THE BLACK FLAG: HOW DO WE FIGHT? / Noi, come combattiamo?
E’ stato presentato in anteprima italiana lo scorso dicembre, al Festival dei Popoli: The Black Flag, di Majed Neisi. Il film segue l'attività della milizia volontaria del comandante Seyyed Ahmad, impegnato a Jorf al-Sakhar, a 60 km a sud della capitale irachena di Baghdad, contro l'avanzata dell'Isis.
Ho visto il film, e ho pensato subito che fosse uno di quei film assolutamente necessari, da vedere, da far vedere. Che non importa se il film sia bello, meno bello, ben fatto. E’ strettamente necessario. Punto.
The Black Flag è un documentario di guerra, in senso stretto: siamo dentro la guerra con i miliziani, sotto le bombe, sopra le mine, dentro i carri armati. Neisi nella guerra ci è nato: come scrive lui stesso nella sua bio, è nato nel 1981 in un ospedale nel deserto dell’Iran del sud, durante un bombardamento della guerra tra Iran e Iraq. Da allora, si è dedicato ad esaminare la patologia della guerra in una serie di campi di battaglia medio orientali in Iraq, Libano e Afghanistan. I suoi film -più di una decina- raccontano perlopiù di persone comuni che si trovano a vivere situazioni fuori dall’ordinario. E questo accade anche in The Black Flag, in cui un gruppo di uomini, il cui paese è stato invaso dalla sera alla mattina da un gruppo terroristico, hanno deciso di abbandonare le loro vite, le loro famiglie, e di prendere le armi.
Non voglio fare una recensione di questo lavoro, essendo a mio avviso ben fatta ed esaustiva quella de Il Film (firmata da Alessia Laudati) che trovate qui. Questo film mi ha portata a fare diverse riflessioni sulla guerra, l’immaginario della guerra nel cinema documentario, su quale sia il ruolo del cinema (documentario) in QUESTA guerra. Avevo, a Dicembre, scambiato due chiacchiere con il regista proprio a questo proposito. Avevo poi deciso di tenerle per me, prendendomi il tempo di rifletterci, ampliarle, commentarle. Mentre continuavo il lavoro sul mio film, che sto sviluppando, e che affronta tematiche affini.
Ho sentito il bisogno di andarmi a riascoltare le sue risposte nell’ultima settimana, in particolare dopo gli (ennesimi) attentati di Bruxelles, Lahore, … Dopo che alla rabbia e alla tristezza che mi toccavano così da vicino si mischiavano la rabbia e la tristezza dell’ignoranza, della non conosceva. Della difficoltà che si ha a spiegare, a mettere in luce, ad analizzare. A tacere, a mostrare.
Ho ripensato alle parole di Majed che avevo sentito in un’intervista rilasciata durante il festival Vision du Réel, dove il film è stato proiettato per la prima volta nella primavera del 2015, quasi un anno fa.
“Ho visto con i miei occhi daesh (ISIS) uccidere, voler eliminare l’umanità, essendo crudeli in modo non raccontabile. Mi sono chiesto quale fosse la mia posizione in questo mondo, come persona, cosa avrei potuto fare contro questo movimento. Per ogni movimento fatto da Daesh credo che ognuno debba muoversi, fare un passo, un movimento contro di essi. E io mi sono chiesto io cosa potessi fare, cosa potessi fare per l’umanità, contro daesh. E mi sono detto ‘sono un regista, un regista di documentari, e quindi devo fare un altro documentario”.
In inglese la parola shooting sta tanto per sparare, quanto per fotografare, o riprendere. La macchina fotografica, la macchina da presa sono puntate verso il soggetto tanto quanto lo è la canna del fucile. E boom: fuoco. Sempre una guerra è, sempre armi sono. Ma cambia, eccome se cambia.
Ecco le mie riflessioni fatte assieme a Majed.
Shooting vs Shooting: è comunque un modo di combattere?
C’è una scena del film che avrai visto in cui la mia guardia del corpo mi chiede ‘ma tu non vuoi una pistola?’ e io dico no, e la guardia del corpo mi dice ‘ah, tu vuoi combattere con la tua telecamera?’. Si, da un certo punto di vista anche quello è un tipo di combattimento. La differenza però è che i fucili, o comunque le armi dei soldati, hanno la potenzialità di uccidere altri, mentre la macchina da presa ha la potenzialità di mostrare questa verità, ad altri, a un pubblico. E per poter mostrare questa verità è necessario stare con i protagonisti, con questi uomini. Combattere con loro.
Se dovessi dare un consiglio ai giovani filmmaker documentaristi di oggi, cosa gli diresti? Anche io sono una filmmaker e penso davvero che questo genere di film, fare film che racconti le storie dal di dentro, possano davvero cambiare qualcosa; che possano davvero cambiare il modo in cui le persone vedono il mondo e in cui vedono il nemico. Cosa diresti ai giovani filmmakers che decidono di usare quest’arma per combattere queste guerre?
Non voglio fare grandi discorsi ma davvero parlare di quello che si può fare in quanto documentaristi. Uno dei grandi problemi attuali è che i media sono davvero molto polarizzati, nel senso che mostrano tutto bianco o nero, e quindi ci troviamo in una situazione in cui abbiamo una conoscenza molto scarsa e molto approssimativa dell’altro, della guerra, del nemico… Quindi la nostra più grande guerra in quanto documentaristi in realtà è contro -non in accezione negativa- i media, nel cercare di mostrare storie vere, di persone, di popoli che combattono, di persone tese tra questi due poli di bianco e nero per uscire a riequilibrare in modo più umano i rapporti tra persone, tra gruppi diversi.
Il film, dopo Vision du Réel, Dok Leipzig e Festival dei Popoli, continua a girare in vari festival, ed è stato acquisito da un grande distributore tedesco che si occupa della distribuzione internazionale, mi diceva Majed. Non ha saputo dirmi se il film avrebbe circolato in Italia, o sarebbe uscito in sala. Io spero vivamente che questa accada, prima o poi. Che giri, che lo vedano in tanti, tutti... Vi lascio intanto con il trailer del film, e con una video intervista di Majed al Festival dei Popoli.
A presto, Martina














