Le porte si spalancarono come il sipario di un teatro, mentre il rintocco delle campane segnava l’inizio della messinscena.
Nell’ombra, le maschere di circostanza si muovevano lente, corpi anonimi che si confondevano nella folla—presenze dovute, mai sentite. Il ticchettio dei loro orologi, freddo e implacabile, scandiva il tempo di una recita amara, dove il dolore non era che una posa ben calibrata.
Quel suono sottile si intrecciava ai sussurri velenosi, parole mascherate da condoglianze, che strisciavano come spine tra le lacrime, nutrendo un banchetto silenzioso di meschinità.
Eppure, tra il clamore sommesso della finzione, c’erano occhi senza maschera—sguardi nudi che cercavano davvero: un frammento di verità, un ultimo addio sussurrato al vento. Ma il vento non rispondeva, soffocato dal brusio ipocrita del palcoscenico
















