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Handel's Ariodante, directed by Christof Loy, Salzburg, 2017
non ho appena letto “diritto alla tortura” invece che “delitto di tortura”
Mi chiamo Eleanor Oliphant e sto bene, anzi: sto benissimo. Non bado agli altri. So che spesso mi fissano, sussurrano, girano la testa quando passo. Forse è perché io dico sempre quello che penso. Ma io sorrido. Ho quasi trent'anni e da nove lavoro nello stesso ufficio. In pausa pranzo faccio le parole crociate. Poi torno a casa e mi prendo cura di polly, la mia piantina: lei ha bisogno di me, e io non ho bisogno di nient'altro. Perché da sola sto bene. Solo il mercoledì mi inquieta, perché è il giorno in cui arriva la telefonata di mia madre. Mi chiama dalla prigione. Dopo averla sentita, mi accorgo di sfiorare la cicatrice che ho sul volto e ogni cosa mi sembra diversa. Ma non dura molto, perché io non lo permetto. E se me lo chiedete, infatti, io sto bene. Anzi, benissimo. O così credevo, fino a oggi. Perché oggi è successa una cosa nuova. Qualcuno mi ha rivolto un gesto gentile. Il primo della mia vita. E all'improvviso, ho scoperto che il mondo segue delle regole che non conosco. Che gli altri non hanno le mie paure, non cercano a ogni istante di dimenticare il passato. Forse il «tutto» che credevo di avere è precisamente tutto ciò che mi manca. E forse è ora di imparare davvero a stare bene. Anzi: benissimo.
(Eleanor Oliphant sta benissimo, Gail Honeyman)
voglio le coccole e la pastina in brodo.
Quasi trentotto e relative riflessioni
Un’ora di quiete è ormai merce rara, da queste parti. In attesa che Beppe passi per una birra in centro (scura, ovvio) e nella speranza che Bruce non ribalti nulla dalla scrivania mentre ci cammina e mi guarda chiedendosi perché non stiamo giocando, ho quello che di solito mi manca, ovvero un po’ di tempo per riflettere. E la mia riflessione riguarda il futuro, faccenda che ci ossessiona o angoscia tutti, in un modo o nell’altro. E il mio modo, adesso e oggi, riguarda l’eventualità di avere un figlio. Quasi trentotto anni sono tanti per me che avevo solo idoli morti a ventisette. Domanda a bruciapelo: lo voglio? Intendo dire, la voglia che posso avere di mettere al mondo un marmocchio è qualcosa di più del semplice investimento sull’assistenza che mi servirà da vecchio? Perché questo ora come ora è il solo stimolo che mi viene in mente. Più che la classica vocina dal di dentro, ho tutto un coro discordante di piccoli “me” che suggeriscono ciascuno una cosa diversa. Finora me la sono sempre cavata rimandando il pensiero ma ad un certo punto dovrò decidermi, giusto? Mica sono così giovane da poter procrastinare in eterno, dico bene? E mentre Cat Stevens canticchia la sua Father and Son (che pezzo!) io mi chiedo quanto abbia realisticamente voglia di esser padre. Poca, a volte. Un po’ di più, altre. Quasi zero, in certi momenti. Cioè, io sto bene anche così, capite? Io e lei, dico, stiamo da dio fra di noi, con la splendida aggiunta di due gatti per casa. I bambini neanche mi piacciono, li vedo come piccoli esponenti di una razza di cui non sono un grande estimatore, quella umana. Sbaglio. Lo so. Chissenefrega. No, frega a me. Perché il tempo stringe (o inizierà presto a farlo). E l’ansia salirà oltre il livello di guardia. E io non potrò più nascondere la testa sotto la sabbia. E dovrò decidere se preferirò correre il rischio di rimpiangere di non aver mai avuto un bambino oppure il contrario. Insomma, un gran casino ma, sapete, è venerdì sera, i gatti vogliono giocare, io voglio smettere di scrivere questo stupido post e ricacciare la testa sotto una montagna di sabbia in attesa che Beppe arrivi per una birra (scura, ribadisco). Il domani … eh, il domani arriverà comunque, no?
Fulminacci oggi 😳
4th night or suicidal ideation