Si teneva un'adunanza plenaria di Fate, per procedere alla distribuzione dei doni fra tutti i neonati arrivati alla vita nelle ultime ventiquattr'ore. Tutti i padri che credono nelle Fate erano accorsi, ognuno col suo neonato in braccio. I Doni, le Facoltà, i Casi propizi, le Circostanze invincibili, eran tutti ammucchiati come premi sul palco di una premiazione. Non erano la ricompensa di uno sforzo, ma una grazia accordata a chi non aveva ancora vissuto, una grazia capace di determinare il suo destino e di diventare la fonte tanto della sua sventura che della sua felicità. La folla degli aspiranti era grande. Le Fate - antiche e capricciose Sorelle del Destino, Madri bizzarre della gioia e del dolore - erano molto indaffarate, erano davvero frastornate, come ministri in un giorno di udienza. Se nella giustizia soprannaturale c'è un po' di precipitazione e di casualità, non dobbiamo meravigliarci che ce ne sia anche, talvolta, nella giustizia umana. Anche noi, in casi del genere, saremmo dei giudici ingiusti. Così quel giorno furono presi alcuni abbagli che si potrebbero considerare bizzarri se fosse la prudenza, e non invece il capriccio, il carattere distintivo, immutabile delle Fate. Così avvenne che il potere di attirare magneticamente la fortuna fu aggiudicato all'unico erede di una famiglia ricchissima, il quale, essendo sprovvisto di ogni spirito di carità e insieme di ogni brama per i beni più visibili della vita, si sarebbe trovato in seguito straordinariamente ingombrato dai suoi milioni. Così, l'amore del Bello e la Potenza poetica furono dati al figlio di un tetro straccione, di mestiere cavapietre, che non avrebbe potuto in nessun modo favorire le capacità, né soddisfare i bisogni, della sua incresciosa progenie. La distribuzione dei doni in queste occasioni solenni è senza appello, nessun dono può essere rifiutato. Convinte di aver portato a termine la loro fatica, tutte le Fate si stavano alzando; non restava più nessun regalo, nessun favore da elargire a quella povera gente; quando un buon uomo, un povero piccolo commerciante, si alzò in piedi e afferrando per il vestito di vapori multicolori la Fata più a portata di mano, esclamò: «Eh, signora, lei ci dimentica! C'è ancora mio figlio! Non sono mica venuto qui per niente!». La Fata avrebbe potuto trovarsi in imbarazzo; in effetti non restava più niente. Si ricordò tuttavia in tempo di una legge ben nota, anche se raramente applicata, nel mondo soprannaturale abitato dalle divinità impalpabili, amiche dell'uomo e spesso costrette ad adattarsi alle sue passioni, che sono appunto le Fate, gli Gnomi, le Salamandre, le Silfidi, i Silfi, le Nisse, gli Ondini e le Ondine, - la legge, che concede alle Fate, in un caso come questo, cioè in caso di esaurimento dei premi, la facoltà di donarne ancora uno, supplementare ed eccezionale, purché la Fata abbia sufficiente immaginazione da inventarsene uno immediatamente. E allora, con un contegno davvero all'altezza del suo rango, la brava Fata rispose: «A tuo figlio regalo... gli regalo... il Dono di piacere!». «Ma piacere come? Piacere?... Piacere perché?» domandò con ostinazione il piccolo bottegaio, che era certamente uno di quei comuni ragionatori che non sanno sollevarsi alla logica dell'Assurdo. «Perché! Perché!» ribatté molto seccata, voltandogli le spalle, la Fata; e raggiungendo il corteo delle sue compagne, disse: «Cosa vi pare di quel piccolo francese vanitoso che vuole di sapere tutto, che dopo aver ottenuto per suo figlio il premio migliore, osa interrogare e mettere in discussione l'Indiscutibile?». I Doni delle Fate - C.Baudelaire. Lo Spleen di Parigi XX
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