L’antisionismo non esiste.
L’antisionismo è una truffa linguistica.
Non è una categoria politica neutra, non è una posizione come le altre, non è una forma legittima di dissenso. È un artificio semantico costruito per rendere accettabile ciò che, detto apertamente, sarebbe immediatamente riconoscibile per quello che è: ANTISEMITISMO.
La tesi può sembrare provocatoria. Non lo è.
Perché l’antisionismo, nella sua forma reale e concreta, non esiste come categoria innocente.
Il passaggio è semplice, ma viene sistematicamente occultato. Il sionismo non è un partito, non è un governo, non è una linea politica. È il nome storico del diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione nella propria patria. È, in sostanza, la versione ebraica di quel principio che ha fondato tutti gli Stati moderni.
Negarlo agli ebrei, mentre lo si riconosce a chiunque altro, non è una posizione politica. È una discriminazione.
E qui entra in gioco la truffa.
Non si dice più “ebrei”. Si dice “sionisti”.
Non si odia un popolo. Si contesta un’ideologia.
Non si discrimina. Si “critica”.
Ma il meccanismo è identico a quello di sempre.
Si costruisce una categoria opaca, indistinta, moralmente sospetta. I “sionisti” diventano una rete globale, un gruppo di potere, una classe che influenza governi, media, finanza. Cambia la parola, non cambia la struttura del pensiero. È lo stesso schema che per secoli ha definito l’ebreo come problema, come corpo estraneo, come origine di ogni male.
È solo una formula aggiornata e resa presentabile.
E infatti il risultato è sempre lo stesso: gli ebrei tornano a essere imputati collettivi. Gli si chiede di dissociarsi, di giustificarsi, di prendere posizione. Non come individui, ma come categoria. Come se esistesse una responsabilità diffusa, quasi biologica, che li lega a ciò che accade in Israele.
Nessuno mette in discussione il diritto all’esistenza di altri Stati sulla base delle loro politiche. Nessuno propone di abolire una nazione perché non ne condivide il governo. Solo Israele viene trattato come una realtà revocabile, come un errore storico da correggere, come un’entità moralmente abusiva.
È qui che cade definitivamente la maschera.
Perché a quel punto non si sta più discutendo una scelta politica, una riforma, una guerra o un leader. Si sta negando il diritto stesso degli ebrei a esistere come soggetto politico. E questo ha un nome preciso.
Non è antisionismo. È antisemitismo.
C’è poi l’alibi perfetto: “esistono ebrei antisionisti”. Certo che esistono. Esistono sempre minoranze disposte a negare la propria identità o a prenderne le distanze. Ma usarle come scudo morale è un trucco vecchio: serve a legittimare un’ostilità molto più ampia verso tutti gli altri.
È come dire che una discriminazione non è tale perché qualcuno, tra i discriminati, la giustifica. Non regge.
E allora chiamiamo l’antisionismo con il suo nome. È antisemitismo.










