Cruda carne nel farfugliante letto s'avvolge in pieghe di corpo e cotone
solitudine di coscienza muore per un istante.
A.

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Cruda carne nel farfugliante letto s'avvolge in pieghe di corpo e cotone
solitudine di coscienza muore per un istante.
A.
C'è ritmo nel corpo che feto ritorna protetto lo sbattito d'ali di metamorfosi compiuta
DIOGENE IL VECCHIO
La mia lanterna, certe sere d’inverno, è talmente calda che guardando l’aria brillare di ghiaccio contro il lucore lunare fuori dalla mia botte mi dimentico di andare alla ricerca dell’uomo e mi appisolo al chiurlare degli uccelli notturni perché i miei muscoli reclamano di vincere anch’essi ogni tanto sul torrido sognare della mente che abbaia come una torma di cani rabbiosi.
Poi, la mattina mi sveglia, però, e mi ascolto i respiri. In ogni respiro, mi accorgo, c’è un’aria mai conosciuta prima. In ogni nuovo respiro è la possibilità del primo respiro. Di piangere e urlare a dirotto come se si fosse appena nati. In ogni nuova alba è una nuova vita. La possibilità che io incontri finalmente un essere umano. E allora apro i ferri vecchi delle gambe, mi alzo e inizia per la prima volta ancora la caccia.
Pensai di averlo trovato un giorno. Al mercato. Due contrattavano sul prezzo di una schiava. Il venditore, innervosito, scoprì le cosce della donna per fare vedere all’altro come fossero tornite e buone per sollevare anfore di vino o magari a ricreare l’animo stanco del suo signore. Ma l’altro si accorse che sulla coscia sinistra una cicatrice ampia e feroce come la gola verminosa dell’Ade deturpava la pelle bruna e sudata di quella signora nata per coltivare piante sterili di isterilito dolore. Si inginocchiò per vedere meglio e mi parve di vedere che nei suoi occhi si muoveva lo spettro di una vita non sua ma che doveva essere vissuta in qualche modo per essere capita. Poi, rivolgendosi al venditore, disse che quella cagna non valeva la metà del denaro chiesto: “Ho due bambine in età da marito. Se vedessero muoversi per casa una cosa del genere le viscere gli si rovescerebbero: io non avrei nipoti e loro non avrebbero mai un marito”. Quella fu una giornata di caccia persa.
In un nuovo giorno pieno di speranza, credetti, un’altra volta, di avere afferrato questo benedetto essere umano. Era il tramonto e mi fermai a mangiare tre castagne all’ingresso del tempio di Era. Una sacerdotessa ravvivava le braci di quel loro fuoco che dicono essere inestinguibile. Un tizzone volò dal braciere e andò a colpire un dito del suo piccolo piede. Imprecò contro la dea con polmoni gonfi di una rabbia antica. Più antica di lei, del tempio, della dea stessa. Una rabbia che affondava le radici dritte nel grembo della prima donna che partorì il primo vagito. Nel tempio non c’era nessuno e lei non poteva vedere nemmeno me che la spiavo da dietro una colonna. Quando l’aria nel petto le finì gli occhi suoi rimasero appesi all’effige di pietra della dea rossa del sangue del sole. E quando l’ultima eco delle sue bestemmie smise di tremare nel tempio e dentro di lei il rossore prese possesso delle sue guance. Come un lampo si stese a terra e iniziò a mordersi il dito bruciato del piede fino ad arrivare a piangere per il dolore. Stetti nascoso per altre due ore. Per tutto il tempo non fece che piangere e battersi il seno e pregare fra le lacrime. Anche quella fu una giornata di caccia da buttare nel macero dei giorni.
In quest’alba d’inverno ho preso a scrivere incalzato dai ricordi di queste due battute di caccia finite in un niente e perché queste due storie mi hanno folgorato con un’immagine che ho la presunzione meriti i due talleri d’inchiostro e i tre del papiro. Si tratta di una statua raffigurante due braccia. Una emerge dal suolo e l’altra, aggrappata alla prima, vuole salvarlo. Il braccio del salvatore è tagliato di netto, un po’ al di sopra del gomito, così che non si possa vedere il resto del corpo alla stessa maniera, insomma, del tizio che affonda al di sotto del suolo. La scultura sembra chiara. Chi sta sopra tenta di salvare chi sta sotto. Invece, così come tutto, la statua non è per niente chiara. Anzi, è ambigua. A guardarla meglio: chi salva chi? Chi sta sopra vuole tirare fuori dal gorgo della terra chi sta sotto? oppure Chi sta sotto vuole salvare l’altro dall’essere masticato dalle fauci del cielo? E se magari la statua non parlasse affatto di una salvazione ma di una lotta? Magari nessuno dei due ha intenzione di salvare l’altro. Ognuno vorrebbe, invece, trascinare l’altro dentro la sua tana, dentro la sua botte. Che sia di terra o di nuvole, che importa.
Mi immagino, però, che stretto dentro ai palmi dei due si nasconda un bozzolo di fuoco. Non è quello della mia lanterna. Non è quello che cuoce la grassa carne di pecora nei mercati né quello per cui gli dèi fanno struggere di lacrime le sue schiave. È il bozzolo di fuoco che ci consuma. È il bozzolo di fuoco che ci trasforma. È il fuoco che rende vivo il mondo, che bruciando il mondo costringe uomini, bestie e catene montuose a spostarsi in cerca di equilibrio, per poi ridurli in cenere, e di nuovo farli rinascere. Un fuoco che fa crollare templi e nazioni e ci spinge a cercare un modo per resistergli, invitandoci garbatamente a fare il suo gioco perché il suo gioco è il mutamento e resistendogli noi comunque cambiamo: ecco che le bandiere da rosse che erano si fanno nere e poi azzurre, e arancioni, poi bianche, poi il vento le strappa via tutte e anche la statua da me immaginata crolla schiacciata dal piede sterilizzatore del fuoco. L’unica cosa a rimanere al suo posto solo perché lui è l’unico luogo dove ogni cosa avviene è il fuoco stesso, che mi parla e dice e poi urla nelle mie orecchie intronate dalla vecchiaia: la tua caccia è senza senso alcuno perché il senso sono soltanto io. E alla fine delle ere lui solo rimane il fuoco che aspetta di spegnersi piano piano consumato dal suo consumare infiacchito dall’infiacchirsi della materia stanca. E spegnendosi si ascolta i suoi crepitii interni sempre più leggeri e flebili, e spera nell’albeggiare di un nuovo forse impossibile crepitio, di un nuovo forse impossibile vagito, di un nuovo forse fallimentare tentativo. Di andare a caccia, ancora, ma questa volta col proposito di portarsi dietro un’esca migliore di me.
sradicati i ricordi
rimasto questo silenzio a tratti scorrevole.
A.
Ti riempi di "se" ancorato a l'incopiutezza passata. Ti spieghi nei "ma" esposto alle correnti future. Ti rifletti frammento nel presente incompiuto. A.