Ora ne ho la certezza: Andrea Camilleri è uno di quegli scrittori che creano dipendenza. Dopo aver letto, nel giro di pochi giorni e consecutivamente, tre indagini del commissario Montalbano (rammaricandomi di averlo conosciuto “solo” a ventitré anni), ho deciso, prima di distaccarmene del tutto, di virare verso questo libricino, pubblicato da Skira Editore all'interno della collana Vintage, contenente due piccoli e peculiari racconti gialli: Il cielo rubato e La moneta di Akragas. Nel primo, lo scrittore siciliano riesce ad alimentare il vero mistero del forse mai avvenuto soggiorno di Pierre-Auguste Renoir ad Agrigento, tessendoci attorno l’intrigante scambio epistolare tra un grigio notaio appassionato d’arte e una donna fatale e spietata; il secondo, invece, inizia con la perdita di un sacchetto di monete d'oro durante la distruzione di Akragas da parte dei Cartaginesi nel 406 a.C. per poi, con un mirabolante salto, continuare nei primi del ‘900, a Vigata, dove quell'impareggiabile tesoro verrà ritrovato, diventando il movente di un delitto. Al termine del libro ho avuto la consapevolezza di aver scoperto un Camilleri nuovo, che più di ogni altra cosa intende far divertire il suo lettore portandolo a spasso negli anni, nei secoli, mai svelando verità assolute, ma lasciandolo lì, stupito, incerto, assetato di sapere. Uno scrittore a cui basta partire dal più piccolo fatto della Storia, dal più piccolo pretesto, per sviluppare il suo gioco. Certamente grandissimo anche lontano dal suo Commissario, dal mare di Marinella, dalle squisitezze di Adelina e dal dialetto sgrammaticato di Catarella. Quattro ciliegie.