Canzoni che mi fanno pensare a cose (#1)
E i temi sociali, e gli exempla, e le recensioni delle tragedie di Siracusa, ed è finita l’estate, e ci siamo rotti tutti un po’ le palle di leggere cose serie, quindi oggi vi propino la manifestazione estrema di una delle mie principali ossessioni. La fissa in questione è: le canzoni mi fanno pensare alle cose. Quando si tratta di cose personali, queste cose restano naturalmente personali; ma siccome spesso mi fanno pensare anche a cose che poi sono argomenti di studio, ve ne rifilo un po’. Per divertimento puro, stavolta.
Ho come la sensazione che questo post sarà il primo di una lunga serie.
Per cominciare mi butto solo su “canzoni che mi fanno pensare ad autori e opere della letteratura italiana”. Così, per cominciare con qualcosa di universalmente noto. Vi faccio la lista e vi spiego come mi sia venuto in mente ogni collegamento. Tanto mi prenderete per pazza comunque, ma fa nulla.
Ovviamente nessuno dei cantanti o delle band pensava davvero a quegli autori, ma lasciatemi divertire.
1. STRESSED OUT dei Twenty One Pilots e Giovanni Pascoli
Boh, questo è un po’ il mio abbinamento preferito, e volevo cominciare con qualcosa di bello. Una canzone che comincia con “I wish I found some better sounds no one’s ever heard“, che ci porta subito nel clima di sperimentalismo metrico e di fonosimbolismo. Senza contare il bellissimo gioco di parole alla fine della prima strofa: il verso “I wish I didn’t have to rhyme every time I sang“, in effetti, non rima con nulla.
“I was told when I got older all my fears would shrink” – ecco che, dopo aver finito con le considerazioni formali, siamo nel fulcro della tematica più ovvia, cioè l’infanzia. Che poi esplode nel ritornello: “Wish we could turn back time to the good ol’ days when our momma sang us to sleep, but now we’re stressed out“. Devo sottolineare davvero il ruolo del rimpianto per la famiglia e l’infanzia perduta nella poesia di Pascoli?
“Mi sembrano canti di culla,
che fanno che torni com’era…
sentivo mia madre… poi nulla…
Nella seconda strofa di Stressed out appare un fratello, che è un po’ la Mariù della situazione, cioè l’ultimo legame forte. Il cantante viene riportato al passato da un odore che vorrebbe trasformare in una candela da vendere esclusivamente il fratello, “‘cause we have the same nose, same clothes“.
E il punto è che la fissa per le fonti di luce non è solo dei Twenty One Pilots:
“Io sono una lampada ch’arda
La lampada pascoliana è la poesia – e non escludo che la candela della canzone sia la canzone stessa, o la musica… Insomma a queste fantasticherie segue, nella canzone, il ricordo di qualche attività svolta col fratello da ragazzini, tipo costruire case sull’albero o buttare sassi nei ruscelli. Tra l’altro “out of student loans and tree-house homes we all would take the latter” è un primo riferimento ai problemi economici, che furono in effetti una costante nella vita di Pascoli. Poi lo stesso tema è riproposto nel finale della canzone: “«Wake up, you need to make money» – yo“. Non so se dica più yeah o più yo, ma a me piace yo.
2. CRYIN’ degli Aerosmith e la donna gentile (VITA NOVA)
Ok, per chi non conoscesse l’episodio, in due parole: Beatrice è defunta da relativamente poco; Dante se ne va in giro estremamente triste e si chiede “Chissà se qualcuno si accorge della mia tristezza?” Alza lo sguardo e vede una giovane donna che lo guarda dalla finestra con compassione, e lui allora comincia a piangere. Poi, dopo un po’ di incontri, di lacrime e di pallori vari, Dante capisce di starsi innamorando della nuova venuta, ma al tempo stesso si sente uno schifo, data la situazione. Segue una visione gloriosa di Beatrice che gli fa dimenticare la nuova fiamma. Poi nel Convivio ci ripensa e dice che non c’era nessuna donna ma era la filosofia che lo consolava. (Avreste voluto un racconto scritto bene? Allora avreste dovuto leggere le opere di Dante, non questo blog. Forza che siete ancora in tempo per chiudere il browser).
Insomma, c’è tutto. Dante ridotto una pezza all’inizio: “There was a time when I was so broken-hearted, Love wasn’t much of a friend of mine“, con una bella personificazione di Amore che fa tanto Stilnovo. Ma siamo pronti a una svolta (“tables have turned“) e a un amore che era diventato terribile sofferenza se ne è sostituito uno a cui è molto difficile resistere.
“Ei [il cor] le risponde: «Oi anima pensosa,
questi è uno spiritel novo d’Amore,
che reca innanzi me li suoi disiri;
e la sua vita, e tutto ‘l suo valore,
mosse degli occhi di quella pietosa
che si turbava de’ nostri martiri.“
“I was cryin’ when I met you, now I’m tryin’ to forget you” potrebbe essere il motto dell’intero episodio. “Love is sweet misery” potrebbe essere il motto di molte altre cose. La canzone prosegue fra dichiarazioni d’amore assortite (e un po’ troppo passionali per Dante, o almeno per questo Dante).
Gli ultimi versi che voglio sottolineare sono “Now the word out on the street is the devil’s in your kiss, if our love goes up in flames it’s a fire I can’t resist“. Inferno, condanna dell’affidarsi alla filosofia, condanna dello stinovismo giovanile, Paolo e Francesca, la fiamma di Ulisse, Dante-autore e Dante-personaggio… trippatevi pure voi stessi.
3. Alibi dei Thirty Seconds to Mars e la GERUSALEMME LIBERATA
Ci sta benissimo sin dal titolo, visto che per la gran parte del tempo i protagonisti della Liberata sono, beh, dovunque, tranne che dove dovrebbero. “Took our chance, crashed and burned: no, we’ll never, ever learn“, sempre nel peccato, sempre distratti da qualcosa, sempre in tentazione.
È una canzone che parla di cadute e di errori – come, guarda un po’, la Liberata. Cadute e risalite, in effetti. Una canzone del genere la deve inquadrare in una situazione dicotomica (bene-male). “I fell apart – but got back up again and then I fell apart, but got back up again“. Ognuno va a cercare quello che vuole, che sia l’onore o l’amore o qualunque cosa, e poi si rende conto dei propri errori, e poi ci ricade. Ma il finale deve essere una risalita definitiva (“We both could see, crystal clear, that the inevitable end was near“) e ciascuno dei personaggi principali deve scegliere, definitivamente, la causa cristiana (“made our choice, a trial by fire, to battle is the only way we feel alive“).
E poi c’è una delle frasi più tassesche di questo mondo, che contraddice e completa tutto un quadro che si è delineato, nei secoli, in poemi su poemi: “If I could end the quest for fire, for truth, for love, for my desire“. Eh già. Goffredo è d’accordo, poveraccio, mentre va in giro a recuperare guerrieri vaganti. Si deve risalire.
Senza contare il fatto che anche moltissime altre canzoni dello stesso album, per esempio This is war e Closer to the edge, restituiscono benissimo l’atmosfera della prima crociata come-la-vede-e-descrive-un-poeta-del-Cinquecento. (Osservazione tra parentesi: una di queste canzoni, Hurricane, mi fa pensare a Silence di Martin Scorsese. Forse questo film e Tasso hanno alcune cose in comune, tipo la Controriforma).
4. APPLAUSI PER FIBRA di Fabri Fibra e Vittorio Alfieri (VITA in particolare)
Ok, non è la prima volta che parlo qui di Alfieri. E neanche della Vita. E neanche della Vita in relazione a Fibra
(è già capitato in quest’articolo). Quindi mi toglierò questo sassolino-ossessione definitivamente, proclamando la mia idea in termini chiari: Fibra è un lontano discendente di Alfieri. Molto lontano, ma pur sempre un (inconsapevole) discendente. Fidatevi di me.
Ora, una delle prime prove di questa parentela segreta è il loro comune egocentrismo. Perché, sì, Alfieri sarebbe stato capacissimo di scrivere una tragedia, una poesia, un’opera di qualunque tipo e intitolarla Applausi per Alfieri, acclamato da lui medesimo.
Flashback: zoom sul piccolo Vittorio, anni sette, innamorato perso di un po’ di fraticelli come ho già raccontato. Preso da questa forte passione (vedete? già da piccolo le sue passioni sono forti), come racconta lui stesso, corre nel giardino e mangia fili d’erba fino a ingozzarsi, nella speranza che in mezzo al prato di casa sua cresca della cicuta. Sì, sempre a sette anni. Dopodiché vomita.
Sostituisci l’erba del prato con qualcosa di, beh, peggiore, e ottieni “Io mangiavo lucertole aperte da ragazzino, tornavo a casa e vomitavo in mezzo al giardino“. “Non ho mai smesso un giorno di fantasticare” si spiega da sé, “non ho mai fatto grandi successi in generale” sembrerebbe una negazione del solito orgoglio, se non fosse che Alfieri evitava i “grandi successi” di proposito perché il popolo fa schifo e la borghesia è sesquiplèbe.
Un po’ di (auto)emarginazione, un riferimento alla morte prematura del padre, qualche altro accenno alla situazione familiare un po’ disastrata e giù applausi.
Altra sequenza: il piccolo Vittorio che viene punito per ragioni varie, incluso il suddetto vomito, (“Ho perso la testa troppe volte, da ragazzino“). Rinchiuso in qualche ripostiglio, umiliato con qualche indumento ridicolo da indossare in pubblico, diventa una persona francamente poco amichevole (“Ho ancora qualche problema a socializzare ma tutto sommato non diresti che sto andando male“).
Dopodiché la canzone deraglia, e non c’entra più molto. Peccato. Altri applausi, altre cose che non c’entrano, altre applausi. Sarebbe potuta essere una delle canzoni più azzeccate, se non fosse stato per il finale.
5. Captain Jack di Billy Joel e Giacomo Leopardi (almeno quello giovanile)
Sì, sto chiudendo associando a Leopardi una canzone che parla palesemente di droga. Fa nulla. Tanto già si sente l’aria recanatese nella prime parole (“Saturday night“) se le si unisce con il “village” della seconda strofa. Lo so – non vi ho convinti, ma vi convincerò.
Il giovane della canzone se ne va in giro di sabato sera (poco leopardiano, lo ammetto), “tired of living in your one-horse town“. La fuga dal provincialismo, disgusto da paesello, sconforto – c’è tutto. ” You’d like to find a little hole in the ground for a while“.
Ed ecco la prima apparizione di questo Captain Jack, pronto a salvare il protagonista, a portarlo “to your special island“, a farlo evadere. Per Billy Joel è droga; per Leopardi magari l’unica fuga dalla noia di quel postaccio era lo studio, o magari il carteggio con Giordani.
La sorella ha un appuntamento (Paolina!) e il protagonista della canzone resta a casa a farsi le seghe (eviterò facili ironie) ed aspettare qualcosa che non avverrà. Succedono un po’ di cose poco leopardiane, o interpretabili in senso leopardiano con molto molto sforzo, e io sono stanca. Dopo un tentativo di fuga (“ah, there ain’t no place to go anyway, what for?” – vedo pure la delusione della visita effettiva a Roma, quando questa avvenne), la canzone butta giù qualche spunto filosofico non lontano dalle idee di Leopardi. “So you got everything, ah, but nothing’s cool” e “but still you’re aching for the things you haven’t got, what went wrong?” ricordano molto l’idea della differenza fra quello che si può ottenere, che è comunque limitato, e il desiderio umano, che è illimitato.
“And you can’t understand why your world is so dead […] well, you’re twenty-one and still your mother makes your bed, and that’s too long.“
Tanto bello quanto triste. Wo, ma a me che frega? Tanto entro martedì avrò mollato la mia vita provinciale. Vado a farmi deludere pure io!
Bonus: In a heartbeat e Guido Cavalcanti
Bonus e non in lista naturalmente perché non è una canzone, ma un corto (anche se ha una gran soundtrack). Questa non ve la spiego. Guardatelo e basta. Guardate quel cuoricino bellissimo e sentite l’averroismo che vi si radica (ah! ah!) nell’anima.
Arrivederci. È stato più stancante del previsto, vi assicuro. Però ne seguiranno in futuro. Ho un intero arsenale di roba malcollegata.