Dovrei essere delusa dell'allenamento di oggi, invece nulla, sono così serena che quasi riesco a meravigliarmi da sola. Si tratta dell'ultimo lunghissimo prima dell'impegnativo appuntamento a Treviso, fra un mesetto scarso. In teoria ora la strada è in discesa, per cui posso dirmi soddisfatta di essermi scrollata dalle spalle quello che nei giorni scorsi vedevo solo come un peso. La teoria voleva anche che ne facessi 35, in realtà è bastato correrne nemmeno la metà per ricominciare a trattare e patteggiare per un sommesso 32Km. Sono qui che ve lo racconto come se fosse qualcosa di faticoso ma affrontabilissimo. Quando ci sei dentro le pensi tutte e cominci a boicottarti, a dare retta a ogni sensazione che viene dal corpo, e il tutto per quel dannato spirito di conservazione che si insinua nella mente prepotente e ti vorrebbe al riposo in qualche comodo divano o letto. Comincio a preparare i lunghissimi già da una settimana prima pensandoci intensamente tutti i sacrosanti giorni, cercando di motivarmi nel modo più positivo possibile. Poi si individua un percorso adatto, compatibile con rifornimenti d'acqua, terreno ideale e poco traffico. A ridosso della data X si inizia con l'alimentazione e il famoso carboload. Infine, nel mio caso, preparo una playlist di musica nuova di zecca. Il tutto è contornato dall'imposizione di riposo almeno il giorno prima. Ecco, io ho scazzato quasi tutti questi fattori.
Nella fase di preparazione mentale non c'è stato nulla di fare, questa volta ha fatto da padrona una singola e micidiale parola: "rifiuto". Zero voglia di affrontare questa fatica, zero capacità di vederla come una corsetta piacevole. Diciamocelo, ce ne vuole di sforzo per vedere gradevoli una trentina di chilometri, anche per tutte le endorfine del mondo. E' vero che piacere e dolore camminano sullo stesso confine a stretto braccetto, ma era la parte negativa a trascinare l'altra.
Individuare il percorso è difficile. Finché si rimane su lunghezze della mezza maratona, bene o male, specie se vivi in Lombardia, trovare delle tapasciate è relativamente facile. Parlo di tapasciate perché sono una bella comodità per gli allenamenti, se si esclude l'eventuale rottura di palle della gente che cammina intralciando la corsa, o della strada che a volte si innerpica su colline difficili e in sentieri fangosi. Con 2,50 euro si hanno a disposizione i ristori lungo il percorso, togliendo così il pensiero di dover trovare fontanelle d'acqua, in più ci sono esseri umani impegnati a fare la stessa cosa (e senza tutto quell'agonismo delle manifestazioni ufficiali), che non è dormire fino a tardi nel letto la domenica mattina con la brina fuori. Oggi voleva dire farsi due ore di macchina, alzarsi con il buio, e se la voglia non è delle più grosse, vi assicuro che si cerca un compromesso. Il compromesso mi ha fatto vagliare prima il parco di Monza, che vanta percorsi fino a 21Km certificati FIDAL. C'è sempre un ma, il mio è che non avendolo mai provato prima avrei rischiato di perdermi qualche segnalazione e finire sulla graticola di qualche peruviano. Quindi sono finita al Parco Nord che, con il suo circuito di 10 Km, assicura l'interpretazione del ruolo del criceto intrappolato nella ruota. Ho capito che gare a circuito per me sono da evitare quanto l'ebola. Il primo giro l'ho fatto tranquillona senza guardare l'orologio. E' un freddo becco, e anche se sono poco vestita, non indosso guanti o fascia in testa, bene o male dal quarto chilometro sarò a temperatura. Devo fare attenzione al ghiaccio e alla neve residua nelle zone d'ombra. Mi infango le gambe, ma tanto sono nude. Il primo giro passa bene, il secondo un po' meno. Trovo un cappellino giallo che mi fa da lepre per qualche tempo. Scende lo sconforto quando lui, saggiamente, vira per tornarsene a casa per un piatto fumante di pasta domenicale. Arrivata a venti (ne mancano ancora quindici, in teoria), giunge il momento più difficile: le gambe diventano sempre più dure, e solcare la stessa strada per la terza volta non aiuta, anche se è l'ultima. Prendo un gel con caffeina al 16° Km, forse troppo tardi. Riesco a tirare bene sino al 29° quando comincio a vedere il nero, cambio tragitto e cerco di raggiungere l'auto per prenderne un altro. La mia speranza è solo quella di trovare una buona parola d'incoraggiamento di mio marito, anche lui alle prese con la stessa fatica. Lo trovo e mi butto tra le sue braccia piangendo tutto il mio nervoso e la stanchezza. Questo sarà il mio motore per arrivare alle 3 ore e patteggiare a 32 onorati chilometri.
Negli allenamenti in solitaria mi accompagno con la musica, cerco di cambiare la playlist una volta al mese. Riascoltare sempre gli stessi brani mi provoca i conati. Ma fosse tutta qui la fatica non sarebbe il problema. Di fatto, dopo un tot di musica tunza tunza sparata nelle orecchie, mi spacco le scatole in mille pezzi. Le prove tutte, santissima miseria. 'Sto giro mi sono caricata pure gli audiobook e i podcast di RadioRai2. Funziona: variare generi è una scelta vincente. State solo attenti quando tornate a casa, che se siete in preda alla cottura estrema, il vostro mp3 player potrebbe finire nella lavatrice con i panni infangati.
Tasto dolente per me e bottoncino orgasmico per le acidone invidiose. Il Natale e il logorio della vita moderna mi hanno lasciato addosso qualche panettone. Bella appesantita da questa zavorra, più Km si mettono sulle e più il peso si fa sentire su ginocchia articolazioni. Il mio obiettivo - futuro prossimo - è quello di alleggerirmi in vista della maratona. E via da subito a un periodo di pessimismo e fastidio. Sapete quanto è triste non poter mangiare quello che si vuole dopo aver bruciato d u e m i l a calorie, e solo perché hai fatto la scrofa indecente fino alla sera prima quando sei stata ingorda di pizza fatta in casa? Tristissimo, raga.
Prima di una gara, ma anche di un grosso allenamento, bisogna osservare un ritiro quasi religioso. Tanto riposo, e non disperdere le energie pulendo sotto lo zoccolo della cucina, non fare tardi andando a a letto alle 2. Scellerata.