Giorni e notti che diventano anni, passati a consumare strade col mio camminare energico o svagato, così come con occhiate attente o distratte si consumano altre vie più verticali e distanti. Erosione di suole di scarpe e di rètine, che a loro volta erodono luoghi, fino ad assorbire la materia ed insieme l’immagine esteriore di quanto visto, sfiorato. Intere stanze della mia mente fatte di pietre, lastre di marmo, ciottoli e ghiaia, tronchi di pino e foglie di magnolia, legno di panchine e di travi, coccio di tegole e vasi sui balconi, sabbia, asfalto e cemento, metalli e plastiche, luce elettrica, neon, terra secca, erba, stoffa di tende, carta di striscioni; e la polvere, polvere del mondo che fodera ogni cosa, anche l’aria, anche i miei polmoni.
Guardando gli scorci di una città che conosco bene, immortalati in un film di qualche lustro fa, credo di aver compreso: sono irreversibilmente legato ai luoghi in cui ho dato libero sfogo alle mie solitudini, oltre che al libero andare delle mie gambe. Se l’affetto si potesse misurare, ne calcolerei la grandezza in passi e sguardi. Ma quanto sono più bravo di amare, quando resto solo con me stesso.