io non voglio fare carriera
sì è una dichiarazione strana da fare oggi giorno, dove tutti vogliono essere qualcuno e spiccare e fare soldi e andare a fare aperitivi bullandosi del proprio status quo. io no.
come ux designer sono ,informalmente, il direttore di progetto. nel senso che io costruisco i percorsi utente, la strutture dei contenuti, cosa ci va dentro e cosa no, le categorizzazioni. insomma, sono l’ingegnere che dice dove vanno porte, finestre, scale antincendio, muri portanti, stabilisce i ruoli degli ambienti, disegna l’impianto elettrico, etc... il tutto litigando con il cliente che il bagno lo vuole vista piazza in vetro (non oscurato).
poi arrivano gli architetti di interni, i capi cantiere, gli operai, etc.
io tutta questa gente purtroppo, la devo non dico tenere d’occhio, ma almeno per mano (no, non è vero, la devo proprio tenere d’occhio). per quanto agli architetti debba comunque lasciare la loro libertà d’espressione (perché sono loro che danno il valore aggiunto finale, sebbene sia io che gli dico dove va il divano ma non il colore e il tipo). devo stare attenta, per esempio, che non si dimentichino pezzi di mobilio per strada, che ignorino le porte dove ci dovrebbero essere o si dimentichino di rifinire delle stanze. e questi solo per gli UI (architetti d’interni).
poi arrivano i capi cantieri. con loro devo litigare perché vorrebbero tirare su tutto in mattoni e cemento, mettere cavi e tubi a vista, ignorare la necessità di piastrelle e coibentazione. intonaco? ma nel 2020 abbiamo ancora bisogno di intonaco? le finestre devono proprio aprirsi? no la domotica non ci abbiamo cazzi.
e quando finalmente pensi di aver rimesso tutti sui binari corretti, arrivano gli operai, quelli che poi materialmente ti fanno le cose e ti mettono dentro i mobili, e diocan è un macello.
io ho fatto l’operaio che metteva dentro i mobili e ho anche diretto operai sotto di me. prima dovevo solo ricevere istruzioni su cosa andava dove e dividere la fatica tra il team, ora? ora devo condividere la mia visione con loro, fargliela capire, interfacciarmi con il capo progetto ufficiale che si deve reinterfacciare con i capi cantieri, fargli rifare cose, fargliene aggiungere altre e, in contemporanea, condividere 5 anni di esperienza nel fare le cose bene.
sono le 11.20, sono in ufficio da un’ora e mezza e ho già finito le energie mentali.
se facessi carriera, farei solo quello: dirigere. dare l’idea del progetto, irromperei nelle riunioni per raccogliere le idee di tutti, castrarne diverse, approvarne altre, ridistribuire i compiti a casa e revisionare tutto costantemente.
nel caso continuasse a sfuggirvi il concetto, dirigere è fare il baby sitter (quando lo fai bene). anzi peggio, è fare la mamma, quella il cui compagno non mette un minimo di sforzo mentale nell’organizzazione della casa e deve fare tutto lei, perchè lui quando vuota il cartone del latte invece di pensare “stasera lo ricompro” lo rimette vuoto in frigo. tra l’altro, gli esseri umani hanno questa “strana” tendenza a cessare tutte le funzioni mentali di autonomia base appena si rendono conto che c’è qualcuno in carica, aumentando la fatica di chi dirige (in un mondo ideale, nessuno dovrebbe dirigere nessuno, ma solo fare in modo che non si sovrappongano, facciano casini e seguano tutti la stessa direzione).
io odio fare la baby sitter e gli unici esseri viventi a cui vorrei fare da “madre” sono gatti.
quindi no, non voglio fare carriera. se avessi voluto avrei accettato la posizione di project manager anni fa. io voglio solo creare, il resto sono effetti collaterali che mi tocca accettare ma no, non voglio aumentarli. mi basta uno stipendio dignitoso e una soddisfazione ogni tanto.
la carriera la lascio a chi ha voglia di avere un esaurimento nervoso all’anno, io con le mie otto ore lavorative sono a posto così.