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Art Verve Academy Virtual Paint (image: Stacy Egan)
Art Verve Academy Virtual Paint
INTERVISTA A SIMONA BERTOZZI E ENRICO PITOZZI (PROGETTO "PNEUMA")
A cura di Maria Elena Curzi
WAITING 4 DNA 2013 si è concluso con la lecture – demostration di Simona Bertozzi, seguita da uno sharing idea in cui la coreografa illustrava al pubblico di W4DNA alcuni concetti chiave della sua scrittura coreografica. Incuriositi dalla sua ricerca, ci eravamo chiesti a cosa avrebbe portato. In occasione di DNA 2013, Maria Elena Curzi ha avuto modo di intervistare Simona Bertozzi ed Enrico Pitozzi ideatori del progetto PNEUMA.
Maria Elena Curzi: Qual' è la tua definizione di corpo – paesaggio?
Simona Bertozzi: Il corpo - paesaggio è un elemento chiave della mia ricerca perchè in qualche modo permette di mettere insieme tutta una serie di percorsi di studio tecnico e concettuale che negli anni ho svolto e continuo a svolgere. E' un corpo giustamente addestrato per l' apprendimento di regole che permettono di essere un qualcosa che non è la quotidianità: un corpo che si ripulisce degli atteggiamenti abituali per inglobare una serie di regole posturali e modalità cinetiche ben chiare per rendersi disponibile a percepire modalità ambientali, atmosfere e ad essere in grado di sentire la propria anatomia sia come integrità sia come disintegrazione. Mi immagino il corpo - paesaggio come un corpo – spazio, un corpo – tempo che pulsa della mia necessità ma anche di tutta unaserie di elementi dialogici che mi permettono di essere, appunto, in una continua pulsazione interno - esterno, fuori - dentro.
M .E. C. : L' architettura del corpo è la dimensione dello spazio che riesce ad evocare”. Ci puoi spiegare questa frase che hai detto durante il laboratorio DNA movement #1 ?
Enrico Pitozzi: Quando parlo di architettura del corpo sostanzialmente mi riferisco ad una interpretazione del ruolo del corpo. Credo che il corpo sia, in realtà, nella scrittura coreografica un punto di passaggio, un' intersezione, non sia il punto di cominciamento di nulla. Un punto di passaggio perché canalizza delle tensioni, delle intensità, delle energie che provengono dall' esterno e che trasforma e che canalizza in una forma; riesce a determinare una forma a partire del corpo. L' obiettivo della scrittura coreografica credo che non sia il corpo stesso ma sia lo spazio e in questo senso parlo di un' architettura dello spazio che deve essere data a vedere allo spettatore. Se volete, è anche una sorta di negativo fotografico. Là dove il corpo sparisce, rimangono le architetture che il corpo disegna nello spazio.
M. E. C. : Puoi dirci qualcosa sul titolo del tuo nuovo lavoro “Orphans” ?
Simona Bertozzi: Come spesso accade nei miei lavori il titolo arriva per coincidenze e per elementi visionari che già ho avuto e, infatti, spesso i titoli cambiano in corso d' opera nel senso che sono necessità che vivono non per traduzione didascalica. In questo caso, Orphans non è una condizione particolare dell' essere orfano ma significa, in qualche modo, una modalità di ascolto, di apertura, di transizione dal corpo verso altri corpi: è una necessità di un corpo che si disintegra e si e ricompone. E' un' idea di essere proiettati nello spazio, di in qualche modo sradicarsi: vertigine dello sradicarsi che significa proiettarsi in un qualcosa che lascia una memoria. E' un corpo che vive questa condizione di passaggio attraverso visioni, momenti di solitudine e singolarità.
M. E. C. : Come si integra il tuo progetto “Chroma” con quello di Simona Bertozzi “Orphans”?
Enrico Pitozzi: Chroma, come Orphans, fa parte del più ampio progetto Pneuma ma non è un momento performativo: oserei dire che è un momento che segue la scia lasciata dai corpi di Orphans in questo caso ed è un modo di prolungare in parole l' esistenza del corpo che manca, di cercare di lavorare intorno ad una serie di sfumature, di tracce impalpabili che sono le cose che dal mio punto di vista, oggi, in questo periodo non molto luminoso per la scena culturale, è utile tornare a valorizzare: le cose che sono apparentemente inconsistenti e nascoste ma che sono l'ossatura della realtà.
M. E. C . : Durante la lecture - demostration del 25 Maggio 2013, nell' ambito di Waiting for DNA, hai presentato dei materiali grezzi di “Orphans”, in stato di composizione estemporanea. Puoi dirci come si evoluta, brevemente, la tua ricerca e costruzione coreografica?
Simona Bertozzi: La presentazione che è avvenuta in Maggio era del tutto una lettura dimostrativa dei materiali ed è stata per me una sorta di pulsazione di cellule, di micro necessità di ricerca ancora in atto, di visioni che stavo cercando di rendere chiare a me stessa. E' stato un portare delle pulsazioni su questo progetto che ancora non avevano una loro forma di aggregazione. Quindi quello che poi è accaduto è stato comporre un gruppo e riportare le mie visioni all' interno di esso, donandole ai corpi dei miei danzatori. Creare una sorta di migrazione da quello che per me era stato, appunto, un aggregare di suggestioni, iconografie, letture e farle migrare altrove. Ora il work in progress è una griglia in progress ma del tutto organizzata, senza nulla di improvvisato.
M. E . C. : “Noi siamo costituiti dalla materia del mondo”. Ci puoi spiegare meglio questa frase che hai detto durante il laboratorio DNA movement #1 ?
Enrico Pitozzi: Siamo fatti di materia e di questa materia dobbiamo essere consapevoli che non ha nessuna separazione con il mondo esterno e quindi con lo spazio, con la costituzione dello spazio. Ciò che ci interessa rispetto a questo discorso è la consapevolezza che per esempio nella costruzione nella scrittura il movimento è qualcosa che continua là dove il corpo si arresta e quindi presuppone una consapevolezza di irradiazione dei corpi che si espande aldilà dei limiti fisici di questo corpo. Ecco, in questo senso, parlo di una dimensione di aggregazione della materia che deve pulsare, deve pulsare al di fuori del corpo in uno spazio che apparentemente è vuoto ma è uno spazio che diciamo gravido di intensità, è uno spazio colorato, ha una temperatura e questa temperatura è portata dal corpo. In una parola posso dire che questo discorso sull' irradiazione e sulla materia ha a che fare con la presenza. La presenza di qualcuno non è semplicemente la presenza del suo corpo ma è la capacità di cambiare la temperatura dell' atmosfera.
M. E. C. : “Cerco di depositare la memoria che ogni informazione lascia nel corpo”. Ci puoi spiegare meglio cosa intendi per memoria?
Simona Bertozzi: Per me memoria del corpo è ritrovare una traccia anatomica e che dall' anatomia ritrova poi tutta una serie di elementi di dialogo tali per cui posso ricomporla fisicamente perché ne conosco perfettamente il meccanismo interno, cioè a livello cinetico so come il corpo organizza quella determinata azione, ma ogni volta mi organizzo in modo tale da creare uno scambio con lo spazio e il tempo che ospitano quest' azione. Per cui, ogni volta rinnovo questa conoscenza con un dialogo che si ripercuote oltre il corpo e quindi, in realtà, è una continua transizione. E' una memoria che ha più a che fare con una traccia, un pulviscolo, un qualcosa che è molto più concreto di un ricordo perché ha a che fare con la materia del corpo e allo stesso tempo si apre, sconfina in molto di più.
M. E. C. : Qual è la tua definizione di scrittura coreografica?
Enrico Pitozzi: Per scrittura coreografica si può intendere la scrittura dello spazio: la deposizione di tracce del corpo in uno spazio che sono destinate a rimanere impresse sulla retina dello spettatore e a riverberare nei suoi tendini, nei suoi nervi e nei suoi muscoli. E' un' immagine che lo spettatore si porta via e che funziona in lui, produce degli effetti in lui, anche a distanza. Quindi, la scrittura coreografica è esattamente questo: costruire un modo attraverso il quale il corpo sia in grado di imprimersi sulla lastra fotosensibile del cervello dello spettatore.
M. E. C. : Che cos' è per te la scrittura coreografica?
Simona Bertozzi: La scrittura coreografica, per me, è una modalità fortemente organizzata che funziona a tappe ben precise e che poi diventa un qualcosa che sfugge totalmente alla griglia che io voglio imporre. Cioè, inizia con un discorso molto chiaro di organizzazione del corpo, Una volta che c' è la chiarezza di quello che il corpo deve appunto andare a informare, c' è la necessità di darle una prossimità nella materia del corpo. E intanto è organizzare anche una visione, un' immagine che comincia a trasformarsi. Lentamente io non devo leggere più il singolo movimento, la singola azione, ma un universo di pulsazioni che quasi, appunto, restano più come traccia. Poi, cerco proprio di chiudere gli occhi e riaprirli senza ricordare assolutamente le partiture che ho passato ai miei danzatori in modo tale da poter chiedere a loro di rimandarmi una visione attraverso quello che loro riescono a riprodurre attraverso i loro corpi. Quindi, la scrittura coreografica alla fine è la scia, la pulsazione che io percepisco nel momento in cui loro forse sono già transitati, nel momento in cui il corpo forse è già transitato, è quello che mi ritorna di tutta questa stratificazione. In sintesi, estrema organizzazione per estrema apertura di informazioni.
REF 2013: PER NON SVEGLIARE I DRAGHI ADDORMENTATI di Marco D'Agostin / ALL DRESSED UP WITH NOWHERE TO GO di Giorgia Nardin (video intervista a cura di Elisa Biscotto/ DNA SCRITTURE)
REF 2013: UNTITLED - I WILL BE THERE WHEN YOU DIE di Alessandro Sciarroni (video-intervista a cura di Angela Bozzaotra/DNA SCRITTURE)
REF 2013: APPUNTI COREOGRAFICI - MOTO PERPETUO_PRIMA DEVIAZIONE di Anna Basti / JUPITER AND BEYOND | BEYOND di Nicola Galli / SUL PUNTO di Claudia Catarzi (video-intervista a cura di Andrea Scappa con la collaborazione di Lara Eva Stasi/DNAscritture)
INTERVISTA A NICOLA GALLI - "Jupiter and Beyond | Beyond"
a cura di Andrea Scappa
con la collaborazione di Lara Eva Stasi
intervista effettuata il 23/10/2013 presso Opificio Telecom Italia (RM)
Andrea Scappa: All’interno del tuo lavoro dopo aver scandagliato la struttura anatomica dell’uomo sembra invece che con Jupiter and Beyond ti stia ponendo su un piano più ampio, quello della struttura dell’universo e dei suoi rapporti con l’uomo. Ci puoi parlare di questo ampliamento della prospettiva d’indagine anche rispetto all’ispirazione a 2001 Odissea nello spazio?
Nicola Galli: Jupiter e Beyond nasce nel dicembre del 2012 all’interno del mio progetto MDV (metamorfosi del vuoto), un contenitore di arti performative. Jupiter e Beyond, composto da un primo frammento Jupiter e da un secondo frammento Beyond, è una creazione coreografica ispirata al film 2001 Odissea nello spazio del regista Stanley Kubrik e all’omonimo romanzo di Arthur Clarke con l’intento di analizzare il legame indissolubile dell’uomo con la dimensione spaziale e temporale. Ho posto l’interesse sulla forza evolutiva umana, sul suo avanzamento nel tempo e nello spazio scandendo così il movimento dei corpi in un contesto scenico lontano, rarefatto, assolutamente imperturbabile all’interno della sua natura. 2001 Odissea nello spazio ha rappresentato per questo lavoro un importante spunto di riflessione soprattutto dal punto di vista della sua struttura. Ho assorbito la linea drammaturgica del film, la sua geometria, le scelte così potenti a livello di luci e di suono, il ritmo lento e costante simile a quello di un pianeta in rotazione. In particolare la colonna sonora del film è stata completamente estrapolata e riadattata all’interno dello spettacolo. La struttura dello spettacolo viene poi modellata sulla consequenzialità delle scene, sulla struttura circolare del film.
A.S. : Il quadrato è una forma che ricorre nei tuoi lavori e ha subito un progressivo processo di smaterializzazione fino alla sua scomparsa in Beyond per approdare alla curva di Bézier. Questo percorso come ha influito sul tuo processo compositivo e sulla connotazione scientifica del tuo lavoro?
N.G. : All’interno di MDV il mio scopo è quello di adottare una scrittura vicina ad una sorta di bidimensionalità, una scrittura estremamente visiva che mi permette di compiere un lavoro sulle forme geometriche, sui loro segni, sulla loro natura grafica e sul loro mutare da una forma a un’altra. Si passa così dalla linea retta al quadrato, figura stabile nella sua monotonia in Jupiter,fino ad arrivare attraverso la curvatura di una linea, il convergere dei suoi due estremi come sotto l’influsso di una forza magnetica alla forma circolare in Beyond. Questa curvatura si traduce a livello di movimento per i danzatori in un’attenzione alla stabilità di un corpo che appoggia su un cuneo da cui poi gestisce pesi e soprattutto formato come il movimento cinetico della trottola. Inoltre mi rendo conto di aver strutturato questo secondo frammento in maniera tale da restituire una visione quasi in postproduzione, ad esempio la linea bianco ottico presente in scena sembra paradossalmente essere stata applicata in postproduzione, in un video editing, come se il movimento delle danzatrici non fosse assolutamente associato all’articolazione di questa linea.
A.S. : Tra i due frammenti il passaggio dal quadrato al cerchio effettivamente rispecchia il passaggio dagli interpreti maschili a quelli femminili?
N.G. : C’è una sorta di simmetria, un equilibrio bilanciato sia fra l’eterogeneità dei corpi, tre uomini (Jupiter) e tre donne (Beyond) con età differenti che tra le loro diverse esperienze in quanto i tre uomini è la prima volta che si avvicinano a un lavoro coreografico mentre il gruppo femminile è composto da tre danzatrici professioniste. Nel gruppo degli uomini essendo la loro prima esperienza come performer cercavo una sensibilità, una capacità di gestione e di adattamento ad uno spazio teatrale così complesso, nello specifico alla struttura che è presente in scena, una struttura quadrata. Nel gruppo femminile, volutamente più coeso rispetto al primo, ero alla ricerca di una sensibilità anche tecnica per l’esecuzione di alcune partiture coreografiche che legano la danza contemporanea ad alcuni elementi estrapolati dalla danza classica. Dunque si assiste a una divergenza-equilibrio di eterogeneità dei corpi ma anche di punti e indicazioni verso il basso per Jupiter in cui c’è questo quadrato, forma fortemente terrestre, e indicazioni in direzione opposta per Beyond dove abbiamo una forma che tende verso l’alto, una figura celeste, questo cerchio che sembra sorvegliare dall’alto ciò che accade sulla scena.
INTERVISTA A ANNA BASTI - "Moto perpetuo_prima deviazione"
a cura di Andrea Scappa
con la collaborazione di Lara Eva Stasi
intervista effettuata il 23/10/2013 presso Opificio Telecom Italia (RM)
Andrea Scappa:Partiamo dal titolo del tuo pezzo Moto perpetuo_prima deviazione. Ce lo potresti spiegare in relazione al tuo lavoro?
Anna Basti: É stato stabilito dopo vari tentativi ed esperimenti che in realtà il moto perpetuo, questa energia che si rigenera da sola, non esiste. Quello che mi interessa rispetto a questo concetto da un lato è che abbiamo sempre bisogno di un qualcosa che deve essere trasformato dall’altro che il moto perpetuo nel sentire comune viene un po’ vissuto come un loop, un qualcosa che si ripete e da cui si fa fatica a venire fuori. Da qui l’importanza del sottotitolo “prima deviazione” per rendere l’idea, la possibilità di una fuga da questo movimento continuo che non è altro che una forma di stasi. Il punto di partenza per questo lavoro l’ho trovato in una mia condizione emotiva rintracciata poi anche nelle persone intorno a me, un stato di disagio, di ostacoli che si frapponevano fra me e il mondo e in quel sentirsi continuamente inadeguati. Mi sono resa conto ad un certo punto che uscendo da questo circolo di autocommiserazione e lavorando sulla condivisione di questa situazione di difficoltà sarebbe stato possibile forse uscirne o almeno deviare.
A.S. : La costruzione del pezzo è fatta per fotogrammi. Da cosa deriva la necessità di adottare questa struttura frammentaria, forse proprio dal tema del disagio?
A.B. : Credo che l’idea del frame sia stata una scelta anche molto istintuale nel senso che ho lavorato su alcune immagini che avevo in testa e che per me erano il sunto di uno stato emotivo. Ho poi cercato di fare una trasposizione scenica di queste immagini. Questa modalità la vorrei attuare anche nella seconda parte del progetto che comprende un laboratorio in cui i partecipanti saranno invitati ad un’indagine sul loro immaginario chiaramente dentro questo contesto da me descritto.
A.S. : In Moto perpetuo_prima deviazione come si è svolto il tuo personale lavoro di ricerca coreografica in relazione con il suono e la luce e questi elementi che ruolo assumono nel pezzo?
A.B. : Per questo pezzo quello che mi interessava particolarmente non era tanto un lavoro di ricerca sul corpo a livello di movimento quanto l’idea di creare delle condizioni, un ambiente, un luogo emotivo dentro il quale il corpo singolo del danzatore e al tempo stesso lo spettatore si trovassero immersi. In questo senso è stato fondamentale capire come il corpo interagiva, come il corpo in una condizione emotiva veniva condizionato sia dal punto di vista della postura che dal punto di vista del movimento.
Fabrizio Cicero (luci): Per quanto mi riguarda posso dire che ci siamo presi proprio per mano in questo concetto di disagio e ci siamo incanalati in un percorso di schiacciamento, di molto buio tracciando un’evoluzione che spero giunga ad un ritorno alla luce.
Franz Rosati (suoni): Dal punto di vista del suono rappresentare il disagio si coniuga perfettamente con quello che è il rumore, la pressione sonora molto elevata e tutto ciò che sovrasta in qualche modo l’uomo a livello emotivo e non lascia scampo, citando Emile Cioran il caos è diventare se stessi. Uno studio sul suono di questo tipo perciò si muove tra musica concreta, noise, e suoni industriali.