Arte. Il futuro del mondo
In questi ultimi mesi, e in particolare nelle ultime due settimane, si sta parlando molto delle manifestazioni promosse da giovani di tutto il mondo per chiedere azioni concrete per la salvaguardia dell’ambiente. Il tutto è partito da Greta Thunberg, giovanissima svedese, che da mesi manifesta fuori il Parlamento della sua nazione (il giorno prescelto è il venerdì) affinché si attuino forti e decise scelte politiche contro il cambiamento climatico. La sua richiesta di partecipare anche a distanza è diventata virale, così che, ad esempio, in Belgio hanno già manifestato per la quinta volta in due mesi, allargando sempre più il numero delle città aderenti e quello dei partecipanti. Le manifestazioni di protesta vengono collettivamente chiamate “Rise for Climate”, o “March for Climate”, e fra gli hashtag che promuovono le manifestazioni troviamo #fridaysforfuture, #climatestrike, #riseforclimate.
Tutto ciò, naturalmente, non è nuovo, o quantomeno non è la prima volta che si manifesta per ricordare a chi governa che l’ambiente è una risorsa vitale e che va promossa una cultura e una politica rivoluzionaria a riguardo.
E l’arte? Come ha interpretato, nel Novecento, l’attenzione alla natura? Non stiamo pensando al Bosco verticale di S. Boeri, o alla Biblioteca degli alberi (progettata dallo studio Inside Outside di Amsterdam) presso piazza Gae Aulenti, che sicuramente rispondono a richieste ed esigenze ecologiche.
Il pensiero si è posato sull’esperienza della Land Art, che in Italia ha coinvolto gli artisti dell’Arte Povera, e in particolare ci piace indicare Giulio Paolini (cui è dedicata una mostra che termina il 10 febbraio 2019) e Giuseppe Penone.
In realtà, soprattutto per gli artisti americani, come Richard Long, Dennis Oppenheim, Robert Smithson, o Michael Heizer, Walter De Maria, lo spazio naturale era la possibilità di utilizzare ambienti ampi e materie prime (terra, pietre, legno), lasciando che il tempo e gli agenti atmosferici e ambientali trasformassero ulteriormente ciò che l’artista aveva già, col proprio progetto, modificato.
Sicuramente i loro interventi spostano l’attenzione sulla natura, ma sono una trasposizione della dimensione organizzata e mentale dell’artista nel “caos” della natura. Questo non toglie poesia all’azione e all’opera.
“Valley courtain” di Christo, “Spiral jetty” di Robert Smithson, “Lightning field” di Walter De Maria sono solo alcune delle operazioni che fra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta hanno colpito l’immaginario per la bellezza, per il coinvolgimento di molte professionalità, per la progettazione anche tecnologica oltre che artistica, e per l’impiego di mezzi industriali.
Joseph Beuys, per Documenta 7, nel 1982, promosse la performance “7000 Eichen”: l’artista propose di piantare 7000 querce in Kassel; a ogni quercia corrispondeva una pietra, così 7000 lastre di basalto furono collocate davanti l’ingresso del Museo Fridericianum. Le lastre andavano diminuendo con la progressiva adozione di queste e la successiva piantumazione degli alberi. Una sorta di rituale, insomma, che dal 1982 ha visto l’esaurirsi delle lastre solo l’anno successivo alla morte dell’artista. L’opera è, quindi, ancora in “evoluzione”, e la cittadina ha un polmone verde che andrà crescendo per i prossimi lustri.
In questo caso si tratta di una vera a propria azione artistica e politica, che riforma la visione del mondo, esattamente come desiderano i ragazzi che in queste settimane manifestano nel mondo.