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@montag28
Sarebbe forse giusto rimettersi a scrivere, a scrivere poesie, ad esserne capaci, di nuovo, in quartine o in versi liberi, libero, galoppante, come un Victor Cavallo di provincia, povero e fiammeggiante, erotico e malconcio, delinquente e innocuo. Scrivere per caso o per disperazione, per mancanza di alternative o per reazione al dolore, e germogliare dal marciume, in una primavera di stracci e gelsomini, e ciliegi già verdi di foglie, e poi farsi di nuovo legno e bruciare, un’ultima volta, prima che l’estate spenga l’ultimo focolare.
Stanotte. Stanotte ho fatto sogni di una violenza inaudita. Non so perché. Forse perché di violenza, in questo momento storico, sembra di trovarne ovunque. Ci circonda. Ci parla in continuazione. A volte urla. Altre volte, sibila. Ci entra in casa come uno spiffero gelido. Ci bracca. E dire che sto abbastanza bene, in questo periodo. Non so perché. Sarà anche perché non sto troppo a chiedermelo. Forse, il mio star bene è direttamente correlato alla mia capacità di essere il più possibile stupido. Sono stato depresso, in passato. Senza esserne cosciente, ovviamente. Adesso no. Altrimenti non ne parlerei. Ovviamente. Ah. Ma quant’ero connesso con la mia coscienza, allora. Quanto mi parlavo. A volte urlando. Altre, sussurrando. Però c’è una cosa, della depressione, secondo me. Una cosa che quasi mai si dice: è calma. Sradica gli alberi, erode i ponti, spezza le case. Sì. Ma è l’antitesi della violenza. O meglio: può fare del male, molto male. Può essere ferale per sé stessi, e di riflesso, per gli altri. Ma non contempla la cattiveria, il male gratuito. O almeno, io la ricordo così. E ricordo che, se la depressione fosse stata una canzone, ed una soltanto, probabilmente io avrei scelto questa di L. Cohen. O meglio, questo suo testo. Questo suo abisso. Questi versi crudi, brutali. Taglienti. Come il rasoio. Come le lame che ho sognato stanotte. Eppure, non violenti. Per la musica, invece, mi verrebbe in mente un altro pezzo. Ma questa è un’altra storia. O un'altra canzone. Vecchia pure quella, comunque.
Non credo ai messaggeri divini, agli angeli astratti, asessuati, immateriali, con i liuti, con le ali; non credo ai guerrieri caduti, ai putti coi ricciolini, agli adoni biondi, alle grazie celesti, ai cherubini. Credo invece agli angeli concreti, manifesti, umani, terreni, terrestri. Non sono solo buoni e non sono solo perfetti. Hanno i loro problemi, vanno al lavoro, si incazzano, bestemmiano. Sono buoni, sì, ma non sempre e con tutti, non a tempo pieno, o per partito preso. Hanno un forte senso di giustizia, sì, ma sanno anche sbagliare, e sbagliano, giustamente. Caratteristica importante: non li puoi distinguere a occhio nudo, ma se li vuoi riconoscere, non farti abbindolare dalla gentilezza. È semmai più tipico che questi angeli ti prendano in giro, o ti aiutino a ricordarti di quanto è grande la tua piccolezza, per ricordarti la proporzione tra te e il mondo. Ti giudicano, spesso; ma non ti condannano mai. Non ti aiutano aiutandoti: ti aiutano ricordandoti chi sei, suggerendoti chi eri, e indovinando chi sarai. Sono simpatici, gli angeli materiali. Anche belli, magari, ma non è la loro qualità più importante. Sono sani, gli angeli. E ti aiutano a sentirti sano.
Non c’è disaccordo nel cielo
E insomma, il sogno incredibile che ho fatto conteneva questa grande rivelazione secondo la quale non esiste reale distinzione tra le persone a cui vogliamo bene: sono tutte la stessa persona, la stessa essenza; o capovolgendo il punto di vista, finché provi del bene e lo metti in pratica, puoi farlo potenzialmente con il mondo intero, perché il bene profondo non può fare torti, né creare infelicità. Non si tratta di teorie poliamorose o altri pretesti più o meno creativi per scaldare quanti più letti possibili; al contrario, nel sogno la persona che avevo di fronte restava unica, ma era altresì mutevole, multiforme. Come musiche o canzoni diverse che arrivano dalla medesima frequenza radio. Non so se mi spiego.
Ma il messaggio di fondo a cui ho pensato appena sveglio è stato: metti che poi, quando moriamo, scopriamo di essere tutti parte di una stessa, grande entità collettiva. O più semplicemente, che le persone che diciamo di portarci dentro, alla fine ce le portiamo dentro per davvero. Tu sei me, noi siamo loro, loro sono te, voi siete tutti, e quella che chiamiamo esistenza è un grande gioco di specchi rotti. Ad ogni modo, l’ho trovato uno scenario inquietante. Poi, per il resto fella giornata, ho smesso di pensarci. Però stasera mi è tornato in mente e così ho voluto scriverne il poco che è rimasto, prima di perderne completamente il ricordo. Ché a scordarmene del tutto, alla fine, mi sarebbe dispiaciuto.
Che cosa strana che quando governa la destra a ogni manifestazione di un certo rilievo arrivano centinaia di black bloc dall'estero.
Nessuno intercetta le loro chat di organizzazione. Nessuno li ferma in stazione.
Si anneriscono e incappucciano in mezzo alla manifestazione pacifica (di decine di migliaia di persone e famiglie), nessuno li identifica, partono alla carica, fanno il macello per qualche minuto a favore di telecamere, poi buttano felpe e passamontagna e tornano sul treno (o alla sede dei servizi più vicina?). Pochi o nessun arresto, ma il giorno dopo tanta ferocia, con il governo che gongola.
Che cosa bizzarra.
Ps: solidarietà al povero agente preso a martellate dai colleghi che sbagliano.
Fausto Tomei
“Ben più tragica della già tragica dimenticanza è la memoria selettiva. Quella che rimuove chi è stato dalla parte giusta e che finisce quindi per farsi giustificazione, oggi, di altrettanto tragiche atrocità perchè con un occhio si vede e con l'altro si fa finta di non vedere. Ricordiamo tutto. Ricordiamo i 6 milioni di ebrei sterminati. Ricordiamo anche i 20 milioni di russi che hanno dato la vita per vincerla, quella guerra. Condanniamo oggi, con uguale forza, gli altri stermini, dai palestinesi agli ucraini russofoni. Perchè la Storia è un monito, un insegnamento, ma va ricordata sempre tutta intera altrimenti si trasforma solo in un ipocrita lasciapassare.”
Enea, che ha sempre capito le cose con una decina d’anni di anticipo.
Il letto moderno, che grande conquista.
Il cuore, sempre il cuore... come se non abitassero nella mente anche i sentimenti, i desideri, la musica, il senso di essere vivi e tutto ciò che ci lega agli altri. Io, se avessi un dio, lo pregherei di proteggere me e le persone a cui voglio bene da tutte le malattie mentali. Persino più di un male doloroso e magari anche incurabile, ma consapevole, a farmi paura è un male in cui una persona scompare lentamente, pur continuando a esistere.
Menomale che la riordino, ogni tanto. Anche se non pare.
Le foto sono fatte col cellulare, con scarsa luce. Non importa.
La bandiera ha ancora le pieghe: l’ho presa oggi, a Bassano.
È bella, Bassano. Certe persone, anche.
Quelle che lottano. Quelle che cucinano.
Quelle che condividono, quelle che sfamano.
Quelle che mi vedono. Quelle che mi han sempre visto.
Le persone a colori in contrasto a quelle grigie.
Ho le pareti bianche e grigie. I colori ci vogliono.
Ho molte giacche e poca pazienza.
L’horror vacui, comunque, è solo apparente.
Poi, appena finirò di affezionarmici del tutto, traslocherò.
Sono fatto così. O almeno, pare.
Non fate la guerra. E se non vi va, non fate nemmeno l’amore. Tanto più che l’industria del porno e molta pessima letteratura hanno contribuito a trasformare anche il sesso in una sorta di guerriglia fra due o più corpi. O almeno, è un tipo di immaginario molto in voga in quest’epoca in cui l’amore sembra trovare i suoi pezzi di ricambio solo tra i produttori del desiderio, e nei relativi negozi.
Ma insomma, non è questo il punto. Il punto è: preoccupiamoci di volerci un po’ di bene, punto! Lo so, chiedo molto, o forse troppo. Però, mal che vada, se proprio non ci riesce... allora ignoriamoci, perlomeno, per omnia sæcula sæculorum, amen. Il minimo sindacale dovrebbe consistere nel vivere tranquilli, senza romperci il cazzo l’un l’altro. O no? E aggiungo solo questo: per quanto belle possano essere, a volte, le passioni, a me paiono sempre più come delle serie antagoniste del vivere in santa pace. Si sta così bene poi, in pace.
Unfinished n°0 (★)
Penso che il regalo più grande che ci abbia lasciato David Bowie - a parte la musica in sé, ovviamente - sia questo fatto bellissimo di averci messo d'accordo un po’ tutti.
Non ho conosciuto una singola persona dotata di un minimo di cervello e di gusto musicale che non conoscesse Bowie; ma soprattutto, fra questi, non ho mai udito una sola espressione di reale disprezzo, o di sincera indifferenza. Bowie ha battuto la tirannia del relativismo e le derive insopportabili della soggettività a tutti i costi. E intendo, l'ha fatto in tempi non sospetti, ossia quando era ancora vivo e in piena attività, al riparo cioè dai fumi tossici dell'ipocrisia da celebrazioni post mortem.
Punk oltranzisti e raffinatoni del synth pop, menefreghisti mainstream e indie consapevoli, Queen e Syd Barrett, Rolling Stones e King Crimson, Kurt Cobain e Ryuichi Sakamoto, Morrisey e Lucio Battisti, Stevie Ray Vaughan e Pat Metheny, Iggy Pop e Brian Eno, Andy Warhol ed Enrico Prampolini, il Nuovo e il Classico, il Basso e l'Alto, il Colto e il Popolare: Bowie era - è - un crocevia, un raccordo, una vasca di raccolta, un centro di smistamento, una foce, un immissario e un emissario insieme, un collante, un jolly, una linea tangente, una giuntura. Emblematica in tal senso è “Heroes”: una canzone celeberrima, radiofonica, inflazionata, quasi uno stereotipo; e ciò nonostante, è un dannato capolavoro.
[…]
(gennaio 2016)
Bowie 3
Dal fronte
Non ho abbastanza fantasia per scrivere, né sufficiente realismo. Non importa, vado avanti. Le giornate scorrono veloci, ma le settimane molto lente. Sole al mattino e luna grande la notte, eppure il tempo a me sembra ugualmente scialbo, bruttino. Come talvolta si dice per qualcuno, è un tempo che è brutto dentro. Una persona, stamattina, mi ha scritto che se si è tristi anche quando il sole splende, vuol dire che il problema non solo c'è ma è pure grosso. Non avevo tempo per risponderle, ho semplicemente annuito. Fa un po’ troppo freddo per i miei gusti, sostengono i miei piedi e mimano le mie mani, con la punta del mio naso che si colora in una rossa e umida approvazione. Mi sono impigrito oltre il consentito, anche se fingo di rimproverarmi e me lo consento lo stesso. Ho addosso qualche chilo in più rispetto all’anno scorso, mi muovo un po’ meno e mangio di più, però meglio. Insomma, mi sono fatto più grassoccio: e detta così, considerata la mia proverbiale magrezza, sembra un ossimoro o una presa in giro. Se Benjamin Malaussène affermava che il congiuntivo fosse “un piccolo piacere di bocca”, io sono più terra-terra e dico lo stesso della verdura di stagione. Anzi, no, ché se penso alla cicoria di campo, ai carciofi o alle cime di rapa, l’aggettivo non può essere ‘piccolo’, associato al piacere. Certo: anche la frutta aiuta a sopravvivere all’inverno, d’inverno. Ho spesso pensato che la buccia delle arance, con la sua trama densa e il suo interno di cotone, fosse una sorta di coperta sotto la quale infilarsi, nascondersi. Chissà se gli spicchi soffrono e si mancano, quando li dividiamo per sempre. La vitamina C abbonda. Così le divagazioni, così la musica, come sempre. Ho elaborato la morte di Bowie peggio di quanto pensassi; ci sto ancora rimuginando su, non riesco neppure a finire un articoletto su di lui iniziato ormai dieci giorni fa. Quando ascolto un suo pezzo mi fermo, se alla musica è associato un video, lo guardo, senza fare più nient’altro. L’anno scorso ormai non si vede più, come la costa quando si è salpati da una mezz’ora buona, e l’effetto di stupore che dà il mare aperto comincia a diminuire d’intensità. Il blu d’oltremare, screziato dalla coda di schiuma bianca della nave, è ciò che manca a questa similitudine. Non c’è costa, solo terra, perlopiù pianeggiante. Le salite, in metafora, non mi hanno mai del tutto convinto: sono belle, le salite. Arrampicarsi, portare il peso in avanti per bilanciare la pendenza, spostare lo sguardo innanzi e in alto, mai indietro… camminare e fare fatica, una sana fatica. È quando non ci si stanca abbastanza nel corpo, che si arranca con la mente. La stasi umida di pianura, quella sì, è insalubre. Ma per adesso devo andare, è quasi pronta la cena. Appena avrò qualche novità di rilievo, ti scriverò nuovamente. Oppure non ne avrò, e ti scriverò per diletto. P.S. “I never done good things, I never done bad things, I never did anything out of the blue, no Want an axe to break the ice, wanna come down right now”
Bowie 2
quand’ero un ragazzino vedevo Bowie sulle riviste e pensavo fosse un attore, probabilmente anche un modello o comunque una qualche specie di icona di stile, uno di quei divi che sanno fare un po’ di tutto e un po’ di niente. uno che a quanto pare aveva fatto anche musica, come scrivevano; ma nella mia immaginazione distorta, o per meglio dire, nella mia sventurata ignoranza, poteva essere un musicista per modo di dire, quasi che lo facesse per diletto, come uno di quei capricci che si concedono i campioni del jet set. nel frattempo, tuttavia, già conoscevo questa melodia e ricordo bene quanto mi facesse impazzire. anni dopo, fu la prima canzone in assoluto che scaricai da napster (o perlomeno, una fra questa o London Calling dei Clash, non ne sono più così sicuro). certo non immaginavo la cantasse il tizio di Labyrinth con gli occhi strambi, la bellissima ultima moglie e l'abbigliamento da dandy. poi però, anche grazie a Cobain, piano piano ho capito. e ho cominciato il viaggio alla riscoperta di David Jones e di tutte le sue dozzine di incarnazioni, ma soprattutto della sua discografia ricchissima e sterminata.
(era da poco uscito l'album nuovo e io mi domandavo solamente quando lo avrei ascoltato. non sapevo nemmeno che fosse malato e lo consideravo come uno di quelli di cui stupirsi perché a novantasette anni sono ancora mentalmente lucidissimi e di bell'aspetto. e invece, la morte sta sempre un passo avanti. persino rispetto a chi molti passi avanti lo è stato sempre.)
Bowie 1
...lei vedeva più avanti, e più chiaramente di lui. Riusciva a spiegare sentimenti complicati, a mostrargli cose di sé stesso che lui aveva solo intuito: a volte erano verità umilianti. «È bella», rispose, «ma è soprattutto saggia»
Passano i giorni, lenti e veloci insieme, ma mi sento come se non fossi più la persona che ero prima. Non del tutto, almeno. Mi arrabbio di meno, mi intristisco di meno. Sono più paziente, più sereno. Chissà quanto durerà. Magari durasse per sempre.
Non ho più voglia di lavorare.
Non per oggi: per quest’anno.