Nel balcone
Oggi che c’è il sole mi sono messa in balcone a prenderne l’ultima lingua con Un polpo alla gola sulle ginocchia. Il secondo libro di Zerocalcare, non la perversione ittico-sessuale (immagino esisterà qualcosa del genere, io comunque non ne so niente, al massimo mi viene in mente un crossover tra The OA e Dolce e Gabbana). E dopo essermi commossa a pagina 3 per la nota dell’editore mi sono ricordata che questo blog a un certo punto aveva avuto uno spintone proprio da uno Zerocalcare inconsapevole. (Sì, mi vergogno, ma glielo avevo detto che mi aveva ispirata, gli ho scritto, non mi ha mai risposto, ci rimango male da allora, 2013. La sto superando adesso.)
Arrivata a pag 7, l’occhiello con un nanetto al centro e tutto il bianco della pagina attorno, la lingua di sole me la illumina tipo occhio di bue e mi ritrovo a pensare: “Bella, la carta usomano bianca, non l’avevo mai vista così bene. Si vedono tutti i pelini, è bellissima proprio”. E da lì sono precipitata per cinque secondi in un vortice di percezioni fisiche intensissime tipo il ricordo di poche ore prima della tizia - tizia, perché “vicina” implicherebbe vicinanza, ma no, mantenere sempre un sano distanziamento emotivo e fisico tra “vicini” - che correva a cerchio nel cortile condominiale con la tenuta pro e gli auricolari nelle orecchie (cazzo da lunedì lo faccio anche io sicuro); tipo babbo e figlia che dopopranzo si sono messi a giocare a pallavolo nello spazio condominiale dei garage (tanto chi è che deve uscire con la macchina eh, chi?!); tipo sempre lo stesso ragazzo che da giorni grida saluti più o meno sensati a una voce metallica (“Ciao! Ciao! Ti sento, parla! Parla tu! Sì, parla, tu mi senti? Adesso? Adesso? ADESSO?”). In sottofondo il rumorino elettrificato dei tram che accelerano, il rotulare agonizzante delle ruote dei carrelli della spesa spinti per strada. Che sarebbe stata considerata una cosa da punkabbestia invece adesso lo facciamo noi, quelli che hanno un balcone da cui affacciarsi e ascoltare.
E poi è arrivato lui, il signore canuto “circasessantanni” in sella a una bici di quelle con le ruote sottiline sottiline e il corpo arancione fiammante; indossa una mascherina perfettamente intonata ai capelli e gira, gira, gira sullo stesso circuito della tizia che correva nel cortile condominiale. Cazzo da sabato prossimo lo faccio anche io sicuro.









