Ero entrato sul tatami non con l’idea di soccombere. Ma ci sono momenti in cui capisci subito che il confronto non è alla pari. Lo ho avvertito nel primo contatto, nel modo in cui l’altro occupava lo spazio.
In quei casi non scegli se combattere o no. Sei già lì. E a volte non puoi evitare di affrontare qualcuno più forte di te o una situazione in cui non hai via di scampo.
Ho provato a restare lucido ma ogni mia azione veniva assorbita, neutralizzata, ribaltata. Il suo corpo reagiva prima del mio pensiero. In quei secondi ho capito che non stavo lottando per vincere, ma per restare a galla.
Quando è riuscito a bloccarmi ho avvertito la pressione che cresceva perché sapevo che ogni tentativo di fuga avrebbe solo peggiorato la situazione. Ogni movimento in più significava più attrito, più dolore, più esposizione.
E’ difficile da accettare ma in certe situazioni si può solo scegliere il male minore. A volte non esiste una buona opzione. Esiste solo quella che fa meno danni, che fa meno male.
Sono rimasto quasi immobile per tutto il tempo che rimaneva. Non per arrendermi, ma per proteggermi. E’ stata per me una violenza psicologica. Mettere a tacere l’orgoglio che vorrebbe reagire, provare a liberarsi e dimostrare qualcosa. Devi accettare che in quel momento resistere non significa muoversi, ma sopportare.
E’ una resa consapevole. Stai dicendo “non peggiorerò le cose”. ma è anche un’ammissione di inferiorità. E’ una situazione che ti costringe a guardare in faccia i tuoi limiti senza alibi.
Perdere così non ti lascia appigli: non puoi raccontarti scuse, non puoi attribuire colpe. Resta solo l’esperienza di aver attraversato una situazione senza via d’uscita e di aver scelto consapevolmente come farlo.











