La nostra società occidentale è, forse, troppo abituata a pensare ad un mondo sterile. Mangiamo, dormiamo e lavoriamo in ambienti chiusi, dotati di luci e con temperatura e umidità artificiali. In più, le pubblicità ci bombardano di continuo con informazioni su prodotti miracolosi in grado di debellare nel giro di pochi secondi ogni singola traccia di polvere e batteri dalle nostre case. Tutto ciò ha creato, in molti di noi, un distacco verso il mondo reale: la natura che ci circonda è considerata sporca, calda, fredda, maleodorante, umida e assolata.
Detto ciò, mi sento in dovere di ricordare a tali soggetti, citando Fabrizio De André, che “dai diamanti non nasce niente ma dal letame nascono i fior”.
Prendiamo l’esempio degli insetti, le antipatiche creaturine a sei zampe che invadono le nostre abitazioni e ci privano del nostro spazio vitale. Probabilmente detto così sembra esagerato, ma pensate alla reazione di panico che suscita una cimice (impossibilitata per sua natura a pungerci o a morderci) in quelli tra noi meno avvezzi ad avere contatti con il mondo “reale”.
Le cose peggiorano quando si parla d’insetti capaci di pungere, e in certi casi anche di mordere, come gli appartenenti alla superfamiglia apoidea; l’unica attenuante, e solo per l’Apis mellifera, è il fatto di fornirci il gustoso miele, usato comunemente nelle nostre cucine.
Sfortunatamente non è questo il principale ruolo di questi insetti, infatti potremmo facilmente rinunciare a questo dolcificante naturale, ma pochi sanno che un terzo del cibo che si trova sulle nostre tavole esiste grazie al servizio di impollinazione incrociata, tramite il quale le api concorrono validamente alla formazione dei frutti e dei semi delle piante.
Ovviamente, sono vari gli attori, a sei zampe e non, che svolgono questo tipo di servizio in natura, però circa il 61% del lavoro è svolto dalle api selvatiche e domestiche.
La superfamiglia apoidea comprende circa 20000 specie e 700 generi a comportamento sociale e solitario (l’85% delle specie). Oltre all’Apis mellifera, alcuni degli esemplari più conosciuti sono: Bombus spp. [“Spp.” In botanica, abbreviazione del plurale species (n.d.r.)] , Osmia spp., Megachile rotundata e Nomia melanderi.
Purtroppo, però, negli ultimi anni si sta iniziando a parlare di declino degli apoidei, fenomeno che ha portato in alcuni paesi del mondo ad una drastica diminuzione degli alveari (fino al 2005 negli U.S si è assistito alla perdita di circa 3 milioni di colonie). In aggiunta, ad oggi la crescita del numero di alveari nel mondo non è al passo con l’aumento delle colture che necessitano del servizio di impollinazione e spesso si osserva una drastica carenza di api selvatiche nelle aree maggiormente coltivate. Questo sta creando gravissimi problemi e in alcune zone della Cina si è già dovuto ricorrere all’impollinazione manuale d’intere coltivazioni di mele e pere.
A cosa è dovuto tutto ciò?
In primo luogo, esistono diversi virus che attaccano gli alveari e che, se presenti simultaneamente, possono anche condurre alla sindrome CCD (Colony collapse disorder), il cui effetto è che l’alveare rimanga privo di api adulte nel giro di pochi giorni. Vi sono, poi, alcuni parassiti come il Varroa destructor, un acaro parassita che si nutre dell’emolinfa delle Api, e alcuni predatori come il calabrone asiatico (Vespa Velutina), comparso in Italia nel 2013, estremamente dannosi. È l’uomo, però, a causare il pericolo maggiore, in quanto, espandendo le aree abitate e coltivate, genera la perdita di habitat e la frammentazione di quel paesaggio naturale che funge da riparo e fonte di nutrimento.
Un altro fattore importante è la scarsa qualità di nutrimento disponibile per le api in determinati periodi dell’anno (fine estate/autunno), periodi in cui la presenza in campo di monoculture come il mais diminuisce drasticamente la varietà di polline reperibile. Inoltre, anche i periodi dell’anno come la primavera, quando gli alberi da frutto sono in fiore e si presenterebbe per le api la possibilità di ottenere un’ottima fonte di cibo, diventano problematici a causa dell’uso di fungicidi, insetticidi ed erbicidi. Tali sostanze, anche se usate nelle quantità e nei periodi indicati, possono generare: mortalità anomala, spopolamento dell’alveare ed effetti sub letali sia sulla covata, sia sugli adulti; ciò è dovuto non tanto al singolo principio attivo, ma all’effetto sinergico di più inquinanti, presenti nell’aria, nell’acqua o nel suolo nello stesso momento. In pratica, è come se noi ci dovessimo trovare a fronteggiare contemporaneamente il raffreddore e un parassita intestinale, mangiando ogni giorno lo stesso cibo e assumendo sostanze alcoliche ad ogni pasto.
In Italia, fortunatamente, la situazione non è così drastica e la perdita di alveari stimata nel 2012/2013 era del 5,3%, ma in altri paesi europei i valori sono molto più alti, avvicinandosi al 30%.
Nel nostro piccolo possiamo fare alcune semplici azioni che possono salvaguardare questi insetti, in altre parole: mantenere nei nostri giardini una piccola zona fiorita con più specie diverse, per dare riparo agli eventuali impollinatori, e, prima di utilizzare un insetticida per eliminare un alveare, informarsi per capire se si tratta di api, vespe o calabroni. Nel primo caso, se conoscete un apicoltore, contattatelo; attirerà le api in un’arnia, arricchendo, così, il proprio alveare.
Bibliografia:
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S. Buchmann e G. Nabhan, The Forgotten Pollinators, Shearwater Books 1996
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K. Monceau et al., Predation pressure dynamics study of the recently introduced honeybee killer Vespa velutina: learning from the enemy,in Journal of Pest Science, Springer-Verlag 2013
R. Rader et al., Non-bee insects are important contributors to global crop pollination, in PNAS, United States National Academy of Sciences 2015
Questo articolo è stato pubblicato sul Cimone, il notiziario del CAI di Modena.
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