L'Armata dei sonnambuli, il Terrore e Franco Freda (una recensione)
“Il barone non poteva capire: troppo legato a un'aristocrazia già appassita ben prima del Grande Disordine.
Per troppo tempo Laplace si era fatto trascinare dalle velleità, dalle false speranze negli esuli, dall'idea che 'controrivoluzione' equivalesse a 'restaurazione'. Il tentativo fallito di liberare Luigi gli aveva aperto gli occhi, consegnandogli una certezza che non avrebbe più abbandonato. La controrivoluzione è a sua volta una rivoluzione, oppure non è nulla”
Parigi, 1793, mentre Luigi XVI si avvicina a “Madama Ghigliottina” per pagare il fio di essere stato troppo (o troppo poco) un sovrano, tra la folla festante che si è radunata intorno al patibolo, con l’intenzione di godersi lo spettacolo del “teatro nuovo” delle esecuzioni, si incrociano i destini di quattro personaggi. Un panteon di figure a cui il collettivo dei Wu Ming, gli scrittori bolognesi pubblicati da Einaudi che fanno fiamme e fuoco nelle classifiche di vendita e durante le presentazioni nei centri sociali, useranno come osservatori privilegiati nel loro ultimo romanzo: “L’armata dei sonnambuli”.
I quattro protagonisti, diversi tra loro per scopi e origini e calati sul campo di una grande storia per recitare ruoli che solo all’inizio possono apparire marginali, attraverseranno un lasso di tempo che va dal terrore giacobino al terrore bianco dei “moderati”: fra di loro c’è Léo Modonnet, attore italiano in cerca di un successo che il teatro non può dargli. Marie Nozière, volitiva piantagrane rivoluzionaria del foborgo di Saint-Antoine (il foborgo dei piantagrane peggiori), madre del piccolo Bastien e amata dal non corrisposto sbirro dei poveracci, Treignac. C’è il dottor Orphée d’Amblanc, medico mesmerista, padrone di una tecnica curativa che facendo leva sui fluidi del corpo finisce per anticipare gli effetti dell’ipnotismo. Infine, avvolto in un mantello nero, la nemesi di tutti loro, l’antagonista: Nero, il cittadino Laplace, il Cavaliere d’Yvers, con un nome diverso a seconda che lo si trovi in piazza nel tentativo di far insorgere la folla e salvare il Capeto, in un ospedale psichiatrico, nascosto tra i pazienti per affinare le sue doti di mesmerista o nei suoi panni ufficiali di nobile di spada.
Le vicende che si alternano lungo le quasi 800 pagine sono molte e percorrono sentieri che andranno ad unirsi solo alla fine. Léo Modonnet, attore bolognese spiantato e costretto a vivere sotto i ponti a causa di un’interdizione dai teatri, affronterà il tema della grande farsa rivoluzionaria. Vista l’impossibilità di esibirsi sulla scena, sceglierà come nuovo palco quello della Rivoluzione. Calata la maschera di Scaramouche, personaggio della commedia dell’arte, correrà sui tetti per punire gli accaparratori (commercianti disonesti che nascondono le derrate alimentari) e poi, nella seconda parte del libro, per combattere contro la jeunesse dorée degli Incroyables, meglio noti come i muschiatini. Giovani del ceto medio impoverito, diventati bacino squadrista al soldo della controrivoluzione. La sarta Marie Nozière dovrà, invece, scontrarsi con i preconcetti che nutre anche la plebe rivoluzionaria e che impediscono a una donna di raggiungere la piena parità che sulle barricate è concessa agli uomini. Per il mesmerista Orphée d’Amblanc il compito sarà forse il più arduo. Spedito in Alvernia per verificare possibili focolai controrivoluzionari, finirà per scoprire che la tecnica da lui utilizzate per guarire le persone, nelle mani di altri esperti (come il Cavaliere d’Yvers) può diventare uno strumento ipnotico coercitivo capace di generare automi privi di volontà. Il libro, come tutti i libri dei Wu Ming, sceglie il passato per parlare del presente. Il popolo che aveva fatto la rivoluzione, morti i suoi paladini, dovrà sopravvivere alla risacca. I “moderati”, nemici dei giacobini, continueranno a usare un gergo rivoluzionario per schiacciare i vecchi alleati e consolidare il potere. Per fare ciò non esiteranno nemmeno ad allearsi con i realisti.
Per un lettore di sinistra
Se si è di sinistra (in parte) vale la pena leggere questo libro. Vale la pena se si vuole essere tranquillizzati sul fatto che la reazione nelle masse, di per sé, possa essere inoculata solo attraverso l’ipnosi e grazie a una predisposizione del popolino agricolo, dettata dall’ignoranza (il popolino cittadino ne è invece immune). Vale se si vuol sentire che i muschiatini, i giovani del ceto medio impoverito che picchiano i deboli e assaltano i foborghi proletari perché vogliono annichilire la proletarizzazione incipiente che vedono in loro stessi, ad altro non rispondono che al naturale processo di formazione dei fascisti. Oppure, vale anche se si vuole assistere a una caccia all’evasore fiscale ante litteram, rappresentata dalla guerra mossa agli accaparratori, i bottegai disonesti che tolgono alla comunità per tenere per loro. Prima, però, si diceva che la lettura del romanzo è consigliata a un lettore di sinistra soltanto “in parte”. Il motivo è che, addirittura nel loro immaginario, i Wu Ming non ci riescono proprio a raccontare una storia rivoluzionaria che finisca (nel momento in cui va ancora) bene. I loro romanzi sono guide di sopravvivenza per una generazione di sconfitti. Questo, alla lunga, può diventare frustrante.
Per un lettore di destra
In questo caso la lettura è vivamente consigliata. In primo luogo perché può diventare un divertente esercizio che spinge a intravedere la fonte d’ispirazione dei personaggi (chi è il Cavaliere d’Yvers quanto riflette sul fatto che “Per poter essere sconfitta, la rivoluzione andava resa irreversibile. Ogni illusione sulla possibilità di restaurare il vecchio regime doveva dissiparsi. Solo così sarebbe nato l'Ordine Nuovo, ossia quello veramente antico, quando ogni tendenza sarebbe finalmente giunta ai confini del possibile e, respinta dall'invisibile barriera eretta da Dio, si sarebbe capovolta all'indietro”, se non Franco Freda? E chi sono i muschiatini, giovani alla moda che stanno tutto il giorno al bar e a menare i “compagni” se non i sanbabilini?) e in secondo luogo perché, sempre riguardo al Cavaliere, difficilmente vi capiterà di trovare uno scrittore di destra così capace di capire un personaggio di sinistra. Che lo abbia studiato tanto approfonditamente che, tolti gli ovvi attributi negativi che i Wu Ming dosano sapientemente per renderlo quanto meno indigesto, lasci intravedere i suoi intenti di fondo, le sue aspirazioni, la sua visione del mondo.
Il 9 dicembre 2013, Torino, città storicamente attraversata da mille cortei dallo stesso colore politico (il rosso), si sveglia e si muove verso piazza Castello. A scendere in strada sono l'altra metà della città: non i sindacati, non gli studenti organizzati, non i professori, non i centri sociali. Sono quelli che normalmente non manifestano e che i disordino, se in vita loro li hanno vissuti, li hanno visti solo allo stadio: sono artigiani, taxisti, precari, trasportatori, mercatari, disoccupati, studenti non politicizzati. Come spesso accade quando si riversano in strada troppe persone e quando a guidarle ci sono capi non avvezzi al balletto/pantomima codificato tra polizia e manifestanti, la protesta (anche per colpa di reazioni violente da parte delle forze dell'ordine) sfocia nella guerriglia e nell'assalto al palazzo della Regione. Ma quasta è solo la mattina. Da quel momento, per tre giorni, inizia la resistenza di una città che nessuno si sarebbe aspettato potesse incubare tanta energia mai espressa.
Un resoconto della prima giornata
In piazza Castello a Torino, alle 9, ci sono già migliaia di persone. I presidi periferici di piazza Derna e piazza Pitagora, nati – secondo gli organizzatori – per bloccare la città negli snodi nord e sud, sono già iniziati alle 5 e 30 e hanno fermato il traffico periferico di auto e merci. Lo stesso succede in centro, nel punto di raccolta più “politico”. Quello nato per contestare i palazzi che rappresentano il potere locale e fermare le stazioni ferroviarie. In strada, tra centinaia di bandiere tricolori, le uniche consentite dagli organizzatori, ci sono persone eterogenee per età e professioni. Ci sono i piccoli imprenditori andati in rovina, quelli che in rovina ci stanno andando, i pensionati che non arrivano alla fine del mese, i giovani disoccupati, i ragazzi delle curve (che non si vergognano a rimarcare l’appartenenza perché «sono ben altre le cose di cui si dovrebbe vergognare chi ci criminalizza»), gli studenti e i mercatari.
Il tempo di cantare l’inno d’Italia e ci si muove dividendosi in due serpentoni, da una parte quelli diretti alla stazione di Porta Nuova e dall’altra quelli che vanno a Porta Susa, la stazione che sorge ai piedi del grattacelo voluto dalla Banca San Paolo. È dopo il blocco dei binari, che costringe Trenitalia a cancellare arrivi e partenze, che succede una cosa insolita per una manifestazione: reparti della celere, su invito dei manifestanti a solidarizzare con la protesta, decidono di togliersi i caschi.
Le prime tensioni, però, iniziano a registrarsi quando il corteo raggiunge la sede di Equitalia. È a questo punto che vengono sparati diversi lacrimogeni. Il gas, favorito dalle strade strette, satura l’ambiente rendendo l’aria irrespirabile. E quel punto che un folto gruppo decide di tornare in piazza Castello ed è qui che, dopo altri lacrimogeni tirati dalla polizia, i manifestanti costruiscono una barricata con le reti di protezione di un cantiere vicino alla Regione Piemonte e iniziano una fitta sassaiola, usando mattoni e pietre del cantiere, in direzione della polizia che decide di arretrare. Da quel momento inizia un’ora di scontri fatta di cariche dei carabinieri, arrivati in piazza, e lancio di oggetti da parte dei ragazzi.
Piazza Pitagora
A bloccare le strade di Torino sud ci sono, parcheggiati di traverso, i camion di chi ha aderito alla protesta. È in piazza Pitagora che al pomeriggio, insieme ai disoccupati e ai camionisti, arrivano i militanti dei gruppi politici organizzati per dare man forte alla protesta. Anche qui, nonostante le rispettive appartenenze, l’unica bandiera che sventola è il tricolore.
Fulminea
Non si chiama zona Fulminea. Ufficialmente si chiama Pozzo Strada ma per i ragazzi del quartiere è Fulminea, come la squadra di calcio della parrocchia. Qui, sulla carta, non doveva succedere nulla. E invece i ragazzi della periferia di Torino hanno deciso di prendere i cassonetti dell’immondizia e fare le barricate in corso Francia, il corso più lungo d’Europa. Bloccano il traffico e, come fossero vigili urbani, decidono chi può passare e chi no. «Oggi, qui, comandiamo noi», dicono agli automobilisti che si mostrano restii a collaborare con la protesta e, per un giorno, anche a loro è permesso mostrare quel lato impegnato che normalmente è appannaggio dei coetanei di sinistra dei licei bene cittadini. A chi gli chiede per quanto continueranno, rispondono: «Siamo tutti disoccupati, hai voglia quanto possiamo andare avanti!».
Secondo giorno
Il secondo giorno, la situazione, peggiora. Le periferie diventano il centro dei blocchi e la dispersione dei manifestanti in gruppi più frammentari rende impossibile il controllo del territorio da parte della polizia.
Il resoconto
Chi si aspettava a Torino un secondo giorno di protesta fiacco è rimasto deluso. I Forconi sono scesi nuovamente in piazza e insieme a loro c’erano anche gli studenti delle scuole superiori che si sono riversati in mattinata nelle piazze del centro. Cortei spontanei si sono andati formando per tutta la giornata mandando in tilt il traffico dei corsi cittadini principali e occupando le strade davanti alle stazioni. Anche piazza Castello, lunedì teatro degli scontri più duri con la polizia, si è nuovamente riempita dei tricolori sventolati dai manifestanti.
Ma probabilmente l’evento più significativo della giornata è stato il confronto, che non è sfociato in scontro soltanto per via della presenza di un cordone schierato della celere, tra i militanti della Fiom, in presidio davanti a Palazzo Lascaris, sede del consiglio Regionale, e i manifestanti di un corteo spontaneo che aderivano alla mobilitazione iniziata il 9 dicembre. Che la piazza di questi giorni avesse avanzato forti critiche nei confronti delle sigle sindacali, colpevoli di non essere più in grado di tutelare i lavoratori, era emerso con tutta evidenza negli slogan e nei cartelli sollevati dai cittadini che percorrevano in corteo le vie della città.
Se il centro non ha visto registrarsi forti tensioni, la stessa cosa non può essere detta per le periferie che in questa seconda giornata, probabilmente, sono state le vere protagoniste della protesta. I blocchi degli incroci stradali, infatti, sono nati a raggiera per tutta la città paralizzando le arterie principali del capoluogo piemontese. A differenza di ieri, però, la reazione della polizia è stata notevolmente meno dialogante. I blocchi nati in corso Francia all’altezza i piazza Massaua, per esempio, sono stati sgomberati dai Carabinieri in assetto antisommossa. Anche in piazza Derna, avamposto nord del blocco cittadino, gli sgomberi della celere si sono susseguiti per tutta la giornata, ostacolati da assembramenti di manifestanti che per sfuggire al fermo minacciato dalla polizia, si disperdevano per ricompattarsi poco dopo.
Un comunicato diramato dalla Questura per tracciare l’elenco dei vari blocchi non autorizzati sgomberati nel pomeriggio, dà il polso della situazione: rimosso il blocco sulla tangenziale all’uscita di Savonera e quello di piazza Statuto, dove il McDonald, occupato, è stato sgomberato dai manifestanti che ne avevano bloccato gli accessi. Piazza Rebaudengo era stata bloccata da un tir e da 100 manifestanti, anche questa è stata sgomberata. Rimosse anche le barricate nella vicina via Crea. Anche a Grugliasco la polizia è intervenuta per consentire la riapertura del centro commerciale Le Gru. E proprio i supermercati sono stati un bersaglio preso di mira dal movimento: nel pomeriggio sono stati chiusi dai manifestanti l’Auchan di corso Romania, l’Auchan di Venaria, Mercatò di corso Taranto, l’Area 12, il Pam di corso Potenza, il Pam di corso Sebastopoli, l’Unes de le Vallette, il Carrefour de le Vallette, il Bennet, il Gigante e l’Ipercoop. Per ora il bilancio è di 20 denunciati per interruzione di pubblico servizio, violenza privata e resistenza a pubblico ufficiale.
In zona Fulminea, intanto, i ragazzi del quartiere si sono organizzati autonomamente bloccando con i cassonetti dell’immondizia corso Marche e piazza Massaua. Per riuscire ad allontanarli dai blocchi sono intervenuti, verso le venti, quattro camionette dei Carabinieri e un forte numero di agenti della Digos che, nonostante i giovani si fossero allontanati dalle barricate per ripararsi in un bar della zona, hanno continuato a presidiare la zona per diverse ore. I ragazzi, però, tutt’altro che intimiditi, hanno già annunciato un nuovo blocco per questa mattina.
Finito tutto, davanti al Bar dove si erano riuniti i giovani contestatori della periferia torinese, sono passate due anziane signore del quartiere. A vederli tutti con i cappucci sulla testa per via del freddo, una delle due ha chiesto all’altra, senza nascondere una certa preoccupazione, chi fossero tutti quei giovani. “Sono giovani della zona. Stai tranquilla che sono tutti bravi ragazzi”, le ha risposto l’amica.
Fulminea, Vandea
In mezzo ai Forconi, etichetta generica sotto cui sono rientrati tutti i manifestanti che hanno dato vita a una tre giorni che ha paralizzato Torino, c’era di tutto. Dagli ultras della Juve a quelli del Toro, dai mercatari agli autotrasportatori, dagli esponenti della destra radicale a quelli dei centri sociali ma, per la maggioranza di loro, teatro di azione è stato il centro cittadino. Le periferie torinesi, nella seconda giornata di protesta le più interessate dai blocchi stradali, sono state, invece, teatro di nuove forme di lotta portate avanti da giovani che normalmente non si occupano attivamente di politica. Sono stati i ragazzi delle periferie, infatti, a costituire qui nuclei spontanei, autonomi e virali, che si costituivano nelle ore di punta del traffico per bloccare con cassonetti dell’immondizia e cartelli stradali le principali arterie cittadine.
L’elenco dei nomi di quartieri che hanno dato vita a questo fenomeno, che come unico paragone ha quello, in scala inferiore e con un tessuto sociale diverso, alle proteste che incendiano ciclicamente le Banlieu parigine, è lungo: va da zona Campidoglio, dove i ragazzi dei giardini della piazza sono scesi in strada, a Barriera di Milano, che ha visto ultras e giovani del quartiere sostenere gli occupanti di piazza Derna durante i tre sgomberi subiti da parte della celere. Anche Torino ovest, lo spicchio di città che seguendo corso Francia arriva fino a Collegno, ha avuto la sua periferia agitata.
Sulla carta, la zona interessata dalle proteste si chiama Pozzo Strada ma per chi ci abita, invece, è Fulminea. I ragazzi della zona la chiamano così per via della squadra di calcio della parrocchia, che ha per stemma uno scudo bianco con dentro un fulmine giallo. Ma, nonostante le etichette ufficiali, è conosciuta con quel nome anche da tutti quelli che ci abitano. La voglia di manifestare, qui, covava sotto la cenere da tempo ma, non avendo mai preso i canali di una politicizzazione autocosciente, ha aspettato le agitazioni di lunedì per venire fuori spontaneamente, senza rischiare di finire irreggimentata all’interno di quegli schemi rigidi che, per chi vive nel quartiere, non risultano graditi.
La protesta di questo gruppo di Forconi è iniziata lunedì sera. Mentre piazza Castello era ancora piena di manifestanti e piazza Rivoli era già stata occupate, una cinquantina di ragazzi della zona si è spostato in mezzo all’incrocio di corso Francia con corso Marche, snodo che verso alle 7 risulta tra i più importanti in città, e, dopo aver bloccato le corsie grazie alla solidarietà di un camionista che ha parcheggiato di traverso il suo camion, e aver barricato le altre entrate con i cassonetti della spazzatura, si sono improvvisati neo-vigili urbani, rallentando il traffico e decidendo chi potesse passare. “Per un giorno, qui, comandiamo noi”, era stato il commento di uno di loro, mentre gli altri ragazzi gestivano il traffico con una precisione militare per permettere a un’ambulanza di superare il blocco senza subire rallentamenti. “Chi ha una bella macchina evidentemente ha i soldi e dovrà aspettare di più”, detta come regola un altro di loro prima di dire, all’ennesimo che cerca di convincerli ad aprire il blocco raccontando di dover raggiungere la madre malata al pronto soccorso, “Anche tu devi andare in ospedale? Deve esserci stata un’epidemia. Passa, passa”.
Ma quello che doveva essere solo un giorno, alla fine, è stato il primo di altri. Probabilmente per via del condizionamento esterno che vedeva tutta una città in fermento o solo perché, per la prima volta, ragazzi mai interessati da esperienze dirette di militanza si sono trovati a rappresentare un soggetto sociale con cui fare i conti, l’idea di continuare i blocchi stradali per chiedere lavoro e attenzione è diventato l’argomento centrale nel bar della zona. E proprio dal bar sono ripartiti il giorno dopo, il secondo di proteste, per andare a occupare prima corso Marche e poi piazza Massaua. Il secondo giorno, però, è stato anche quello in cui le autorità hanno deciso di non tollerare più le iniziative non autorizzate e, quindi, i ragazzi, hanno dovuto confrontarsi con le camionette dei Carabineri, arrivate sul posto per sgomberarli. “Molti di noi sono disoccupati – racconta Marco – e lo Stato, invece che ascoltarci, invia in zona reparti anti-sommossa. Ma non hanno capito che abbiamo parecchio tempo a disposizione e che ci ritroveranno in strada”.
La sera, dopo lo sgombero, i ragazzi della zona si ritrovano al bar per organizzare un blocco la mattina successiva. Non sono professionisti del disordine e quindi non si accorgono dei gruppi di agenti della Digos che stazionano agli angoli della strada per alcune ore. E, in realtà, nemmeno si rendono conto dei rischi potenziali che hanno corso. Questo perché sono profondamente convinti di aver fatto una cosa giusta, come spiega anche Antonio, il capo della compagnia di amici: “Non mi importa se viene la polizia. Qui devono iniziare ad ascoltarci. Io ho un negozio ma sono due giorni che lo tengo chiuso perché credo in questa protesta e penso che prima o poi debbano iniziare a darci retta”. L’unica cosa che nessuno del gruppo vuole sentire nemmeno da lontano è la parola “politica”. “Nessuno di noi fa politica e nemmeno ci interessa – spiegano -. Nei palazzi ci sono soltanto dei ladri e la politica non è una cosa pulita”. Vagli a spiegare che, senza volerla fare, hanno costituito un laboratorio politico che ha pochi precedenti nel capoluogo piemontese.
La Fulminea, o "terra di confine", come veniva chiamata in passato dai suoi abitanti, è una regione compresa tra Le case nuove e Tures. Su queste lande variamente popolate si erge, ancora oggi, il buon dominio del loro Conte.
- Oh che uomo superiore! dicea pur Candido fra’ denti.
- Oh che uomo superiore! dicea pur Candido fra’ denti. Che spirito è questo Pococurante! Non può niente piacergli.
- Io convengo, risponde Pococurante, che il secondo, il quarto e il sesto libro della sua Eneide sono eccellenti: ma per quel suo pio Enea e il forte Cloante, e l’amico Acate, e il piccolo Ascanio, e il melenso re Latino, e la villanzona Amata, e l’insipida Lavinia, io non credo che vi sia niente di più freddo, e di più disaggradevole; stimo meglio il Tasso, e le fandonie dell’Ariosto, sebbene sonniferi da fare dormire uno in piedi.
Ieri sono andato a osservare la veglia della Sentinelle in Piedi di Torino. Stipati in un recinto di transenne, i partecipanti a questa iniziativa che vede uomini e donne, fermi, in silenzio, a leggere un libro per protestare conto il ddl Scalfarotto, sono stati in poco tempo circondati da una folla di attivisti Lgbt, centri sociali e cittadini progressisti a caso e ricoperti di insulti, gestacci, sputi e altre amenità. La cosa, non posso negare, mi ha quasi fatto provare un fremito di piacere. Anzi, speravo finisse pure peggio, con calci, pugni e porfido che volava. Perché? Perché ieri, in piazza Carignano, escludendo i militanti di organizzazioni strutturate e politici, dentro la gabbia della vergogna, nel recinto dell'umiliazione, alla gogna del politicamente corretto, c'erano loro: "i moderati".
I moderati, nella mia memoria di militante politico che si è scontrato spesso (anche fisicamente) con gli antagonisti, per difendere il semplice diritto di esistere, sono quelli che dopo una giornata di incidenti all'università, dove orde di autonomi venivano per appendere ai lampioni ragazzetti che volantinavano in favore di tematiche profondamente omofobe, razziste, sessiste (tipo aumentare di un'ora l'apertura della segreteria studenti, chiedere di scegliere le aule in base al numero di partecipanti alle lezioni, poter fare rappresentanza studentesca, avendo eletto numerosi consiglieri di facoltà, senza finire all'ospedale a causa di agguati subiti nei corridoi dell'Ateneo) commentavano gli eventi con frasi del tipo: "sono scontri tra estremisti", "anche voi avete provocato", "è normale che succedano queste cose". E tutti i torti, con il senno di poi, non li avevano mica. E' proprio vero, è normale che succedano certe cose.
La cosa più interessante vista ieri è stata la trasformazione percettiva (nella percezione dei media e dei passanti) di questi "moderati" pacifici in "estremisti", "omofobi", "fascisti" (uno dei cori più gettonati era "via, via, fascisti e polizia"). Coloro che normalmente erano propensi a ritenere che in caso di tafferugli la colpa dovesse essere necessariamente di ambo le parti, si sono resi conto non solo che si può essere presi a pizze in faccia stando placidi in piedi a leggere un libro ma che, dopo lo sterco materiale, si può essere contemporaneamente ricoperti da quello mediatico che, anziché condannare l'aggressore, condanna l'aggredito a causa di quello che pensa.
A stare ieri nel recinto dei moderati, insomma, c'era da vergognarsi. Da sentirsi come uno skinhead con svastiche tatuate in faccia. Una sensazione, per loro, sicuramente nuova.
Capisco adesso, più a fondo, il commento che Alain de Benoist fece dopo le cariche della polizia contro i manifestanti, anche loro appartenenti alla categoria dei "moderati", di Manif Pour Tous. In quel caso, il francese, disse che quel tipo di manifestazioni avevano il lato positivo di far capire ai novelli manifestanti che la polizia, indipendentemente dall'autopercezione moderata che si ha di se stessi, caricava con violenza il dissenso. Io rilancio e aggiungo che anche le frange autonome dell'antagonismo, i comparti progressisti che vogliono un relativismo violento (nei contenuti e non) ma anche il popolino che ragiona come gli viene detto di ragionare dai media, possono caricare con violenza. Se questo aiuta a svegliare qualcuno, però, va bene lo stesso. Quindi, cari antagonisti, impiccate i moderati, anzi, impiccateli più in alto, dove possano essere osservati da tutti anche a distanza. Vuoi mai che qualcuno di loro, vedendo un suo simile appeso a un lampione, possa mai svegliarsi.
Sono un adolescente di quasi 30anni (e grazie al cazzo).
Abbiamo un sacco di colpe ma forse finiamo per individuare quelle sbagliate. Che i 30enni di oggi rimangano eterni bambini e non riescano a diventare uomini non è soltanto colpa loro. Sono (siamo) vittime di una infantilizzazione coatta. Perchè se non puoi accendere un mutuo, non hai soldi per pagarti da mangiare, per fare un viaggio devi chiedere la paghetta, rimani (di fatto) un adolescente. A quel punto anche la critica del "sei un'idiota in coda per un Iphone da 600 euro", risulta poco fondata perchè, tanto, risparmiare su un giocattolo che ti fa distrarre non ti permetterebbe comunque di comprare casa, farti una famiglia, emanciparti. Il problema è che l'accettazione di questa condizione passa attraverso una sorta di cattiva interpretazione del superomismo nicciano per cui ci si convince che questa situazione avvilente e coatta, non solo sia buona ma sia la migliore possibile, quella cui si debba tendere. A fomentare questa condizione ci pensano modelli culturali che propagandano l'infantilismo come nuova libertà acquista, anziché stigmatizzarlo come lo stato di incompiutezza contro natura che è. La colpa da darci, allora, non è dirci quanto siamo stupidi nello scegliere un modello negativo ma nel ricordarci quanto siamo miopi nel credere che sia un modello "da scegliere", anziché un dato di fatto impostoci dalla società. E che quindi, senza un cambiamento della società e non interno a noi come se si trattasse di una preferenza, non cambierà. (Che per cambiare le cose si debba rettificare anche noi stessi, poi, è un altro, valido, discorso).