Nelle ultime settimane finalmente sono riuscita a prendere il ritmo con Breaking Bad: a volte penso di essere una persona inquietante, ma d'altronde la rabbia che trasfigura Mr. White è davvero catartica. Quanto figo sarebbe se mio padre, invece di essere banalmente spaventato a morte dal suo cancro, si mettesse, che ne so, a coltivare marijuana? Visto che mio nonno paterno era un bravissimo contadino, magari pure lui potrebbe rivelare un miracoloso pollice verde.
Ma a parte Breaking Bad, questa giornata ospedaliera mi ha fatto venire in mente tutta la serialità medical che ho ingurgitato negli anni. Per esempio: avete presente quando i chirurghi in sala operatoria aprono cervelli e ci giochicchiano come se stessero pescando peluche al luna park con il braccio meccanico? O quando ravanano negli intestini come se stessero impastando macinato di manzo, uova, latte e formaggio grana per fare il polpettone? Ecco, anche la realtà me la immagino un po' così.
Mio padre stamattina è entrato in sala operatoria verso un quarto alle otto e alle quattordici e trenta non era ancora uscito. Però i chirurghi in quelle ore andavano e venivano. Dicevano di non aver ancora deciso cosa fare, se togliere tutta la laringe o lasciarne un po'. E io mi immaginavo questo cristo con la gola tagliata, addormentato, mi auguro, mentre loro attorno discutevano il da farsi tra una battuta su Berlusconi e un'occhiatina sexy all'infermiera di sala.
Entrano ed escono dalle porte del regno in cui solo i camici verdi possono penetrare, e me li vedo passare davanti con la loro divisa che discutono di "terapie col laser". Be', a un certo punto dovranno pur mangiare anche loro. Solo che non posso fare a meno di pensare che cinque minuti prima avevano le braccia immerse fino ai gomiti nella gola di mio padre. E con addosso schizzi di sangue. Un po' pulp forse, ma ho visto troppi film per non farmi dei film a mia volta.
In caffetteria si respira un'aria da Scrubs: i medici tutti candidi e gli infermieri in camice bianco con colletto verde si ritrovano in quella zona franca a chiacchierare davanti a un caffè e tornano a vestire i panni di esseri umani; i pazienti in vestaglia e ciabatte che si trascinano dietro i carrellini con le flebo; i primari con gli occhiali sottili che quando entrano sembrano il papa; i nugoli di specializzandi che si spostano in banchi, come le sardine. Li riconosci rispetto ai medici perché sembrano dei bambini con i camici troppo grandi, per loro. Dev'essere durissima essere uno specializzando.
Chissà se è vero che in ospedale tutti fanno sesso con tutti. Un po' come se fossero in una comunità seguace di qualche bizzarro culto religioso, sperduta nella prateria, in cui ci si accoppia solo all'interno del proprio recinto. Di gente particolarmente attraente non c'è l'ombra però, alla faccia di E.R. e Gray. Non particolarmente, ho detto, ma di passabili ce ne sono a bizzeffe, basta che siano in divisa.
Però nelle serie ci sono delle cesure temporali, dio le benedica, che cancellano tutte le parti inutili, tutto l'horror vacui, tutta l'inazione di cui i corridoi dei reparti veri sono pieni fino all'orlo della nausea. Nella vita i tempi dell'attesa, dei silenzi, del vuoto e dell'inedia te li devi beccare tutti. E pur con tutte queste ore da sprecare non sono ancora riuscita a capire chi sono quelli che girano per l'ospedale vestiti di blu.
In definitiva, purtroppo, niente marijuana e niente Breaking Bad. Solo un alquanto prosaico Breaking Sad.