Oggi è l’anniversario della morte di Camus. Mi viene in mente, da giovane Camus faceva il portiere di calcio, come il portiere che in Prima del calcio di rigore strangola senza ragione una donna appena conosciuta. Chissà se ci ha pensato, Handke: i simboli ci sono. Che in fondo, mi dicevo, Sisifo bara e con l’atto di sopravvivere diviene complice della propria pena, coincide con l’identità del condannato. E quello del portiere è un ruolo difensivo, di limitazione della sovrabbondanza, mutilazione degli eventi: se Cerbero invece si addormenta allora Orfeo può commettere l’impossibile, estendere i confini del mondo. Non è questo l’assurdo: se c’è altro ancora, possibilità ulteriori, l’aria limpida di Kierkegaard, l’imam nascosto, allora è necessario cercare una spiegazione. Ho sempre pensato a Camus come al prestigiatore che taglia la ragazza in due: il vero trucco è che esista un mondo in cui le ragazze muoiono e non sono felici. Manipolare la realtà è solo questo esercizio apotropaico, una serie di regole di macellazione, non resuscita i buoi ammazzati. Nell’interstizio fra la vita assurda e la vita umana uno può anche andare a letto con le studentesse e comprare macchine veloci, ma la tensione preme da una tempia all’altra come la massa del cancro nella testa del mondo.












