"Prosopopea" Banale inizio di una banalissima favola: c'era una volta. C'era una volta qualcosa. Non c'era niente, in realtà. Era triste pensarlo, in effetti, eppure non spariva mai nulla. Non si dimenticava mai niente, perché non c'era niente. Mai, neanche una volta. Nessuna occasione andava sprecata, poiché non ne esistevano, in quel paese. In quella terra, governata dal terrore e dall'astio, non si contemplavano le speranze né si piangevano i sogni infranti. Fu in codesto posto che crebbe. Chi la conosceva di vista -quasi tutti- la chiamava con un sussurro; chi aveva avuto la disgraziata sorte di conoscerla di persona -nessuno- non la chiamava. Non possedeva nome, così come non aveva indirizzo, nessun luogo in cui sopravvivere. Non aveva bisogno di nome, affetti personali o numero di telefono; spesso diceva sornionamente che le sarebbe piaciuto essere proprietaria di una voce che fosse sua. Era forse una delle aspirazioni più grandi che avesse mai avuto. Parlava con gli occhi, ma non sapeva comunicare. Si esprimeva con la voce del popolo, che non era dannosa come può sembrare oggigiorno. Appariva, in un singolare modo che nessuno che fosse nato con lei sarebbe mai stato in grado di spiegarsi, soddisfatta da quel clamore che proveniva dalle profondità della feccia umana, come protetta. Nessuno poté mai venire a capo della ragione per cui le sue labbra fremevano e le sue ginocchia tremavano quando era immersa nella folla. Era nata da quel clamore, aveva imparato a farsi carico degli sguardi della gente, si era mimetizzata alla perfezione in quella feccia, tanto da considerarsi tale. In tal modo, era riuscita a crescere indisturbata e ad insidiarsi in ogni angolo. Non aveva età; le maledizioni che lanciava ed i graffi che incideva sopra ogni porta alla quale passava accanto non erano databili. Coloro che le avessero osservato con attenzione le braccia avrebbero potuto scorgervi tracce di terriccio e fango di palude, ancora fresche, ancora vive. Questo non perché non avesse cura di se stessa, sia chiaro. Il motivo reale non lo sapeva neppure lei. La sua vita era sempre stata un susseguirsi di rincorse, di pesi morti, di cadaveri sulla coscienza. Di scheletri nell'armadio. Di omicidi, ne aveva alle spalle un bel po'. La sua intera esistenza era una scena del crimine. Le persone che aveva spinto al suicidio non si contavano neanche sulle dita di quindici mani. Nonostante ciò però, nessuno la ricercava più di tanto. Aveva preso l'abitudine di essere combattuta, quella di non avere persone accanto né amici di alcun tipo. Solo il suo carattere le permetteva di essere tenace, la forza di volontà ormai era svanita nel fare male, nel distruggere tutte quelle vite. Nel trasformare tutti quegli esseri umani in presenze. Di tanto in tanto si pugnalava. Non importava dove, purché gli altri la vedessero soffrire. Una mano, una coscia, un cuore. Dopotutto non erano suoi, poteva permetterselo. Eppure non bisogna essere scorretti e pansare che non si affliggesse per la povera gente che colpiva, al contrario: ne era completamente soggiogata. Non esisteva giorno in cui questo pensiero non la tormentasse. Per questo motivo, forse, si faceva del male. Sfruttando i corpi degli altri, certo, ma espiava le proprie colpe. Tuttavia non siamo sicuri che le ragioni delle cicatrici sulla sua pelle di luna fossero paragonabili a questa sopracitata. Era abbastanza improbabile, in effetti, che fosse abile di nutrire un altruismo tale da preoccuparsi della gente che colpiva. Indistinta, era. Si mischiava ai gruppi di persone come un libro in uno scaffale di biblioteca. Ci sono di quei volumi predestinati, io credo; quelli che sfavillano di una luce bianca, a dispetto di tutti i restanti romanzetti da due soldi e best-sellers. Quelli che obbligano il fortunato lettore ad impossessarsene e gli impediscono di separarsi da lui. Da un lato, lei non era così. Se fosse stata un libro, probabilmente sarebbe finita nella parte più nascosta di un cassetto a doppiofondo, impolverata e con le pagine stracciate. D'altra parte però, come i libri predestinati, vincolava gli uomini con i quali intratteneva un discorso ricercato, imbambolandoli con promesse e mettendo in mostra il suo lessico altolocato; così l'interlocutore, che per la verità interloquiva ben poco, spendendo gran parte del tempo a pensare ai vantaggi di quel fortuito incontro, non riusciva a resisterle. Era una puttana. Non aveva sesso, non ci dava importanza. Poteva dipendere dai giorni, talvolta si sentiva maschio, in altri momenti donna. Era entrambi: aveva la gentilezza di una fanciulla e la scaltrezza di un'anziana maliarda; la potenza di un cavaliere, l'impeto di un adolescente. La tenerezza di un cucciolo d'uomo appena svezzato. Colpiva tutti indistintamente. La sua era una caccia spietata; senza mai fine, senza scopo. Di notte si svegliava angosciata e scorrevano lacrime dai suoi occhi, eppure non piangeva. Così come non dormiva. Così come non viveva. C'era inoltre chi la chiamava parassita, ma senza giustificazione. Come poteva lei, indifesa, succhiare la vita agli altri, se a lei stessa non ne era stata concessa alcuna? Non aveva bisogno di nome, residenza fissa, amici. Si bastava da sola. Non era mai spaventava, era impavida. Nessuno riusciva a sfuggirle, erano tutti quanti abbagliati dalle sue parole soavi e dalla sua voce suadente. Eppure lei non possedeva voce, l'abbiamo detto; quelle parole non erano le sue. Lei non parlava Non le era mai scappato nessuno. Mai aveva fallito. Neppure quando prese me. Non possedeva nome, così come non aveva indirizzo, nessun luogo dove sopravvivere. Si chiamava Paura.