Quando mi trasferirò definitivamente a Milano come spero e penso non avrò altra scelta che ascoltare solo Capossela, come quando avevo ancora diciassette anni, per via di quella precipua sensazione di sgomento e meraviglia che, nonostante io sia qui talmente spesso da poterla considerare una seconda casa, ogni volta mi prende. Perché pure i muri, le pietre, le strade segnate dai binari dei tram, i navigli e il Campari non parlano di Capossela bensì parlano come Capossela. E siccome io e Vinicio l'anno prossimo onoriamo dieci anni di carriera insieme è come se Milano m'avesse accompagnato negli ultimi dieci anni in ogni dove, è sempre stata là sebbene io me ne sia resa conto solo negli ultimi due anni.
Dunque è successo che l'altro giorno appena arrivata e avendo onorato il primo americano mi sia venuto in mente, ancora con borse e valigia, che dovevo procurarmi Tefteri, che poi non so se voglio prenderlo perché basta a dargli soldi che ho contribuito a creargli un enorme fondo pensionistico negli ultimi anni e non vedo poi perché, e poi tanto sono sicura che potrei recitarlo già tutto senza leggerlo perché poi ripete sempre le stesse cose e non si scoccerà a vivere sempre con sé stesso? Ma poi ho onorato la questione perché mentre pensavo come non avessi ancora una copia sotto braccio si è magicamente materializzata una libreria proprio mentre ero nella grande stazione monumentale e allora non ho potuto esimermi perché sembrava brutto. E' stato fermo sul comodino per tre giorni e tre notti finché oggi gli ho chiesto di farmi compagnia durante il mio pranzo solitario nel pub irlandese in Tortona, nonostante fossi sicura in cuor mio che no, non l'avrei letto almeno per un po'. Non è che mi sono ricreduta ma invece sì. Ha iniziato a raccontare e ha ripreso a descrivere e ha riparlato di quel vestito con le ciliegie rosse sul quale si infransero gli occhi di lei quindici anni prima (otto anni prima per quanto mi riguarda), quel fatto che ogni volta che lo leggevo quel capitolo, quella capitolazione, gli occhi si annebbiavano anche a me forse per empatia ma poi non so neanche bene il perché, che non era un fatto da piangere ma era straziante, di quegli strazi che quando ti sei resa conto che è uno strazio è ormai troppo tardi. E allora in un'attesa in piazza Sant'Ambrogio all'ombra di un sole fresco che dopo un'ora sarebbe diventato cocente ho continuato a leggere i retroscena di quel suo errare in Salonicco di molti anni prima e poi di molti anni dopo, dell'anno scorso. Poi siamo tornate a casa e avevo sonno allora ho dormito per mezz'ora e ora sto scrivendo queste due righe prima di correggere dei file e mettere insieme il frutto della mia gita vicentina di ieri, dove tutti sono stati molto gentili ma non ho avuto il tempo neanche per uno spritz.