addormentò una notte di agosto, per non svegliarsi più. Le corsie dell’ospedale erano desolate, il personale dimezzato dalle ferie. Tutte le serrande dei negozi tirate giù. La cosa peggiore erano i decadenti manifesti dei concerti e dei festival estivi ormai trascorsi, con date vecchie, che non potevano più essere invoglianti.
IV
I giorni immediatamente successivi le mie azioni furono guidate da una specie di pilota automatico. Il mio animo non c’era. Restava solo il corpo a svolgere funzioni base: ringraziare formalmente alle condoglianze, sbrigare faccende burocratiche, seppellire un cadavere. Per qualche settimana uscii fuori di casa solo per comprare le sigarette e il cibo. Poi smisi, perché feci coincidere queste due necessità fondamentali con le visite di mio fratello, grazie alle quali coglievo l’occasione per fare rifornimento, evitando di vestirmi, radermi, lavarmi. Non rispondevo al telefono da un pezzo e anche quello pian piano prese a squillare sempre meno mentre io cercavo di occupare sempre meno spazio con il mio corpo stesso. Ora abitavo solo una stanza di tutta la casa. Volevo arrivare ad invadere una sola mattonella. Ogni mattino l’idea di avere di fronte a me un’intera giornata da mettere alle spalle sembrava un’impresa impossibile. Nel letto del risveglio ero schiacciato giù, compresso. La testa sottovuoto. Come le confezioni di arachidi. Di quelle che basta un piccolo foro ed incominciano a spifferare e ad allentarsi... Respirare... Distendersi... Non trovavo nulla che potesse rappresentare quel piccolo foro nella mia testa ottenebrata. Incontrai Agata e me ne innamorai, costretto in fila mentre attendevo il mio turno per qualche sportello. Mettere firme. L’unica attività extradomestica che svolgevo a quei tempi. Agata era in fila prima di me e sbuffava in continuazione. Aveva avuto dei problemi con il passaporto e non le consentivano di tornare nelle terre lontane dove si batteva per il diritto allo studio dei bambini cresciuti in zone di guerra. Fu travolgente. Non avrei mai pensato che la scadenza di un passaporto avrebbe potuto cambiare la mia vita. Mi scrollai di dosso la polvere e il torpore. Agata, con le sue mani delicate ma forti, trasmetteva energia persino mentre girava lo zucchero nel caffè. Mi raccontò dei suoi viaggi e delle fughe, io dei miei baratri e dell’immobilità. Lasciai cicatrizzare le ferite addosso alla sua pelle tonica. Mi nutriva. Ripresi a dedicarmi al teatro, decisi di lavorare agli scritti dettati da mia madre. Agata accettò di rimandare la sua partenza, ché in fin dei conti poteva approfittarne per sbrigare tutti i suoi arretrati, inoltre poteva rendersi utile anche da lontano, almeno per un po’. A patto che partissi con lei non appena fosse andato in scena “Diario di Laura”. Accettai. Insomma che diamine. Finalmente non navigavo più a vista, avevo di nuovo il controllo su me stesso, avevo dei progetti a tenermi in vita come si deve. Mio fratello avrebbe capito, lui che si era addirittura dato da fare più di me e stava per diventare padre. E tutto questo, cos’era se non un piccolo e meraviglioso miracolo?
V
Venne il giorno del debutto. Non capitava più da un pezzo ed ero in fibrillazione. Agata era più bella che mai, la osservavo sedere accanto a me in macchina. Se ne stava lì con le gambe accavallate ad osservare fuori dal finestrino, dietro gli occhiali da sole. Come se fosse tutto semplicemente bello e degno di uno sguardo. Poi senza voltarsi, mi disse con tono gentile: - Siamo in anticipo, perché non portiamo dei fiori a tua madre? Il cimitero è di strada, non ci vorrà molto... - - È un’ottima idea - - Però i fiori li scelgo io, fermati qui! - Agata comprò delle orchidee, era felice. Attraversò la strada con un balletto buffo e finì per farle cadere a terra. Scoppiammo a ridere. Poi si chinò per raccogliere il mazzo di fiori. Fu un gesto imprudente. In quel momento un’auto sfrecciò e investì Agata, che non fece un fiato. Non si scompose, elegante com’era. Sentii nitidamente il rumore sordo della carrozzeria che impattava con il suo corpo. Sentii nitidamente il suo corpo ricadere a terra. Sentii nitidamente le sue ossa fracassarsi come campane di vetro. Che ingenuo. Avevo creduto di avere una scelta. Non opposi resistenza quando un vortice di calore partì dal terreno e salì fino al mio povero cuore facendolo scoppiare in un attimo tra le costole. L’aorta spezzata come un fuscello. Gli occhi deflagrati dai quali si riversò fuori tutto il dolore e il sangue, implacabili come un mare in tempesta.















