Un sentito ringraziamento a @iridialair per la grafica. Il primo giorno d’autunno {Navarra – metà Settembre – 85 epoca Nuova} La torrida estate dell’ottantacinquesimo anno dell’epoca Nuova è volta al termine lasciando spazio al primo giorno d’autunno; delicato l’odor d’una tisana appena versata invade la camera dall’alte finestre occupata dal giovanissimo Enebro il qual si desta con una certa riluttanza, disturbato da un raggio dell’ancor possente sole settembrino il cui raggi con incredibil calibratura si son insinuati tra le lise tende solleticandogli il viso, d’aranciate lentiggini cosparso; le palpebre si spalancan sovra i grandi occhi verdi, stiracchiandosi e sbadigliando rumorosamente si leva dal lettino preparandosi alla giornata. Albeggia ma dal pian terreno della lignea dimora ode lievi rumori: la fata dev’aver già troato il modo d’intrattenersi così il fanciullo si veste in fretta correndo a piedi nudi lungo la scalinata, attraversa il salone per giunger in cucina. “Buongiorno abuelita.” Saluta posando guardo sulla minuta figura alata intenta a scalar colline cartacee, pagine d’uno spesso volume di ricette aperto sul tavolo ch’ella è intenta a leggere; il sole l’illumina i crini un tempo rossi conferendo lor ramati riflessi a sovrastar il grigiore della vecchiaia chel giovin osserva mentre versa l’infuso caldo nella propria tazza da madreperla rivestita. “Buenos dias Enebro, come mai ti sei svegliato così presto? Per caso…Hai di nuovo fatto brutti sogni?” Dimanda Orquidea turnando ad egli il capo, egli si stringe nelle spalle sciogliendo l’ansie che velan gl’altrui occhi di cielo tinti. “M‘andava solo di svegliarmi. Però devo trovare delle tende nuove.” L’anziana fata gl’allarga allor un sorriso sornione svolazzando divertita tra le lettere del tomo. “Avrò un motivo in più per andare al mercato allora.” “Vorrei accompagnarti questa volta: il guaritore ha detto di non affaticarti ma in questo periodo non l’hai ascoltato molto. Ci vediamo questo pomeriggio quando esco da scuola, va bene abuelita?” La regina delle fate cubane annuisce al nipote disquisendo con lui mentre consuma la colazione, pria ch’egli varcasse la soglia lo chiama demandandogli cortesia. “Visto che sei in così largo anticipo ti spiace portare i vestiti che ho confezionato per la signora Fajra? Ho aggiunto anche un piccolo presente per Chama.” “Certamente, son di strada! Ci vediamo dopo sulla piazza del mercato.” Replica ponendo nella propria tracolla l’esageratamente voluminoso pacchetto indicato dalla fata ed indossando i sandali. “Sta attento e per favore, cerca di non strappare anche questi pantaloni!” Si raccomanda ella vedendolo scomparir dietro la curva del vialetto. Enebro, trotterellando, imbocca il cammino silvestre in cui già le foglie inizian ad ingiallire, ei l’osserva colto da lieve nostalgia subito scacciata da fulmineo pensiero: tra poco più d’un mese avrebbe compiuto 15 anni e, malgrado l’infantil fattezze, avrebbe partecipato ai lunghi viaggi scolastici. Erano anni che le sue manine fan girare il mappamondo/ quello che gli regalò la ninfa ch’insegnava canto/ con tanta perizia le proprie dita son solite seguire l’inchiostro delineante terre che mai occhio suso avea visto e svariate altre invece avean indugiato sull’isola lontana che mancava così profondamente alla dolce fata che stava incanutendosi oltre l’oceano; avea inseguito paesaggi favolosi e tra poco l’avrebbe potuti vedere coi propri occhi verificando di persona le nozioni ch’avea letto ed imparandone di nuove; magari sarebbe potuto andar assieme agl’amici Finnian, Mariposa e Marisol nell’assolata Grecia ad assisster ai famosi dibattiti degl’alfar, oppur sarebbe partito per la più prossima Francia ov’apprender l’arte sottile del far pozioni dal competente druido Silverio il qual l’invitò tanto cordialmente, oppure ancora sarebbe salpato per porti dai nomi che mai avea letto su libro alcuno. Eccitato dalle mille possibilità il bimbo inizia a correr nella foresta ispanica agitando dietro se le foglie aranciate che già son cadute, ei percorre il sentiero spensierato, allegro, canticchiando fino a che non giunge presso il cancello dell’edificio scolastico ma non accede al portone principale scartando a sinistra verso gl’alloggi dedicati agl’ospiti; bussa alla porta d’una delle tante casette, quella di betulla, ove dal mese precedente alloggian una lince e l’amica alfar del fuoco giunte in visita dal Portogallo: ad aprir capita la dama dai capelli neri come il carbone el temperamento arzillo la qual s’era esibita la notte precedente per celebrar l’ultimo giorno d’estate in una meravigliosa danza col fuoco, affiancata dall’affettuoso felino che non perde tempo per strofinarsi sul torso del cubano il qual prontamente contraccambia grattandole il mento. Nel veder il giovanotto alla propria porta la donna gli sorride gaiamente esclamando. “Giusto te volevo vedere, Enebro. Sai quello che hai fatto ier sera ci ha colpite.” Lievemente imbarazzato il piccolo s’alza in piedi, allunga verso l’alfar il gran pacco datogli dalla nonna. “Ma non ho fatto nulla, io… Comunque questi te li manda Orqidea, ora devo proprio andare, arrivederci signora Fajra e a te cara Chama.” Balbetta pria di svicolare il discorso e scappare, letteralmente, rifugiandosi in classe. [La sera precedente] Sulle rive sabbiose del lago Balsa de Pulguer s’era radunato il popolo gaio di Navarra per celebrar la festa della fine dell’estate: quell’anno assistettero all’infuocate danze dell’alfar del fuoco e la lince che l’è compagna le quali eran ospitate presso l’istituto Alta-fronda, la scuola ch’accoglieva esseri umani e creature della Corte Lieta, la seconda che preparava quest’ultimi a districarsi anche nell’Epoca Vecchia. Enebro assistette a tal peculiare spettacolo con gran piacere osservando meravigliato i moti impetuosi ed armonici dell’alfar, il felino e l’elemento scarlatto che con tanta sintonia si muovea assieme a loro; poi, sul finir della serata la dama intonò antiche canzoni di cui fece stornellare qualche frammento al pubblico, quando il suo dito si fermò sul picciol druido egli proseguì la strofa ma appenal fece dal braciere crepitante una striscia di fuoco, incantata dalla sua voce, lo circondò volteggiandogli attorno e turbinando come fosse un caldo fiore d’arancio tinto; egli si sentì pervaso da grande energia, una scoppiettante scarica d’adrenalina gli consentì d’emular i moti appena visti dalla mora ballerina. Era fuoco. Per un istante si percepì inondato di fiamme le quali nol bruciavao affatto, anzi, eran parte di lui. N’appena finì di cantare le lingue fulve vanirono, ritirandosi da donde eran giunte lasciando incantati gli spettatori i quali gli fecero molti complimenti accompagnandoli ad altrettanti quesiti ma egli, intimidito da tutti quegl’occhi che lo fissavano, si defilò senza lasciar alcuna spiegazione considerato che n’era sguarnito.
[…]
Ripensando a tali accadimenti il bambino esce dalla scuola una volta terminate le lezioni; dirigendosi verso il paese ei osserva gl’orti ed i campi coltivati su cui troneggia, come pingue matrona, la zucca: egli ne vede d’ogni dimensione e colore, alcune son ancora minute, pallidamente tinte, altre invece già maturano nel loro caldo colore arancio, disposte in graziose file come un sentiero opimo su cui le foglie autunnali cadendo s’adagian alla stregua d’elegante mantello. Fermatosi ad osservar un giardino particolarmente ricco di tali frutti Enebro vien affiancato da una coppia di figure: una si strofina sulla sua schiena, era Chama, levando il capo trova alla sua destra Fajra; entrambe sembran aver l’intenzione di venirgli dietro dato ch’egli, n’appena le vede, da abbrivio al cammino. “Stai andando al mercato?” Gli domanda il felino, egli annuisce cercando di non intrecciar l’altrui sguardi. “Bene, andiamo dalla stessa parte allora.” Continua l’alfar. Non potendo evitar l’imminente confronto il cubano prende grossi respiri tentando di prepararsi psicologicamente al fin d’esprimersi con raziocinio e frenar le proprie emozioni. “Sai quello che è successo ieri sera è stato meraviglioso, t’era mai accaduto prima?” Chiede la lince. “Non esattamente, non col fuoco. A volte i fiumi danzano e anche la pioggia o la terra ch’è generosa nei suoi doni si muove diversamente dal solito e gl’alberi fan lo stesso… Ma io non faccio nulla, canto solamente: son gl’elementi a decidere di esprimersi in quei momenti.” Chiarisce imbarazzato il fanciullo. “Allora ho avuto giusta premonizione.” Asserì la fuochista a cui il puero turna il morello capo ed arresta il piè sul centro della piazza, trai carri e bancarelle. “Una premonizione?” Le chiede, ripetendo confuso l’ultimo lemma audito. Ella gli risponde con gran sorriso comunicante sincera ammirazione: gli pone ambo le mani sulle spalle chinandosi affiche i propri occhi, tinti di rubino sfavillante, potessero specchiarsi negl’altrui, grandi e dall’iride verde come il muschio autunnale. “Tu hai un immane talento, farai grandi cose con la tua magia.” “Di questo ne siamo sicure: è stato il fuoco a rivelarcelo mentre ti danzava attorno.” Conclude la gentil Chama che, guardando il fanciullo con aria misteriosa socchiude l’occhi d’oro pria di congedarsi dall’amica antropomorfa. Ancora frastornato Enebro si volge alla piazza ove scorge tosto l’ali colorate d’Orquidea a cui s’appropinqua. “Oh eccoti qui, cariño. Guarda che bei tessuti, ti piacciono?” Dimanda indicando una pila di lana il cui sol aspetto lascia trasparir morbidezza e tepore; il cubano pon su d’essi la man destra percependo quanto in effetti fosse soffice e gradevole al tatto, anche il colore gli piace: arancione, ciò gli fa pensar al calore ch’avrebbero condotto una volta divenuti abiti. “Con questo ti ci farò un bel maglione, e quest’altro potrà facilmente divenire una sciarpa. Ora però mi servono anche delle tende.” Annuncia verbiando poi col mercante che le illustrò altra merce, terminati gli scambi i due ringraziaron il pellegrino merciaio prendendo da lui congedo. Con la fata seduta sulla spalla destra il bambino visita banconi e baracchini soffermandosi or su quello or sull’altro a seconda dell’esigenze così da far provviste per l’inverno, preparandosi al meglio per accoglierlo; ritornando il naso, già sensibile, del druido vien catturato dall’inconfondibile odore delicato dello zucchero e la melassa: la bancarella dei dolciumi attrae inevitabilmente la sua attenzione, passandovi innanzi avverte l’acquolina nelle faci nel veder caramelle d’ogni sorta, pasticcini e confetture far bella mostra sui ripiani lindi. Immediatamente volge sguardo alla fata, sguardo talmente eloquente che non necessita d’esser accompagnato da lemma alcuno. “Dai, prendi quello che vuoi.” L’invita con aria bonaria suscitando in risposta tenero sorriso ch’ella ammirò e restituì. Con un bastoncino di zucchero al sapore d’arancia in bocca e del mais caramellato nella bricolla il fanciullo e la regina tornano a casa: fan appena in tempo a varcar l’uscio della dimora chel cielo muta repentinamente colore incupendosi, il sol coperto da grigio nuvolone svanisce lasciando posto al temporale autunnale; con la pioggia che gentilmente picchietta il tetto i due ordinan quanto comperato poi il puero si reca nel soggiorno, solleva il proprio mappamondo e sceglie il terzo volume sotto d’esso da legger accomodato sul divano sul qual la fata siede già ma ella ha testé mutato le proprie dimensioni: se non fosse stato per l’ali la si potea scambiar per una bella signora sulla sessantina. “Oh abuelita, l’incanto di camuffamento è molto dispendioso, sai che non devi sforzarti.” “Non l’ho fatto: sei stato tu a portare tutto il peso, me inclusa, dal mercato. Adesso perché non smetti di preoccuparti e siedi qui? Non mi dirai che col tuo voler crescere più in fretta sei già troppo cresciuto per farti coccolare dalla tua abuelita?” “Non sarò mai troppo cresciuto per questo.” Risponde dunque troando calda accoglienza sul sofà ove inizia a leggere ad alta voce per se e per la cara nonna che sapientemente gl’accarezza i crini castano scuro, ella continua anche quando l’altrui voce n’inizia a vacillare fino a spegnersi: Enebro s’è assopito sognando di chissà quali meraviglie da scoprire trai faggeti settembrini, nei campi di zucche o sotto al cielo aranciato del crepuscolo autunnale.
















