TU VEDI. TU SAI
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Questo ti dico: tu vedi, tu sai...
Ben oltre gli occhi
e gli anni tuoi, colmi
di sguardi atroci
ai fogli dei giorni
dispersi
in vento.
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#interview with the vampire#iwtv#amc tvl#jacob anderson#sam reid




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TU VEDI. TU SAI
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Questo ti dico: tu vedi, tu sai...
Ben oltre gli occhi
e gli anni tuoi, colmi
di sguardi atroci
ai fogli dei giorni
dispersi
in vento.
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I Caleidoscopi
5 Gennaio 2010
Quand'ero bambina adoravo i caleidoscopi, passavo interi pomeriggi con l'occhio fisso sulla lente rigirando tra le mani quel tubicino di cartone, con l'incanto del poter vedere tutti quei colori prendere una forma sempre nuova e perfetta, con l'innocente libertà del potermi perdere tra tutti quei piccoli mosaici creati da un semplicissimo movimento delle dita. Ero assuefatta così tanto da quel cilindro magico, che se non lo avevo con me, cercavo di ricreare lo stesso effetto con il mio corpo, iniziavo a stropicciarmi gli occhi chiusi fino al limite del dolore: per me era inspiegabile che al di sotto delle mie palpebre potessi vedere dei frammenti di luce e minuscoli puntini colorati muoversi proprio dentro ai miei occhi. Usavo i bulbi oculari come centrifuga, due caleidoscopi simultanei che nessuno poteva togliermi e dentro cui potevo rifugiarmi ogni qual volta lo desideravo. Non so bene cosa provocasse in me quel gioco, credo mi donasse serenità poter vedere combaciare ogni frammento di vetro, poter constatare che nell'insieme anche i colori più diversi potessero creare qualcosa di unico e di spettacolare e poco importava se quella magia era merito soltanto di alcuni fasci di luce filtrati dalle mie palpebre, per me era semplicemente meraviglioso.
Penso che ora vorrei avere ancora quei due caleidoscopi negli occhi, vorrei poter ancora credere che la vita sia composta da milioni di sfaccettature multicolore perfettamente incastrabili le une nelle altre, vorrei che la mia vita iniziasse ad essere come quella ghiera, che girando nel verso corretto possa portare a creare qualcosa di unico, qualcosa che valga la pena di essere visto e vissuto, vorrei poter credere che ogni cosa prima o poi tornerà al posto giusto; che i frammenti di ogni persona importante che ho abbandonato o allontanato tornino a combaciare con i miei, vorrei poter credere che il mio destino non abbia solo una prospettiva, vorrei poter gioire delle piccole cose, vorrei poter avere una visione chiara, ordinata e precisa della mia strada, vorrei poter credere che qualcosa di magico possa ancora accadere, anche solo per un misero istante, anche se soltanto dentro al mio sguardo…
‘’Il male appare anzitutto come una forza cieca e devastante che incombe sugli uomini e si abbatte su di loro in maniera inesorabile’’, diviene dunque naturale la ricerca di un ente di natura opposta sul quale fare leva. Ecco che l’ uomo pone Dio come bene assoluto al quale tendere, come fonte di ispirazione per il contrasto del male nel mondo. Su questa dualità prospiciente si è spesso interrogato l’uomo, domandandosi se fosse possibile una coesistenza dei due o se la presenza di uno escludesse obbligatoriamente l’altro; lo ha fatto in particolare di fronte ad eventi distruttivi per il genere umano e per la sua dignità. Io stessa mi sono posta questa domanda e ricordo che con la mia classe del catechismo la porgemmo al nostro parroco, ci rispose in modo elementare che il male è colpa dell’uomo, anche le conseguenze delle catastrofi naturali lo sono: se un fiume dovesse straripare e allagare i territori circostanti e di conseguenza le case lì costruite, distruggendole, la colpa è da attribuirsi alla negligenza dell’uomo che ha permesso l’edificazione in territori non consoni, sono seguite spiegazioni di vario tipo con la conclusione ultima che dietro il male c’è l’uomo, non Dio e dunque è possibile una coesistenza tra questi enti opposti. La mia personale risposta non sono ancora riuscita a trovarla, ve ne sono dunque molteplici: da chi come il mio prete afferma la presenza di Dio e del male, a chi come Guccini canta ‘’ Mi han detto che questa mia generazione ormai non crede/in ciò che spesso han mascherato con la fede/nei miti eterni della patria o dell'eroe/perchè è venuto ormai il momento di negare/tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura/una politica che è solo far carriera/il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto/l'ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto/e un dio che è morto/nei campi di sterminio, dio è morto/coi miti della razza, dio è morto/con gli odi di partito, dio è morto’’. Uno dei temi affrontati in questa canzone è quello dei campi di sterminio e delle razze, proprio di fronte alle aberranti conseguenze che hanno avuto questi avvenimenti che hanno sottratto la dignità all’uomo in maniera totalizzante, ci si è interrogati, oltre che sull’esistenza di Dio, anche su quanto l’uomo, capace di tali inafferatezze, possa essere considerato un animale razionale. Secondo quello che è il mio pensiero, l’uomo può essere considerato tale fino a quando il raziocinio partecipa della morale, fino a quando la tendenza ultima del suo operato è il conseguimento del bene comune o non dei singoli, la cui brama di assolutismo e compiacimento per ricchezze o onori effimeri conduce l’uomo a compiere brutalità nei confronti dei propri simili, riducendo tristemente a silenzio ciò che di oggettivamente giusto suggerisce la semplice appartenenza alla razza umana.
Testo preso da uno dei vecchi diari
Basta masticare e inghiottire. É facile, ce lo inesgnano da piccoli, prima con gli omogenizzati e poi con il cibo solido, sminuzzi, ingoi. É qualcosa che ci viene naturale, il problema sorge quando cominci a prendere un piccolo pezzetto di cibo, te lo porti alla bocca e fai fatica a masticarlo, te lo rigiri per un po', e non hai proprio voglia di mandarlo giù. Diventa difficile, ti sembra di vedere la scena al di fuori del tuo corpo. Qualcuno che non sei tu sta mangiando, qualcuno con le tue stesse mani, le stesse mani che strappano un pezzo di focaccia invece che addentarla. È cosí che ho cominciato, mi dava fastidio masticare, non volevo introdurre quello che non ritenevo strettamente necessario.
Vorrei dirtelo, che forse non lo sai Negli occhi miei non ci guardi mai, Ma questo male lo sento scorrere sotto pelle E tutt’intorno sento grida di morte stelle Che come una stella morta percepisco un buco nero L’ansia che affiora a portarsi via ogni pensiero, Ma parlami di questa paura di restare deserto Perché non ho più intenzione di bere il veleno che mi hai offerto, Che in questa ingiustizia non ci vivo, Che piuttosto che stare zitto io da solo presidio. Guardo questi visi vuoti che non hanno consistenza E mi scuoto e ripercuoto da questa assenza. Qui t’aspetto, tra i ricordi e i rimpianti Nel ala destra del rimorso, seconda porta affianco alla nostalgia Che adesso che il nostro tempo è passato Come burattini si muovono e il mondo pare addormentato. Vivono passivamente trasportati in un vento che li spezza Mentre solitaria della mia voce nella radio la frequenza Riscossa mi osservo che paio addormentata Con inganni e manipolazioni m’hanno anche a me sedata Ed io ti osservo tempo che passa, della specie umana assassino Ma non mi risveglio, perché mi porti lontano e vicino Tra paesaggi accennati e storie dimenticate Io ti contemplo come chi non ha mai visto il mare Perché fin dal primo istante io ti resisto E lotta eterna in attesa che io il mio corpo conquisto Voi datemi della folle a volere una diversità Ma sarò l’unica a poter mirare la libertà.
Hai detto che volevi ascoltare i miei silenzi e magari anche sconfiggerli.. Mi hai chiesto se avessi una persona da definire “migliore” rispetto a tutti gli altri, avrei voluto risponderti che eri tu ad essere la migliore, l’unica capace di poter capirli, i miei silenzi, e che dopo di te non c’è stato nessuno capace di esserlo. Perchè? Perché ho messo il cuore, i sentimenti e tutto il resto dentro muri di cemento e mattoni troppo difficili da distruggere. Mi dispiace, non sono come te, che appena finisce un qualcosa, appena un rapporto si rompe ho il coraggio e la voglia di credere che qualcuno mi amerà o avrà la voglia di accarezzare cicatrici di battaglie perse contro me stessa e persone che non mi hanno amato abbastanza oppure che arriverà qualcuno che mi prenderà per mano e che mi salverà. A nessuno passa mai per la testa di salvare quelle come me. Poi, ad un certo punto mi hai chiesto se in qualche modo tu mi abbia mai ferito e io ho risposto di no. Ho mentito. Mi hai ferita, squarciata in due, uccisa. Si sa, le ferite sono direttamente proporzionali all’amore che si prova per colui che impugna il pugnale. E io non ho mai tenuto a nessuno come tenevo a te. Mi hai ferita quella volta lì, all’ultimo gazzebo, quello con le panchine rose, quando piangendo hai detto che io non ero abbastanza. Avevi ragione, non lo ero, non lo sono e non lo sarò mai né per te né per una qualsiasi altra persona, lo so; Mi hai ferito, quella volta lì, quando ti ho detto che eri la mia migliore amica e tu nei giorni seguenti hai ripetuto mille volte che prima di me, per te, c’erano altre persone. Lo sapevo, lo vedevo, lo sentivo. Eppure sentirtelo dire ad alta voce faceva più male di vederlo e di averne la consapevolezza; Mi hai ferito quando hai scritto un pezzo di quella che avevamo definito la “nostra” canzone ad un’altra tipa. E lo so che le canzoni sono canzoni e che come tali vanno dedicate, cantate a squarcia gola a coloro che ti ricordano. Quindi è stato assurdo prendersela a male per una cosa del genere ma lì, in quel momento, ha fatto male. Mi sono sentita per la millesima volta una ‘facilmente sostituibile’; Mi hai ferito quella volta lì, che mi hai telefonato proprio in uno delle mie crisi di pianto ed io ti ho risposto. Mi hai ferito quando prima di attaccare mi hai detto “ti richiamo stasera” e poi non l’hai fatto. Mi hai ferito in quel periodo lì che io stavo cercando di recuperare i rapporti e dopo un paio di giorni che ti scrivevo mi hai risposto con un “ti cerco io” e poi sono passati mesi. Mi hai ferito. E io ti ho detto di no, che non l’avevi fatto. Ho mentito. Ho sbagliato. Ma ormai va bene così. Non voglio le tue scuse. Quel che é stato è stato e quello che abbiamo provato non si può cambiare. E se non ero abbastanza all’ora non lo sarò neanche ora. Va bene. Mi ripeto che va bene. Va bene. Va bene. Va bene. Va bene. Tu non ci sei. E io non ci sono. Anche se vorrei. Ma ho giurato che questa è l’ultima volta che parlo e scrivo di te. E non ti cercherò, tranquilla. In fondo sai come sono, sai che quando capisco di essere di troppo mi metto da parte, che piuttosto lascio che le assenze mi uccidano invece di continuare correre dietro a persone che non mi vogliono.
odoredisalsedineinpienoinverno