VACCINO FATTO
Ho fatto Pfizer a Novegro, in quel di Segrate.
Vi racconto la mia esperienza.
Arrivo al centro vaccinale un'ora prima a causa di un'ansia burocratica ai limiti del patologico. Devo essere in anticipo quando c'è di mezzo la burocrazia. Ho sempre paura che succeda qualche imprevisto.
Per me la vaccinazione è soprattutto burocrazia: prenotazioni, QR Code, documenti da presentare, foglietti con numeri che definiscono il mio posizionamento in un elenco. Nelle occasioni burocratiche sono colto da attacchi di ansia che mi fanno immaginare le cose peggiori. È anche per questa paura delle procedure alienanti che mi sono appassionato alle idee di Bakunin e Malatesta.
Arrivo un'ora prima. Mi dico che un'ora è il tempo di cui ho bisogno per orientarmi, per capirci qualcosa, per trovare l'entrata di un edificio, per trovare il corridoio che porta da qualche parte, per ricostruire l'intero percorso, per essere intimamente connesso col momento burocratico, per comprendere il funzionamento di una procedura, per capire che a un certo punto devo stare con le orecchie tese perché chiamano dei numeri. Uno di quei numeri è il mio.
Ho paura di non cogliere l'attimo. Immagino il mio turno come qualcosa che arriva di soppiatto, quando meno me lo aspetto, e mi sento come un centometrista che vuole fare una partenza impeccabile, un millisecondo dopo il via. Devo rispondere con prontezza, mi dico, perché altrimenti chiamano il tizio dopo di me e se ne riparla fra un mese, fra sei mesi, l'anno prossimo, chissà quando.
Niente può rassicurarmi quando sono immerso in questi pensieri. Forse sono sfortunato, ma nelle sale d'attesa trovo sempre la proverbiale atmosfera calorosa e accogliente di un porto commerciale sul Mar Baltico. Sei lì con il foglio della prenotazione in mano e aspetti. Chiamano il tuo numero col tono di chi ti considera un fastidioso inconveniente che appesantisce la giornata. Quel numero è una scocciatura. Tu sei una scocciatura, anche per effetto di una cronica carenza d'organico che ci porta dritti al discorso sulla privatizzazione della sanità.
Oggi mi vaccino e sono preparato ad affrontare tutto questo. Arrivo un'ora prima con l'imbarazzo dipinto sul volto, con la vergogna di chi è mostruosamente in anticipo senza alcuna giustificazione razionale. Chiedo informazioni e confesso subito la mia colpa: "Dove si trova l'accettazione? In realtà sono in anticipo. Ho l'appuntamento fra un'ora". E loro rispondono: "Non importa. Facciamo subito". Mi rivolgono un largo sorriso e mi danno un foglio da compilare.
Prima stranezza: l'orario non è importante. Non vogliono farmi sopportare inutili attese. C'è un'atmosfera inedita. Mi accompagnano passo dopo passo come se fossi un bambino. Magari li ho beccati in una giornata buona, o voglio vedere solo cose rassicuranti per farmi coraggio, ma tutti mi sembrano rapidi, efficienti, sorridenti, calorosi. Anche il luogo in cui mi trovo è uno spazio ampio, luminoso, sorridente. Dopo pochi minuti sono davanti a un gabbiotto col solito foglio numerato. Il momento fatidico sta per arrivare. Ma stavolta ci sono persone che pensano a tutto, che mi dicono "ecco, è il suo turno" e mi guidano all'interno del gabbiotto con la massima gentilezza. Mi sento accompagnato, consigliato, supportato. Guardano il foglio che ho compilato, mi fanno qualche domanda e mi vaccinano con un'iniezione impercettibile. Semplice e indolore.
Il primo pensiero che guasta la fiaba perfetta è la certezza di trovarmi davanti a un evento eccezionale come il passaggio di una cometa. Per mezz'ora si è aperto un varco dimensionale e ho fatto un breve viaggio nel mondo fantastico della burocrazia sanitaria sorridente e senza tempi di attesa, ma ora sono tornato sul pianeta Terra. Però esco dal palazzetto contento, perché sono un essere umano che si aggrappa ai pensieri che danno conforto. Fra poco più di un mese c'è la seconda dose e non vedo l'ora.
Torno a casa e mi addormento sul divano, perché l'ansia anticipatoria in vista del temuto iter burocratico mi ha fatto passare una notte quasi insonne. Sogno un uomo che si presenta come il Signor Pubblica Amministrazione. L'uomo conferma le mie impressioni: mi dice che la burocrazia liscia come l'olio è qualcosa che riguarda solo la vaccinazione o le cose che sarò disposto a pagare, perché la sanità universale e gratuita sta diventando un concetto superato. Come sempre, accolgo la dichiarazione con il tipico stupore che accompagna la scoperta dell'acqua calda. Le persone che si aggirano nei miei sogni dicono cose che già temo e non riesco a fingere di essere impressionato per farle contente.
Ma quell’abitante del mio mondo onirico non mi ha detto tutta la verità. Mi sveglio, vado su WhatsApp, scorro un po' di messaggi in diversi gruppi e scopro che due miei amici, vaccinati mesi fa con la prima dose di AstraZeneca, hanno vissuto odissee praticamente identiche. Dopo un primo rinvio del giorno stabilito per il richiamo, che ha fatto slittare l'appuntamento di parecchie settimane, il loro momento è arrivato nel bel mezzo della bufera su AstraZeneca. Pertanto c'è stato un altro rinvio e ora per la seconda dose si parla di Pfizer. In pratica: una siringata con un vaccino e una con l'altro, a distanza di mesi. Tutto ciò è accaduto per effetto di contrattempi, falle organizzative e racconti mediatici borderline, in cui non sai scorgere il confine tra la realtà e il sensazionalismo al servizio del clickbait. Alcuni dicono che il mix di vaccini va bene lo stesso, altri dicono che è addirittura meglio, e poi ci sono quelli che si trincerano in un prudente "boh, vediamo". Gli studi su questo aspetto sono ancora pochi, a giudicare da quanto si legge. Fatto sta che i miei amici sono comprensibilmente arrabbiati, anche perché hanno fatto la dose iniziale mesi prima di me e completeranno l'iter solo fra qualche giorno.
Anche AstraZeneca ha le sue colpe, direte voi, malgrado i ritardi che non dipendono dal vaccino e il sensazionalismo giornalistico che ha condizionato certe scelte. Sono d'accordo, ma l'idea di rapidità ed efficienza è svanita dalla mia mente. Le vicende dei miei amici mi hanno fatto ripiombare definitivamente in Italia, nel cuore della Lombardia, nella regione che per più di un anno è stata flagellata dalla pandemia come poche altre al mondo, a causa di scelte folli e di una privatizzazione brutale. Oggi, nel palazzetto di Novegro, c'era una gran voglia di fare buona impressione, di ottenere il mio like, di lasciarmi una bella storia da raccontare su Facebook e da immortalare su Instagram con la più classica delle foto all'uscita dell'edificio: faccia sorridente e due dita che fanno la "V" in segno di vittoria. Basta un fotogramma lucente e si perde di vista di vista il quadro complessivo, perché ora gli occhi di tutti sono puntati su questo istante ed è meglio non pensare troppo a brutti ricordi, alle gestioni catastrofiche, a certi casini come quelli capitati ai miei amici. E infatti tra i miei conoscenti su Facebook sono volate iperboli come "riscossa italiana e lombarda". L'hanno scritto, dico sul serio. Qualcuno si rifugia in questa convinzione, mentre Letizia Moratti lavora a una riforma sanitaria regionale piena di riferimenti a sinergie strategiche tra strutture pubbliche, mondo produttivo e altre realtà. In due parole: ulteriore privatizzazione.
So come vanno queste cose: per la sanità territoriale ci sarà spazio in fumose formulette concepite per rimboccare le coperte, all'interno di linee guida molto simili ai buoni propositi in vista della prova costume. E tutto procederà come se nulla fosse accaduto.
Ripenso a questo mentre stringo tra le mani il foglio con la data del richiamo, diventato la mia coperta di Linus.