Prisoner 709 è un romanzo del Novecento con un piede nel Duemila
Dai che una volta tanto un clickbait lo dovevo fare pure io. Forse ora state leggendo più che altro per scoprire con quali argomentazioni io voglia sostenere l’assurdità del titolo; frega niente, si deve parlare delle cose belle, si deve scrivere delle cose belle, bisogna ricordare le cose belle, e una di queste è Prisoner 709.
Intendiamoci: Caparezza è sempre stato un grande. Prenderò questa frase come assunto; se non siete convinti mandatemi un messaggio e ne discutiamo quanto volete, ma la sede adatta non è questo articolo. Quello che voglio sottolineare, però, è che Caparezza è sempre stato un grande e lo è stato parlando al cervello di chi ascolta. Ironico, irriverente, intelligente, tanto politico quanto non di parte, disgustato da buona parte della società ma sempre incrollabile in un’unica vera fede, che è la fede nella musica, o più strettamente nello scrivere la musica.
Ed è uno dei pochi cantanti che io conosca a fare seriamente le dichiarazioni di poetica, e per canzoni intere, ma là il mio amore incondizionato per le dichiarazioni di poetica in quanto tali (amore che non mi aspetto granché condiviso) potrebbe inficiare un attimo il mio giudizio. Per me le sue dichiarazioni di poetica sono sempre stati i testi più coinvolgenti, perché è per questo che seguo la legge dell’ortica che ogni giorno mi incita, perché [voglio] prendermi gioco di ogni tua certezza ma con leggerezza, perché io non so cantare, già, ma soprattutto non so piangere in pubblico per bucare lo schermo, perché jodellavitanonhocapitouncazzo, perché tutto quello che volete.
Sicuramente altri avranno apprezzato maggiormente testi più legati all’attualità, va bene; ma il fatto è che un po’ tutti lo apprezzavamo da un punto di vista principalmente intellettuale, che si parli di stima per le sue idee, ammirazione per la genialità dei giochi di parole o qualunque altra cosa.
Non è un caso se i momenti in cui ho più ascoltato Caparezza nella mia adolescenza sono stati quelli più strettamente cerebrali (il momento leggo Platone dei sedici anni, per esempio) e meno emotivi.
Io ascoltavo in loop Museica nel 2014, quando ancora vedevo un mondo intorno a me con una sua organicità e un suo senso. La notizia della morte di Hegel non mi era ancora arrivata, mi rotolavo nel mio ottimismo e mi potevo permettere (sic) di occuparmi di questioni esclusivamente intellettuali, esclusivamente sociali, senza mettere granché in gioco me come individuo perché prima di cadere a pezzi si esiste a malapena. Paradossalmente tutto il Caparezza fino a Museica è ottimista, in questo senso: sia quando si tratta di cambiare le cose, sia nei momenti di puro disprezzo e rassegnazione, comunque parte da una base solida – una persona, intera, stabile, e il suo rapporto con l’esterno che invece può essere anche molto complesso. Poi l’esterno a volte sono i bulletti delle superiori, a volte è la situazione politica di uno stato: non cambia la sostanza.
Una delle premesse stesse dell’anticonformismo, dopotutto, è un’incredibile coerenza interna.
Tra il 2015 e il 2016 l’ho ascoltato meno. Tra il 2016 e il 2017 mi sono crollate tutte le suddette certezze sul mondo e ho perso buona parte del mio ottimismo: per riassumere questo periodo per me basta ripensare a quando a novembre ho letto le Operette Morali con una certa disperazione, o a quando a febbraio ascoltavo musica elettronica perché stavo cercando suono puro al di là di quella cosa orrendamente logica che sono le parole. Basta per me, ripeto: per voi basteranno i ricordi di quando è successo a voi. Se non vi è ancora successo, buona fortuna.
In quel periodaccio, Caparezza era forse l’ultimo artista che mi sarebbe venuto in mente di ascoltare.
Poi, d’estate, è uscito Prisoner 709. E io mi sono detta: non posso ascoltare sempre artisti del Novecento. (Come avrete intuito da un pezzo, non sto usando le date in senso diacronico…)
Mi sono detta: è Caparezza, sarà geniale come sempre.
Il commento mio e di letteralmente tutti gli amici con cui ne ho parlato è stato all’incirca: “Non l’ho capita tanto bene, ma penso fosse profonda”. Seguito da: “Devo riascoltarla”.
Poi, almeno io, l’ho riascoltata solo dopo, insieme al resto dell’album. Non so gli amici cosa abbiano fatto.
La prima sorpresa dell’album è stata: non sei stata l’unica ad aver passato in crisi l’ultimo annetto.
E per quanto tremende le crisi possano essere, bisogna sempre tener conto del fatto che non si torna indietro, ci si passa attraverso e si vede cosa c’è dall’altra parte. E che c’è qualcosa di molto bello nell’essere in crisi: si diventa più veri. Mi rendo conto di quanto sia inflazionato citare Italo Calvino su un blog, ma, forza, è ora di pagare anche questo pedaggio, dato che è chiaro che non arriverò tanto facilmente a spiegarlo con la stessa nitidezza:
“Ero intero e tutte le cose erano per me naturali e confuse, stupide come l’aria; credevo di veder tutto e non era che la scorza. Se mai tu diventerai la metà di te stesso, e te l’auguro, ragazzo, capirai cose al di là della comune intelligenza dei cervelli interi. Avrai perso metà di te e del mondo, ma la metà rimasta sarà mille volte più profonda e preziosa. E tu pure vorrai che tutto sia dimezzato e straziato a tua immagine, perché bellezza e sapienza e giustizia ci sono solo in ciò che è fatto a brani.”
Ognuno poi viene fatto a brani da qualche ragione personale; questa influisce molto all’inizio, ma, a crisi avviata, la ragione non è più neppure il cardine. In caso qualcuno non lo sapesse, per Caparezza la ragione è stata l’acufene.
Quanto il nuovo album faccia male si sente letteralmente al primo verso della prima canzone, a saper ascoltare. “Rullino i tambur, nuovi calembour”.
Eccolo là, lo strappo, chiaro da subito. Caparezza ha sempre fatto giochi di parole, ma ha mai detto che fa giochi di parole? I giochi di parole sono sempre stati la forma che prendevano i testi; ma ora il testo diviene cosciente di sé. È lo stesso che vedere coi propri occhi un cervello: tu sei un cervello, e guardi un cervello, ed è disgustoso, e lo è perché se un cervello è divenuto visibile qualcosa è andata molto storta. (Cit.)
Prisoner 709 ha i suoi precedenti. Ha i suoi precedenti nella musica-in-generale, perché un concept album sul tema della prigionia inevitabilmente a livello tematico si scontra col precedente di The Wall, e ha i suoi precedenti perfino nell’”ottocentesco” Museica, dove già canzoni come Fai da tela o Canzone a metà anticipavano alcuni temi del nuovo album. E non si può dire che Prisoner 709 non sia un album di Caparezza: sarà meno attento a temi sociali, sarà poco o per nulla politico, ma rimane alla base l’album di un artista in crisi che però rimane se stesso. Alcune canzoni, per esempio L’uomo che premette, ricordano più da vicino alcune degli album precedenti, tipo Il secondo secondo me o Cose che non capisco; altre sono qualcosa di profondamente diverso, come la title track o come quella che è la canzone più intima e, secondo me, la più bella: Larsen.
In Larsen una delle cose più dolorose non è altro che uno scarto semantico: parlando della propria malattia, dice che è il “primo pensiero al mattino, l’ultimo prima di” scarto, terribile “buttarmi giù dal terrazzo”. Eppure, in uno dei momenti più intensi dell’album, eccolo: “Ho visto più medici in un anno che Firenze nel Rinascimento”.
Eccolo: è sempre lui. Non è cambiato – si è arricchito. Ha una dimensione in più.
È diventato, in un modo non facile, in grado di parlare anche all’emotività, agli esseri umani in quanto esseri umani. L’ha fatto restando intellettualistico, fra una canzone su Ludovico di Baviera e un’interpretazione abbastanza opinabile de L’infinito; ma ora i giochi di parole e le citazioni diventano espressivi in modo nuovo. In Prosopagnosia, per esempio: “ogni volta mi riascolto e sono risentito”, “e non aspetto altro che avere un altro aspetto”.
Novecento. Pieno, purissimo Novecento, con tutto ciò che costa. Con il bisogno spirituale da colmare che si confonde come un poco d’acqua in mare (d’acqua in mare, d’acqua in mare), con la psicanalisi, le insicurezze, il dubbio improvviso che sia stata la tecnologia a creare l’uomo e non il contrario, i colloqui con il sé del passato, i colloqui con il sé del futuro.
Anche l’anticonformismo non è più possibile sulle stesse basi di prima: “non ha senso recitare la parte degli incompresi con tutti dalla mia parte, con tutti così cortesi”. Paradossalmente, la comprensione altrui è ulteriore fattore di crisi, perché l’anticonformismo era stato uno dei tratti che avevano reso solida l’identità.
Verrebbe da chiedersi se Caparezza ha rispettato le precedenti dichiarazioni di poetica. Era proprio lui a dire: “Parlare di emozioni, questo è il motto! Che c’è, non trovi emotivo il botto? […] Della poesia me ne fotto!”
A rigor di logica no. A questo punto il dubbio è: le varie dichiarazioni di poetica contro le canzoni che parlano di emozioni erano contro tutta la musica che riguarda le emozioni o solo quella affettata?
Se la risposta è la seconda (come credo, vedendo a quali gruppi attinge, per esempio, in Cover), il “cambio di rotta” acquisisce significati ulteriori.
Non so se possa considerare una vera evasione quella che chiude l’album: l’ultima canzone punta decisamente in questa direzione, ma dopo il percorso tutto mentale di Autoipnotica è anche legittimo dubitarne.
(A proposito di Autoipnotica: il suo ritornello comincia con due versi che mi hanno sinceramente stupita; stavolta poco da Caparezza, ma anche poco da chiunque in campo musicale. I versi sono: “La mia macchina è il cursore di una lampo su una linea tratteggiata/guardo nel retrovisore, dietro me si sta scucendo l’autostrada”. Le immagini emergono analogicamente, alla cerniera si sovrappone lo scorrere dell’autostrada nello specchietto, e quello scucendorichiama una suggestione ulteriore, quella di un tessuto che si sfilaccia, e tutto questo è condensato in una ventina di parole. È ben oltre le mie aspettative passate e future, ed è ben oltre, beh, tutto il resto dell’album. Quei due versi mi hanno ipnotizzata).
L’evasione vera – il piede nel Duemila – la possibile soluzione, l’antidoto, la fine della crisi, l’uscita dal tunnel (ah, ah, ah, bella battuta avete pensato) non è l’evasione, è l’ora d’aria.
Apro una parentesi: ogni tanto, da sempre, Caparezza se ne esce con qualche canzone più commerciale delle altre. Non tanto commerciale da non avere contenuto, ma abbastanza da darmi fastidio – ma capisco che le varie Non me lo posso permettere sono necessarie, e amen. In Prisoner 709 probabilmente una delle canzoni “mezze commerciali” è Una chiave; dico mezze perché Una chiave è probabilmente nata con le migliori intenzioni (descrivere un monologo con se stesso da giovane) ma è un po’ naturale che un tema del genere diventi immediata consolazione per adolescenti. Fino a che punto questa cosa sia cercata, io non lo so.
L’altra canzone considerata commerciale è Ti fa stare bene. E qua la mia opinione è: assolutamente no, cioè, non davvero: è orecchiabile, è passata per la radio decisamente più delle altre, ma il punto è che questa “commercialità” è dichiarata e anche motivata all’interno del testo: “questa canzone è un po’ troppo da radio, sticazzi finché ti fa stare bene”.
Si può pensare per certi versi a un ritorno al passato, alle dichiarazioni di poetica, alle canzoni più fastidiose di un nuvolo di pettegole che però rendono la tua vita più piacevole (al Cabaret Voltaire), però ripeto: dalla crisi non si esce che dall’altra parte, e infatti questa canzone è una proposta per il nuovo millennio. Non è l’unica proposta al mondo e non è detto che sia la più valida; io ultimamente intorno a me non cerco altro che queste proposte, timide quanto volete, ma visto che ormai il senso l’abbiamo perso, dovremo pur cercare qualcosa che ci tenga in piedi.
Stavolta è un coro di bambini, il rifiuto del malumore generalizzato, la scelta di un disimpegno che poi è meno disimpegnato di quello che sembra. C’è anche l’idea, sottolineata con alcune genialate musicali che io percepisco ma non sono la persona adatta a descrivere, della necessità di superare il superamento, di rallentare, di perdere di proposito. Possiamo discutere anche a lungo di quanto in questa proposta sia o non sia affatto nuovo, di quanto sia visto in ottica nuova, di quanto sia realizzabile: rimane una proposta, un camminare verso la via d’uscita. E abbiamo bisogno di proposte. Non chiedo a ogni artista nell’immediato una sua proposta esistenziale, perché non credo che i tempi siano maturi per una cosa del genere; però gli chiedo una proposta artistica, questo sì. Gli chiedo di essere consapevole del senso del proprio operato – o meglio, di trovare un senso nel proprio operato.
Anche in uno coro tipo Zecchino d’Oro. Soprattutto in un coro tipo Zecchino d’Oro.
Probabilmente mi avete scoperta: questa non è una recensione. Non è una recensione dell’album; non è neanche una recensione del concerto, del quale potrei dire molto in breve che è stato incredibile, e poi da lì mi partirebbero considerazioni sul suo essere stato spettacolo totale, sul suo essere paradossalmente collettivo (Diego Perrone, non so perché, ma tu ispiri simpatia a tutti e a me pure!) su parecchie altre cose. Il punto è che io non sono la persona giusta per parlare di musica, e lascio la musica a chi la conosce. Intanto ascolto, e per me è più che sufficiente (per il momento: chi può conoscere i Fati?).
Io volevo una scusa per sproloquiare a dovere sul Novecento (e sull’Ottocento, e sul Duemila), e mi sento meglio ora che l’ho fatto. E poi bisogna parlare delle cose belle, e delle cose che ti fanno stare bene. E no, non me la sento di chiudere con una frase a effetto un articolo del titolo così clickbait, quindi lo chiudo a casaccio. (Che bella la Ringkomposition! Pure Prisoner 709 è il Ringkomposition, in effetti).
(Sì, ho scritto romanzo nel titolo per puro effetto scenico. No, non me ne vergogno.)