Quant'è strana questa vita.
Una sera, tra i primi di settembre circa, organizzammo una cena tra amici di infanzia. Era stata organizzata per rivedersi dopo tre mesi trascorsi in giro per conto proprio, per ogni parte del mondo, ma anche per ritrovarci prima di cominciare la scuola. Probabilmente questo accadde quando io dovevo cominciare il quinto anno. Alcuni miei amici erano più grandi di me; frequentavano l’università da poco più di un anno e questo mi affascinava. Beh, sì, perché avere gente grande intorno ti fa comunque sentire grande, anche se io proprio grande non mi ci sentivo.
Una di queste “grandi" tirò fuori dei libri che usò alle elementari. Più che libri erano dei lavoretti su “cosa voglio fare da grande" e tra una risata e l’altra mi resi conto che, a distanza di anni, la sua idea di cosa voler fare da grande non era per niente cambiata.
Poi pensai a me. Io che un giorno, sbadatamente, stavo cercando un libro di storia degli anni precedenti, ma che poi mi sono scordata di cercare perché avevo trovato casualmente i miei vecchi lavoretti fatti alle scuole materne. Vecchi scatoloni, mai aperti e messi in disparte, attirano l’attenzione, soprattutto quando con l’indelebile nero c’è scritto il tuo nome.
Per questo quel libro di storia rimase sempre in sospeso: tirai fuori lo scatolone vecchio e cominciai a tornare indietro di 15 anni.
C’era un bellissimo raccoglitore di Sailor Moon che custodiva tutti i miei disegni, i miei primi tentativi di scrivere bene il mio nome, le foto di carnevale, di natale con babbo natale che ci portava i doni, e altro ancora.
Anche io trovai un fascicoletto con scritto “noi da grandi vogliamo essere così": c’erano una decina di pagine con sopra scritto in stampatello maiuscolo il nostro nome e sotto c’era il nostro disegno di noi da grandi fatto da noi stessi (con l’aiuto delle maestre). Ah, e sotto al disegno c’era anche scritto il perché (contate sempre l’ausilio delle maestre). C’era chi voleva fare il poliziotto, chi la baby sitter, chi la “dottoressa dei bambini", chi il meccanico, chi la maestra e poi c’ero io che volevo fare la dentista.
Dentista, capite? Io volevo fare la dentista “perché mi piace curare le persone". Ecco perché.
Nel periodo delle elementari volevo fare la farmacista, invece.
Alle medie, la maestra (ogni tanto il pensiero della farmacista ritornava).
Alle superiori la psicologa o la maestra (anche farmacista, ma oramai avevo capito che le materie scientifiche non facevano proprio per me). Eccomi qui invece. Ritorno a quella rimpatriata serale domandandomi se anche io fossi stata costante come la mia amica “grande". Ovviamente la risposta la sapete anche voi, perché se proprio devo essere sincera, mi sono ritrovata a studiare in un’università che mi piace tanto, ma che non avrei mai e poi mai pensato.
Quindi, riassumendo, oltre a non essere mai stata costante (in tutto), dopo tanti pensamenti e ripensamenti vari, non sono nemmeno riuscita a indovinare qualcosa della mia vita.
Non ci ho mai azzeccato una volta.
E, francamente, non so se sia un bene oppure no…