Presentazione del blog “Streamusic”
Fonte: Youtube
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Presentazione del blog “Streamusic”
Fonte: Youtube
Una nuova satira
Chi ormai non ha mai sentito parlare di meme? Penso che sia da almeno 10 anni che queste vignette satiriche hanno preso il sopravvento. Se una volta le vignette erano esclusive di giornali e riviste satiriche, ora chiunque usando basi già create può creare il suo meme. Ma qualcuno sa veramente qualcosa sulla loro storia?
Innanzitutto analizzando l’etimologia, il meme (AFI: /ˈmɛme/; plurale memi o meme; dall’inglese meme, dal greco μίμημα, mímēma, “imitazione”, sul modello di gene) è la minima unità culturale capace di replicazione nei cervelli umani. Il termine fu coniato da Richard Dawkins nel suo scritto Il gene egoista del 1976. Un meme è, ad esempio, una moda, uno stereotipo, un’immagine, che si propaga tra le persone attraverso la copia o l’imitazione mediante disseminazione e condivisione. Queste informazioni si possono conoscere facilmente con una veloce ricerca su Wikipedia .
Come una qualsiasi forma d’arte, anche i meme hanno degli antenati. Una prima vignetta che può essere comparato agli attuali meme è comparso sulla rivista satirica dell’Università dell’Iowa Wisconsin Octopus nel 1919 e poi fu ripresa da altre riviste tra quella satirica The judge nel 1921.
Uno dei primi meme, DRCOMMODORE
Soffermandoci di più sul fenomeno presente sul web, inizialmente i meme erano caratterizzati da disegni simili a quelli fatti dai bambini, nei quali al personaggio principale era assegnato il nome di “ Derp “ accompagnato dalla sua controparte femminile “ Derpina “. Questi tendevano a rappresentare spesso barzellette già conosciute, fornendo così anche un supporto visivo alla battuta. Visti ora non sembrano cosi divertenti, ma ammetto che all’epoca mi facevano morire dal ridere.
Derpina, FREESVG
Ora, anche grazie alla maggiore facilità di trovare basi già pronte o comunque screen di fil/video, il modo di creare i meme è cambiato; si utilizza un metodo chiamato “Top Text Bottom Text“, caratterizzato da un’immagine accompagnata da una frase sopra ed una sotto, che spesso è una conseguenza della prima.
Analizzandoli bene anche l’obiettivo è cambiato: se una volta si puntava a fare battute comuni e spesso squallide, ora si utilizzano spesso i meme come satira con argomenti di attualità, come potevamo trovare già in passato in riviste e spettacoli comici. Parlando di satira, negli ultimi tempi ha preso piede il “ Black Humor” , spesso criticato a causa dei suoi temi no politically correct. Per quanto la maggior parte delle volte si tenda ad esagerare, non posso negare che spesso trovo queste battute divertenti.
Personalmente a volte creo dei meme ed alcuni sono stati anche pubblicati da pagine abbastanza conosciute sui social. E voi? avete creato dei meme divertenti? Se vi va linkateli qui sotto.
Edoardo Esposito
Ostacoli sul cammino
Viviamo in un periodo in cui la nostra vita è pervasa dal digitale, tutto ciò che facciamo può essere collegato al mondo di Internet.
Per quanto molti continuino a preferire la sensazione che si prova toccando la carta ed il suo odore, sempre più l’informazione si sta spostando su mezzi virtuali. Ragionando su questo fenomeno si possono trovare pro e contro: la rete permette a tutti d’informarsi in maniera semplice, veloce e gratuita, aspetto che forse interessa maggiormente le persone. Ma siamo sicuri che una così grande facilità nel condividere informazioni sia sempre un bene?
Penso che l’idea di “fake news” , magari non identificata con questo nome, appartenga ad ogni epoca. Notizie che magari erano diffuse per screditare un proprio rivale politico, amoroso o di altro genere; un tempo per quanto scalpore potessero generare, possiamo parlare di un fenomeno di nicchia, che non influenzava la vita o il pensiero di un numero enorme di individui. Una storia rimaneva circoscritta al paese o nei casi peggiori alla propria nazione. Uno dei pochi esempi passati che abbiamo è rappresentato dalla finta morte di Napoleone e il conseguente crollo della borsa di Londra.
Vignetta del 1894, disegnata da Frederick Burr Opper, fonte Library
Ora in poco tempo anche la più insulsa, diventando virale, raggiunge ogni angolo della Terra. Chi meglio di noi può capirlo: viviamo in un periodo in cui ogni minimo commento sul Covid viene preso come legge. Un episodio che, per quanto buffo, ha causato parecchio scalpore è la conferenza stampa di Trump, presidente degli Stati Uniti, che propone con tono abbastanza serio, di iniettare del disinfettante nelle vene dei malati. A voi potrà sembrare impossibile che qualcuno l’abbia preso come un invito da seguire, eppure sono numerosi i casi gravi negli USA dopo quest’uscita infelice. Bisogna ammettere che non è la prima volta che Trump sbaglia, non so con coscienza o meno, causando danni più o meno gravi.
In questo caso ho ho citato il presidente americano, ma senza allontanarci troppo, si potrebbe discutere di argomentazioni discutibili utilizzate dall’opposizione per screditare il governo, a cui ha dovuto rispondere in prima persona il Premier Conte, in un discorso che penso tutti abbiano visto.
Di fronte a tutta questa confusione, in questa giungla di idee, bisogna sapersi armare per potersi difendere ed orientarsi. Il consiglio che posso dare è verificare sempre le fonti, provando a scavare più a fondo nella notizia e, in caso questo sia troppo difficile, provare ad utilizzare mezzi di terzi per aiutarsi. Un esempio, scoperto da me grazie al mio professore di RivDigitale, è il sito bufale.net , dove le notizie più importanti vengono verificate.
logo bufale.net , fonte bufale.net
Possiamo dire che la rete è un posto meraviglioso, che però presenta delle trappole da cui noi dobbiamo essere in grado di salvarci.
Edoardo Esposito
Che cos’è il city branding?
Avete mai sentito questa parola senza conoscerne assolutamente il significato? Se si, siete in buona compagnia. Infatti anche a me è successo, proprio quest’anno. Frequento il corso di grafica al Politecnico di Torino e quest’anno ci siamo imbattuti in un progetto di city branding.
Innanzitutto, il city branding consiste nel rilanciare l’immagine di una città, attraverso un insieme di azioni coerenti e pianificate, con obiettivo finale il suo sviluppo economico e la sua promozione.
City branding città di Melbourne - Fonte: Landor
Il city branding è un’azione molto complessa, che richiede il coinvolgimento dei cittadini, ma anche degli stakeholders locali, pubblici e privati. Infatti, gli abitanti devono rendersi conto che sono loro i primi ambasciatori della città, sono loro che devono essere fieri di essa e sono loro che devono essere i primi a promuoverla e migliorarla. Il city branding serve quindi a creare una reputazione alla città, un qualcosa che possa durare del tempo e che possa segnare un significativo cambiamento.
Per quanto riguarda il mio corso di studi, ci siamo ritrovati a dover dare una nuova immagine al territorio del Canavese. Una zona molto ampia su cui concentrarsi. Moltissimi aspetti da considerare e da analizzare, per tentare di fornire un’immagine finale che sia la somma di tutte le varie parti che vanno a comporre la zona dell’eporediese.
Ci tengo a mostrare qualche esempio di city branding “ben riuscito”, per far capire che è un progetto che non si limita, come pensano in molti, solamente al logo e a qualche pieghevole. Il city branding riguarda tutta la parte di promozione della città, quindi i manifesti, i video e ovviamente anche il logo. Uno degli aspetti principali è però quello della strategia di comunicazione. Esso infatti è fondamentale per far conoscere il nuovo naming al pubblico.
City branding città di Bari - Fonte: Il Quotidiano Italiano
Un esempio di city branding che mi è piaciuto molto e che vorrei segnalare, è quello della città di Porto, realizzato da Eduardo Aires. Egli ritiene che per ogni cittadino, Porto sia differente. Quindi, il suo obiettivo diventa dare a ogni cittadino “la sua Porto”. La città di Porto non ha bisogno di essere un singolo logo, una singola icona. Ha bisogno di essere complessità, vita e personalità.
Il sistema è ispirato alle numerosissime piastrelle blu che ricoprono molti edifici storici della città. Tutta la sua storia è raccontata in quelle “Azulejos” (Fonte: Eduardo Aires' portfolio).
City branding città di Porto - Fonte: Vimeo
Eugenia.
Cosa fa OGGI un grafico?
Mi sento quasi in dovere di trattare questo argomento perché, molto spesso il nostro lavoro è denigrato e sminuito da frasi del tipo “Ah, ma quindi fai disegnini!”, “Va beh, ma queste cose le possono fare tutti.” o ancora, “Tanto ci metti un attimo a farlo.”. Ecco, in questo post vorrei rendere chiare quali sono le mansioni di un graphic designer, quali devono essere le sue competenze e tentare di descrivere a grandi linee, il mondo della grafica e la sua correlazione con la rivoluzione digitale, di modo da rendere più comprensibile a tutti questo ampio e vasto universo.
Innanzitutto un graphic designer è un professionista che si occupa principalmente di creare oggetti visivi, intesi per essere stampati, pubblicati o trasmessi tramite i media digitali allo scopo di comunicare un messaggio al pubblico nel modo più semplice ed efficace, tramite il testo e le immagini (Fonte: Wikipedia).
Progetto sul colore, Chipp Kidd - Fonte: Huffpost
In parole povere, il graphic designer non è una persona che “fa disegni”, ma è un progettista grafico che sì, fa disegni, ma come punto di partenza per i suoi lavori. Alla base di ogni opera, di ogni progetto c’è un briefing, un’attenta analisi del campo in cui ci si sta muovendo, un lavoro di ricerca per essere preparati al meglio.
Anche se il “grafico” è conosciuto per la realizzazione di elaborati base, come biglietti da visita, pieghevoli, poster, in realtà il lavoro di un graphic designer può essere molto diversificato. Esso infatti può andare dalla grafica pubblicitaria al web design, dalla modellazione 3D all’animazione vera e propria di oggetti, dalla tipografia al packaging.
Il graphic designer inoltre è sempre a stretto contatto con il cliente, il quale (per fortuna non sempre) nolente o volente, non perde occasione per svalutare il suo lavoro.
Il decalogo delle cose da non dire mai a un grafico - Fonte: Picame
L’aiuto che dà il graphic designer al cliente che va a commissionargli degli elaborati è una disposizione di tutti gli elementi nel modo più funzionale e semplice possibile. Il grafico deve fare quel lavoro di semplificazione che porta le persone a dire “Ma questo potevo farlo anche io!”. Ritengo che, nel momento in cui il graphic designer sente questa frase rivolta ad un suo lavoro o ad un suo progetto, allora, forse, sta andando nella giusta direzione.
Ho fatto questo post non per criticare le persone che a loro volta criticano, in modo velato o meno, questa tipologia di lavoro. Ho fatto il post per far comprendere la bellezza di questa professione, tutte le sue sfaccettature che spesso non sono colte per mancanza di informazioni adeguate. Per far capire che il graphic design non è fatto solo di disegno e grafica, bensì pensiero e parole, divulgazione e riflessione, come non lo si debba considerare solo una vetrina dove mostrare la propria bravura, bensì una disciplina pensata, progettata e molto ragionata.
Ma soprattutto, ho fatto il post perché è il lavoro che farò io e ne sono fiera.
Eugenia.
Un inizio out loud
Come si può dimenticare la prima esperienza con il fantastico mondo di internet? Il mio primo computer è entrato nella mia dimora nel lontanissimo 2005. Io avevo solamente 7 anni e quella “scatola” era molto più grande di me. Ricordo mio padre iniziare ad assemblarlo e a inserirlo nei vari scompartimenti della scrivania. Ed ecco nascere, magicamente, a casa nostra quella che per me sarà “la stanzetta del computer”.
Mi ricordo che passavo pomeriggi interi in quella stanza, che era disordinatissima, perché oltre che la mia stanzetta del computer era anche la stanzetta di mia mamma, dove occultava la roba ancora da stirare.
Il primo approccio non è stato direttamente con internet, ma con i giochi del pacchetto Office già presente sul pc, come Spider, Prato Fiorito, Solitario. I miei mi avevano comprato anche un gioco di Topolino, o forse un gioco con tutti i personaggi della Disney capitanati da Topolino. Ad ogni modo, è stato il gioco più bello a cui abbia mai giocato e il fatto di non riuscire in alcun modo a ricordarmi il nome non mi fa dormire la notte.
Quando poi è arrivato internet anche nella nostra zona, ovviamente con una connessione lentissima e rumorosissima e con un modem quasi più ingombrante del computer stesso, mi si è aperto un mondo nuovo e inesplorato.
Ho iniziato usando MSN, come la maggior parte dei ragazzi della mia età. La prima cosa che ricordo, con piacere per i primi 30 secondi, poi con rabbia quando ci penso un poco di più, è che mi era venuta la brillante idea di sostituire ogni singola parola, ogni singola sillaba e ogni singola lettera con un’emoji. Quindi ogni volta che provavo a scrivere qualcosa, la parola veniva sostituita da un’orda di immagini no sense.
Ricordo poi l’evoluzione avvenuta con le mie amiche, infatti abbiamo scoperto Youtube, i video per il karaoke, ma soprattutto che al pc si potessero collegare dei microfoni. Da quel momento non oso più farmi vedere dai vicini.
Microfoni Singstar per PlayStation 2 - Fonte: Wikipedia
Ora, a 21 anni, ammetto di non essere cambiata molto. Uso internet per informarmi, per ascoltare musica, per vedere film, per studiare, ma ogni tanto qualche karaoke quando mi annoio non me lo toglie nessuno. Mi spiace per voi cari vicini, ma finchè vivrò qui vi toccherà subire la mia voce intonatissima...
Eugenia.
Ciao, sono Veronica, uno dei quattro admin. Ho fatto questo video per presentarmi e parlare del blog anche su YouTube. Buona visione! :)
Nativi Digitali: il futuro delle scuole
I nativi digitali presentano dinamiche cognitive e stili di apprendimento molto differenti da come ci ricordiamo. Basta solo pensare che per loro, il codice alfabetico è solo uno dei tanti codici utilizzabili. Quello che per noi era il “codice testuale”, per loro si è ormai trasformato in “codice digitale”. Un insieme di input digitali: sonoro, visuale ed interattivo. Il codice digitale sostituisce il vecchio libro. La nuova tecnologia “realtà virtuale” può sostituire la spiegazione dei vulcani in classe tramite immagini, immergendo lo studente direttamente nell’immagine, consentendogli di analizzare il vulcano da vicino, sezionandolo, simulando un eruzione e studiandone i suoni. La rivoluzione digitale potrà, quindi, permettere allo studente di apprendere attraverso il fare.
Ma come si evolverà la scuola per permettere alla nuova generazione di offrire loro il massimo potenziale di apprendimento digitale?
Nell’arco di pochi anni, buona parte dei contenuti sarà archiviato in digitale. Molti contenuti didattici saranno prodotti dagli stessi insegnanti, archiviando lezioni e materiali nel database e potranno essere personalizzabili a seconda delle esigenze dell’apprendimento. Tra questi materiali, gli studenti potranno accedere a videolezioni ed esercizi organizzati per singole discipline.
Nel nostro paese, però, la rivoluzione digitale nelle scuole è in ritardo, forse appena agli inizi, e non per una riluttanza della popolazione all’uso della tecnologia, ma per un problema strutturale: nella maggior parte degli edifici pubblici, nonché scuole, vi è una mancanza di cablaggio in fibra ottica. Solo il 7% delle classi italiane è connesso: questo fatto è caratterizzato dagli scarsi investimenti indirizzati esclusivamente alle “macchine” invece che alla formazione degli insegnanti o all’ infrastruttura necessaria.
Problemi del genere nel nostro paese, non sono una novità purtroppo. L’auspicio di tutti è che si possa incominciare da subito a offrire i migliori servizi per migliorare la qualità dell’istituzione scolastica, nonché la qualità delle nostre vite.
Andrea Bellassai
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